Successi tattici, non strategici. Niente di nuovo sul fronte mediorientale
Dopo tre settimane di guerra, Stati Uniti e Israele hanno annunciato oltre 7 800 obiettivi colpiti in Iran, in quella che viene definita una campagna di bombardamenti “di proporzioni storiche”. Washington esalta i risultati militari – “l’esercito iraniano è distrutto e reso inoffensivo” – ma sul terreno Teheran non è annientata. L’Iran reagisce con una resistenza asimmetrica, innescando un nuovo ciclo di instabilità in tutto il Medio Oriente.
C’è qualcosa di nuovo sul fronte mediorientale? E’ quello che confuta su The New York Times Neil MacFarquhar analizzando la guerra USA‑Israele contro l’Iran e le sue ricadute politiche e militari.
Gli attacchi di questi giorni hanno provocato oltre 2 300 morti e fatto salire alle stelle i prezzi del petrolio, poiché le esportazioni attraverso lo Stretto di Hormuz sono quasi ferme. A Teheran e in molte città l’economia è al collasso, i civili fuggono o vivono nascosti tra le rovine.
Gli analisti richiamano un copione già visto: gli Stati Uniti sopravvalutano la potenza militare e sottovalutano gli effetti politici dei conflitti nella regione. Caitlin Talmadge (MIT) osserva che l’America “si illude che la potenza aerea produca risultati politici”, ma la storia mostra il contrario. L’Iran, invece, usa tattiche di logoramento, moltiplicando i fronti per estendere “dolore e disagi” a quanti più Paesi possibile.
Malgrado la morte dell’ayatollah Khamenei nel primo giorno di guerra, il regime si è ricompattato: “combattono per la sopravvivenza e per le loro vite”, scrive lo studioso Afshon Ostovar. Il costo umano è altissimo – oltre 1 300 vittime civili – ma finché la leadership resiste può proclamare la vittoria, qualunque sia la distruzione subita.
Alcuni esponenti israeliani ipotizzano perfino un sostegno aereo ai manifestanti interni per provocare una rivolta, ma la repressione è durissima e l’idea appare impraticabile. La memoria storica pesa, ricorda MacFarquhar: come negli interventi in Libano, a Gaza o in Iraq, le guerre nate per “rimodellare il Medio Oriente” finiscono col rafforzare i conflitti che volevano estinguere.
La conclusione implicita dell’articolo di MacFarquhar è che, ancora una volta, la forza militare americana e israeliana ottiene successi tattici ma non strategici: l’Iran sanguina, ma non crolla, e la regione resta prigioniera di un equilibrio instabile destinato a ripetersi.









