Thiel, il transumanesimo e i cristiani – di Giancarlo Infante
Roma, tra uomo e post‑uomo: la libertà alla prova del nuovo secolo
Ci sono coincidenze che sembrano orchestrate dal caso, ma in realtà disegnano — per chi sa leggerle — il profilo di una intera stagione storica. È difficile non coglierne una nel fatto che, a distanza di pochi giorni, Roma accolga la visita di Peter Thiel, uno dei massimi teorici del transumanesimo tecnologico e della fine della democrazia liberale, proprio in occasione dell’anniversario della Redemptor Hominis, la prima enciclica di Giovanni Paolo II del marzo 1979. Nel mezzo, un altro evento di alto significato simbolico: il discorso di Papa Leone XIV sulla Giustizia e la Carità, intese come fondamenta della libertà umana e cardini di un Ordine mondiale fondato non sul potere, ma sulla fraternità.
Tre immagini, tre linguaggi diversi — politica, teologia, cultura — che si intrecciano sullo stesso terreno e sollecitano la stessa domanda: che cosa significa essere liberi, oggi, in un mondo dominato dalla tecnologia e dalla sorveglianza digitale? Al punto di farci chiedere se e quanto abbia ancora un senso l’esortazione di Dante: “”Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza”. Non c’è conoscenza senza virtù, e viceversa.
Thiel, la Silicon Valley e la Città eterna
Quando Peter Thiel, ex co‑fondatore di PayPal con Elon Musk e oggi guida della società di analisi Palantir -oltre che fornitore di strumenti di Intelligenza artificiale utilizzata sui campi di battaglia e nelle azioni di spionaggio e di controspionaggio – decide di venire a Roma non lo fa per offrire un discorso economico. Perché egli è il vero e proprio “apostolo” e messaggero di una nuova teologia secolare secondo la quale la salvezza dell’uomo passa attraverso il suo superamento biologico e politico.
Egli si dice cristiano cattolico, proveniente da una famiglia interamente evangelica, seguendo così un percorso di “conversione” simile a quello del suo grande amico e “protetto”, oltre che lautamente finanziato, il Vice Presidente americano J D Vance. E’ maturato fra filosofia libertaria e visioni futuriste. La democrazia gli appare come un dispositivo obsoleto, incapace a reggere la complessità del mondo globale. Il controllo dei dati, la predittività algoritmica e la fusione fra Intelligenza artificiale e genetica rappresentano, per Thiel, la vera eredità dell’Illuminismo: non il governo del popolo, ma il governo della macchina che comprende l’Uomo meglio di sé stesso. Ma l’Illuminismo non annientava l’Umanesimo perché la sua idea di progresso andava contro l’assolutismo e i privilegi – che Thiel reintroduce, anche se a vantaggio dei livelli apicali della tecnocrazia – e a favore della libertà, uguaglianza e fratellanza. L’Illuminismo ha posto le basi delle democrazie moderne che il tycoon dellla Silicon Valley considera da superare.
Egli, insomma, vive di un’idea radicale di potere che punta a sostituire la decisione politica concepita sulla base della rappresentanza popolare, con l’automatismo della previsione reso possibile da una società caratterizzata dall’informazione totale e totalizzante -per quanto saldamente in mano a poche entità tecnologicamente più che avanzate – in grado di monitorare e anticipare, ma anche di indirizzare e di manipolare. La libertà dell’individuo, il suo “libero arbitro”, definito da sant’Agostino e ribadito da San Tommaso 800 anni dopo, la scelta – tutte le scelte, anche quelle continue che l’essere umano deve fare tra bene e male – costituiscono un’imperfezione da correggere, un rumore di fondo da eliminare, un “peccato originale” da lavare via.
Dopo la Pace dei tempi di Augusto – “fecero un deserto e la chiamarono Pace” – dopo quella annunciata dal Cristo, dopo quella della Dichiarazione dei Diritti dell’uomo dei rivoluzionari francesi del 1789, e ancora quella della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 – posta a base della nascita delle Nazioni Unite – saremmo di fronte al sogno di una Pax tecnologica: l’Ordine nasce dal calcolo e non dal consenso.
Qualcuno ha coniato l’immagine di una “fine della storia” rovesciata. Nel senso che, al contrario di quanto scrisse Francis Fukuyama – appunto nel suo “Fine della Storia”, dato alle stampe trent’anni fa, che sanciva la vittoria definitiva della democrazia liberale e del libero mercato – per Thiel parlare di democrazia non ha più senso giacché sono venuti i tempi in cui gli “eletti” la sostituiscono e riempiono il vuoto creato dalla sua mancanza di efficienza.
L’uomo come misura, non come errore
È in questo contesto che risuona, per contrasto, la voce della Redemptor Hominis. Pubblicata da Giovanni Paolo II nel marzo 1979, l’Enciclica della Chiesa entrata nella modernità tecnologica con parole che oggi suonano profetiche: «L’uomo è la via della Chiesa» e «ogni progresso della scienza e della tecnica deve servire alla dignità e alla vocazione integrale della persona».
Per Papa Wojtyła il problema non era quello della tecnologia, bensì dell’uomo che non la concepisce – e la usa – come mezzo, ma finisce per trasformarla in fine. Giovanni Paolo II avvertiva già che il rischio non proveniva dalla macchina, ma dall’uomo dall’ideologia dell’efficienza totale che oggi chiamiamo transumanesimo. Parliamo del Papa che riabilitò Galileo Galilei a 350 anni dalla condanna del 1633. Wojtyla riconobbe l’errore nel perseguitare lo scienziato che, tra le altre cose, spiegava la mancanza di contraddizione tra scienza e fede sulla base della constatazione che Iddio ha usato la matematica quale linguaggio divino con cui è scritto l’Universo: “Egli [l’universo] è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche…”(Il Saggiatore – 1623 ).
Ed anche la Redemptor Hominis afferma un principio ineludibile: nessuna libertà tecnica può esistere senza una libertà morale, e nessun algoritmo può sostituire la coscienza. In un passo centrale il Papa polacco scriveva: «È necessario riscoprire e custodire la dimensione di dono che appartiene all’uomo stesso. L’uomo non può vivere senza amore».
Parole che, a più di quarant’anni di distanza, suonano come una risposta diretta al determinismo digitale: là dove l’uomo di Thiel si affida al codice per correggere il destino, il Cristianesimo ribadisce che il mistero dell’uomo è irriducibile alla sola matematica. Che resta un “linguaggio”, comunque, e non il fine, avrebbe chiosato Galilei.
Come ha scritto recentemente Vito Mancuso nel suo “Gesù e Cristo” (Garzanti, 2025), in fondo, esiste per ogni essere umano una “questione ultima” che è quella del “senso” e del “non-senso” della Vita e, dunque, della “salvezza” che per la “destinazione universale” cui rimanda non lascia indifferente alcuno, qualunque sia la sua fede o il suo agnosticismo.
La libertà e il paradosso della giustizia
La venuta a Roma di colui che è stato definito “l’architetto ideologico del “trumpismo” tecnologico” – anche se sarebbe più corretto considerarlo più propriamente l’ispiratore di Vance – si è verificata in contemporanea al discorso pronunciato da Papa Leone XIV sulla Giustizia (CLICCA QUI), cui il Pontefice ha ricollegato la Carità: entrambe, Giustizia e Carità, ineludibili fondamenta della libertà autentica.
Una libertà che non nasce dal potere di scegliere qualsiasi cosa, ma dalla capacità di riconoscere nell’altro il limite e la misura di sé. «La giustizia senza carità diventa dominio — ha ricordato —, la carità senza giustizia si riduce a sentimento. Solo insieme garantiscono la libertà dell’uomo».
Si tratta di un concetto che capovolge il paradigma tecnologico: non l’autonomia assoluta, ma la relazione come sostanza della libertà. Perché nella nostra epoca la minaccia alla libertà non viene più dall’autoritarismo classico, ma dall’assuefazione alla comodità del controllo. Il cittadino del XXI secolo, immerso nella rete, non è più oppresso ma “assistito”: rinuncia spontaneamente al giudizio, delegandolo all’algoritmo che, in teoria, lo protegge dal rischio. È questa la nuova forma di servitù volontaria su cui Papa Prevost mette in guardia.
La macchina e il mistero
Due visioni antropologiche in antagonismo, dunque. Quella “meccanica”, dell’uomo concepito a guisa di corpo insufficiente e da correggere, e la sua libertà vista come difetto da ridurre. Opposta, quella che riconosce, ma riconduce, la finitezza umana a condizione stessa della Trascendenza la quale, altrimenti, è negata e della quale, quindi, non ci sarebbe alcun bisogno.
Thiel vuole “salvare” l’uomo dal dolore e dalla morte attraverso la tecnologia; per il cristiano – lo scrisse Giovanni Paolo II – la salvezza è accettazione della vita come dono, non come progetto da reingegnare. Si può dire: la prima, punta sull’immortalità biologica, come quella prefigurata da J. Swift nel terzo viaggio di Gulliver nel regno di Luggnagg, tra gli immortali Struldbrugs; l’altra, alla dignità nella mortalità. C’è dunque in atto una sfida, Stefano Zamagni l’ha definita “l’idolatria della macchina” che ineluttabilmente si presenta in connessione con la questione della Pace (CLICCA QUI).
E l’uomo che “suggerisce” al trumpismo presenta il transumanesimo come sogno di una società illusoria senza conflitti o errori. Mentre la visione cristiana – che tanto ha impregnato soprattutto la tradizione democratica europea, anche larghe componenti della politica laica – riconosce nel dissenso, nella libertà di giudizio e nella responsabilità personale l’essenza stessa del vivere civile. Una società perfetta, diceva Giovanni Paolo II, sarebbe disumana proprio perché eliminerebbe la possibilità della scelta morale.
È curioso notare come la parola persona possa venire dall’etrusco phersu (maschera), poi diventato con il latino personare (“suonare attraverso”). Con ciò riferendosi alle maschere in legno usate dagli attori romani per amplificare la voce. Un termine che, dunque, nasce nel teatro. Il cristianesimo l’ha elevata, invece, a categoria dell’essere e dell’esistenza. Il trans-umanesimo tende a riportarla alla sua origine teatrale: la persona come interfaccia, come profilo digitale, un volto di dati dietro cui la voce autentica rischia di scomparire.
Le coincidenze e il “Segno dei tempi”
Per questo le coincidenze della visita romana di Thiel non è casuale: il segno di un’epoca che deve scegliere se essere ancora umana o soltanto funzionale. È, in fondo, la stessa domanda che Giovanni Paolo II poneva al mondo nell’incipit della Redemptor Hominis: «Di che cosa parla veramente la nostra epoca all’uomo, a ciascun uomo e alla sua umanità?»
Ma non basta rifiutare la tecnologia o demonizzarla. Il Cristianesimo stesso, fin dalle origini, è una “tecnologia dello spirito”: una rete di relazioni capace di connettere l’umanità ad un significato più alto. La lezione che Roma può offrire oggi a Thiel — e a noi tutti — non è un anacronistico rifiuto del progresso, ma una riumanizzazione della tecnica, una conversione dello sguardo sul senso dell’esistenza.
Giustizia e carità, come ha ricordato Leone XIV, non sono parole devote ma “criteri di civiltà”: indicano che la libertà non è la forza di pochi ma la condizione di tutti. E forse, alla fine, proprio questo è il vero “redentore dell’uomo”: non un algoritmo che elimina il male, ma una comunità che sa condividere il limite e trasformarlo in responsabilità.
“Segno dei tempi”. Forse la principale parola chiave del Concilio Vaticano II, con la sua svolta epocale anche per il rapporto tra Chiesa cattolica e scienza. Roma si confermò con quel Concilio espressione – e tentativo di soluzione – delle contraddizioni degli uomini e del Mondo. Antichità e modernità, templi pagani su cui sono erette basiliche e cappelle e, dove, soprattutto, la modernità convive con l’eterno. E’ dai tempi del Caput Mundi del poeta latino Marco Anneo Lucano che si sa quanto Roma richiami ad una visione universale. Lo ha avvertito anche Thiel con la sua venuta? Senza certo immaginare che la Città eterna è quella in cui la sua profezia del “post-umano” ed il suo concetto di dominio sono destinati a trovare una grande pietra d’inciampo in una umanità che è alla ricerca di un senso da dare al proprio cammino. E questo spiega perché nella visione di Thiel manchi quella “verità” di fondo che faceva dire a Papa Giovanni Paolo II: “ogni verità sull’uomo nasce sempre dall’incontro con un altro uomo” (1).
Giancarlo Infante
(1) vedi del Papa polacco la catechesi sulla Teologia del Corpo (1979-1984); il suo Persona e Atto (1969); la Dilecti Amici – 1985; la Fides et Ratio)









