Tra blocco d’ordine e mancanza di visione – di Domenico Galbiati

La sinistra pensava di aver vinto il Referendum o almeno di potersene, in qualche modo, intestare, sul piano dell’immagine, il risultato avverso alla destra di governo. E sognava che, finalmente, le si fosse spalancato davanti, se non un’ autostrada, un cammino sicuro e vincente. Non è così.

Il Referendum non l’ha vinto la sinistra. Tanto meno i suoi dotti politologi e raffinati pensatori che hanno ritenuto di schierarsi con la destra. Forse gli stessi, almeno taluni, che sembra siano propensi a destreggiarsi tra un emendamento e l’altro, pur di sostenere la nuova legge elettorale proposta dalla maggioranza. Il Referendum l’hanno vinto gli italiani che non ne vogliono sapere di manipolare la Costituzione e farne un uso unilaterale, quasi fosse un oggetto contundente che una parte politica scaglia contro l’altra. Lo dimostra anche l’incremento di partecipazione al voto che, soprattutto tra i giovani, abbiamo registrato in quell’occasione, subito smentito dalle recentissime amministrative. Le quali non possono essere interpretate come “oro colato” a favore della destra, come da quelle parti ci vorrebbero far credere.

Si è trattato, ad ogni modo, di un test contenuto, sgranato su tanti comuni piccole e medi, fortemente condizionato dalla particolarità locale di ognuno e dalla attendibilità personale di ciascun candidato, eppure, se si guarda al dato relativo soprattutto ai centri maggiori, si ha l’impressione che le abbondanti libagioni ed i festosi brindisi con cui, a sinistra, hanno festeggiato il risultato del referendum dello scorso marzo, interpretandolo come fondato auspicio di una vittoria matura, non avessero gran motivo d’essere. Non era ancora passato il classico mal di testa che segue la sbornia che la realtà dei fatti ha, perlomeno, consigliato prudenza in quanto agli osanna ed agli evviva al “testardamente uniti”, testardamente proposto e riproposto dalla Schlein.

In fondo, a questo punto – va pur riconosciuto – neppure a torto, dal momento che alla sinistra non resta altro da fare se non ribadire alla cieca questo mantra. Infatti, se fossero uniti o meglio unitari sul piano del progetto politico da proporre agli italiani, la cosa andrebbe da sé e non ci sarebbe bisogno della testardaggine. Che per essere “uniti” si debba essere “testardi” è sostanzialmente una contraddizione in termini, che sfiora l’ossimoro. Senza considerare come si possa essere “uniti” in quanto mossi da un’ambizione comune senza che questo implichi necessariamente che si sia anche “unitari” e, cioè si condividano i percorsi diretti a soddisfare quell’ aspirazione.

Senonché, l’appuntamento elettorale, sia pure alla scadenza quinquennale della legislatura, è ormai sufficientemente ravvicinato da non lasciar tempo alla sinistra perché superi le contraddizioni che tuttora dividono i suoi protagonisti in termini sostanziali, cioè attraverso un processo di effettiva e schietta maturazione di una posizione davvero condivisa, che sia frutto di una mediazione meditata e sofferta e non, piuttosto, di un compromesso occasionale. Tutt’al più, infatti, si potranno convenire posizioni comuni – in modo particolare in politica estera, ma non solo, ad esempio, sul piano delle politiche sociali – funzionali al momento elettorale, ma sostanzialmente non risolte in radice e, dunque, pronte a ricomparire subito dopo.

La sinistra avrebbe bisogno di una visione, cioè di una vera e propria “ermeneutica” del momento storico che attraversiamo per dedurre da lì un progetto che sia consistente, cioè sensato, organico, in sé coerente, chiaramente orientato ad un orizzonte di senso e di ragionata prospettiva storica. Che cosa contrapporre, altrimenti, al “blocco d’ordine” della destra ? Dove, peraltro, Vannacci sta provocando bradisismi di non poco conto che vanno osservati da vicino e sui quali si dovrà tornare.

Domenico Galbiati