Trump come la Meloni: se le sentenze non piacciono sono una “vergogna”
Un vecchio caporedattore di un giornale dei bei tempi andati avrebbe detto che sono fatti “con lo stampone”. Le decisioni che non piacciono ai governanti della destra estrema sono sempre una “vergogna”. Quelle buone sono un atto dovuto.
Nella storia non sono mai mancati quelli che pensavano di essere al di sopra di tutte le leggi. Con Donald Trump siamo giunti al parossismo. I giudici non vanno bene neppure quando li ha nominati lui perché osano dirgli che i suoi provvedimenti non vanno bene. La stessa insofferenza – oltre che nei regimi totalitari, dove comunque il problema non si pone sin dalla radice – delle “democrazie illiberali alla Ungheria di Orban. Che, del resto, piace tanto al Presidente statunitense ed anche a Giorgia Meloni.
Peccato che la Corte Suprema Usa – a stragrande maggioranza repubblicana – ha detto a Trump che ha sbagliato tutto sulla politica dei dazi responsabili di aver scosso il mondo e provocato guai di ogni genere. A partire da quelli direttamente pagati dagli americani in termine di inflazione e di innalzamento dei costi di un po’ di tutti i prodotti necessari alla vita quotidiana. Una sconfitta solenne per il Presidente decisionista che non rispetta le norme costituzionali. Giungono i primi paletti agli ordini esecutivi presidenziali perché la decisione finale su tanti temi spetta al Congresso.
Per Donald Trump è uno smacco enorme, soprattutto se si considera che siamo già nel vivo della campagna elettorale il cui sbocco sarà il rinnovo di numerosi seggi della Camera dei rappresentanti e del Senato.
Il Presidente americano se la sentiva che qualcosa poteva rovinargli la sua strategia vincente per far tornare ad essere “l’America grande”. Nel recente passato aveva anche inviato dei messaggi ai giudici della Suprema Corte che pure aveva nominato lui, abbondantemente, nel corso del suo primo mandato presidenziale. Ed aveva preannunciato che una decisione contraria -quella che, poi, in effetti, è arrivata – avrebbe esposto gli Stati Uniti a danni irreparabili per tutte le richieste di danni che ci si sarebbe dovuti aspettare. Una stima provvisoria parla di quasi 160 miliardi di dollari. E, in effetti, la questione è giunta al suo estremo appuntamento giudiziario dopo che un imprenditore italiano, operativo in America, aveva citato in giudizio il Governo Usa contestando la legittimità dei provvedimenti doganali decisi in totale autonomia da Trump.
Ora lui dice di avere una strategia alternativa. E’ probabile che la toppa sarà peggio del buco visto le scarse capacità sue di giudizio ed ancora peggio di quelle dei suoi collaboratori. Nel piccolo, purtroppo, a Palazzo Chigi e d’intorno, non sono mancati esempi simili perché -ribadiamo, sempre molto in piccolo – la cultura è la stessa, così come la presunzione.









