Società criminogena e autoritarismo. L’ emergenza educativa ignorata  – di Umberto Baldocchi

Società criminogena e autoritarismo. L’ emergenza educativa ignorata  – di Umberto Baldocchi

Società criminogena e autoritarismo. L’ emergenza educativa ignorata   

Dunque, dopo l’omicidio del ragazzo nella classe della scuola di La Spezia,  il “metal detector” mobile forse arriverà nelle scuole che ne faranno richiesta. In un certo senso  paradossalmente una buona, non una cattiva notizia. Meglio conoscere le malattie che abbiamo piuttosto che ignorarle. Non perché il metal detector risolverà o attenuerà il problema-violenza, ma perché renderà tangibile e visibile materialmente l’abisso in cui siamo sprofondati, il fallimento educativo sinora ignorato.  Controllare i ragazzi, come le persone  all’ingresso di uno stadio o di una discoteca, cioè di uno di quei “non luoghi” in cui confluiscono casualmente masse di persone senza relazione tra loro e che non formano comunità. Perquisire i corpi dei ragazzi nell’ attesa ( o forse nella alternativa ? )  della maturazione delle  loro menti.

Dovremmo allora chiederci: ma è ancora possibile educare in Italia ? O dobbiamo prepararci in prospettiva a scuole coi vigilantes armati all’interno, come in alcune aree degli Stati Uniti d’ America ? Le decisioni suscitare dall’emergenza propongono come rimedio di dare ai ragazzi regole o norme precise,   ripristinare il peso dell’autorità e magari promuovere patti educativi tra famiglie e istituzioni. Obiettivi non irrealizzabili, forse sinora poco praticati, ma non irrealistici, almeno per un governo che abbia al primo punto  il problema della sicurezza e dell’ordine. Purtroppo questi obiettivi pur forse necessari non bastano, anzi non sono mai bastati per educare, cioè per far crescere persone libere e responsabili, ragionevoli e padrone di se stesse, capaci potenzialmente di intrecciare rapporti umani, di dare significato alla realtà in cui vivono, di progettare uno scopo, un fine personale che dia un senso alla propria esistenza.

E’ allora comprensibile lo sgomento di tanti bravi docenti che non si sono risparmiati negli sforzi di formazione civile de giovani in contesti sempre più difficili, non solo a Caivano o Scampia.  Educazione civica, educazione al rispetto, progetti contro il bullismo, laboratori contro la violenza di genere, panchine rosse, progetti di inclusione, testimonianze dirette contro femminicidi e discriminazioni di genere non sono bastate, visto che è proprio la criminalità giovanile e minorile quella maggiormente   in aumento almeno secondo i dati presentati dai magistrati all’inizio dell’anno giudiziario.  Tutto per nulla dunque? Forse no, ma dispiace dirlo, la denuncia più forte, la testimonianza più coraggiosa  e la lotta più determinata contro il male non bastano. Come ovviamente non bastano i metal detector, le zone rosse, i Daspo e l’aumento delle forze di polizia, pur necessarie nella emergenza, che non può essere infinita.  Il male morale non si può fermare solo denunciandolo, chiamando il male col nome di male, combattendolo apertamente ed invocando norme, limiti e rigori della legge. Se ci rassegniamo   a credere che sia possibile “educare” combattendo il male, un male che oggi pare una tendenza ubiquitaria, una violenza che pare una dimensione insopprimibile con cui convivere (come chi pensa che la guerra globale o ibrida sia la dimensione inevitabile del futuro prossimo), non riusciremo mai ad “educare”, vale a dire a costruire le aspirazioni necessarie a far crescere le persone in direzione del bello e del buono, a “portarle verso l’alto”. Il rispetto delle regole, in un contesto competitivo, non può bastare per non cedere al fascino o alla convenienza anche temporanea del piccolo illecito, usato strumentalmente da chi pensa che l’essenziale sia fuggire i comportamenti sbagliati, evitare il male.  Non può bastare quando rispettare le regole appare “costoso” più costoso del non farlo. Ci vuole ben altro, la vita ci chiede molto di più.  Addirittura per alcuni basterebbe una autorità che incuta timore, una società autoritaria ( ma dove finisce allora la libertà responsabile?) una sorta di ritorno alla “virtù” tradizionale dell’obbedienza ad un potere illuminato per uscire dal gorgo. No, non è così. Per educare i giovani e per essere educati è necessario altro. E’ necessario “credere” alla esistenza, o alla semplice possibilità di esistenza del bene. Di un bene che non sia il puro utile, o il puro piacere, o la pura convenienza. Un bene forse più nascosto, ma più consistente del “male”.

E quale può essere questo bene che ci salva dalla violenza relazionale e dalla competizione violenta? Semplicissimo a dirsi, un po’ meno semplice, ma non impossibile,  a farsi. Lo ha detto, quasi scoprendolo con sorpresa dentro di sé, con molta linearità e semplicità, un giovanissimo  studente toscano in una sua riflessione sui fatti di La Spezia : “ E innegabile che negli ultimi anni si assista a una crescente normalizzazione della violenza. Coltelli, pistole e armi diventano strumenti di affermazione alimentati da modelli sbagliati diffusi sui social media  nei quali la forza e la prevaricazione vengono spesso esaltate. In questo contesto molti ragazzi faticano a riconoscere il valore del dialogo e del rispetto delle regole, preferendo risposte impulsive e pericolose” (Tommaso Cecchi, Riguarda  tutti, Il Tirreno 18 gennaio 2026, p. 3.)  “Il coltello uccide la parola, la rissa diventa linguaggio” altri hanno detto, con metafore efficaci.

Parola e violenza

Parola e violenza certo sono in relazione, il ragazzo ha detto benissimo. Noi da tempo non dialoghiamo più nella scuola, nelle istituzioni, nelle famiglie. Parliamo, ma non è lo stesso.  Ed oggi una violenza senza ideologia, figlia della disperazione, una violenza senza idee e senza “parole”, non certo  “eversiva”  (niente a che fare con le Brigate Rosse)  ma molto pericolosa, “nichilistica” e fine a se stessa (quindi anche senza senso e senza limiti predeterminabili)  tragica e grottesca, sembra addirittura insinuarsi nelle manifestazioni politiche come prassi accettata- vedi il caso della violenza sul poliziotto nel caso Askatasuna a Torino il 31 gennaio-, mettendo in evidenza ancor di più questa relazione. Tra parola e violenza c’è sempre infatti una relazione, da intendersi però  in direzione opposta a quella del senso comune di cui anche lo studente citato resta prigioniero.  L’assenza della parola sempre precede, mai segue  la violenza. L’ assenza della parola è precondizione e causa, non effetto, della violenza. “La Legge della parola è sempre alternativa alla potenza distruttiva della violenza poiché custodisce la legge del rapporto, la Legge del Due e non quella dell’ Uno. Non c’è infatti esercizio della parola se non nel rapporto con l’ Altro”( Massimo Recalcati, La Legge della parola, Einaudi, 2022, p. 60).  Il rapporto violento è cioè possibile proprio perché la parola è assente, e invece la persona, ogni persona, vive invece anche, e talora vive soprattutto, di parole ( ovviamente di quelle che “vengono dal cuore” per esprimerci laicamente, non di quelle brandite come pietre, come fango,  come coltelli o come strumenti di seduzione e manipolazione dai nuovi sofisti della rete ), ogni persona vive non di solo pane, la frase evangelica è una affermazione di solidità indiscutibile e su cui non riflettiamo mai adeguatamente.

Se la parola è relazione, dovremmo chiederci allora: alla base di ogni agire umano retto e sensato, di ogni nuovo inizio c’è la relazione o il conflitto? Per chi anche soltanto conosce il Prologo di Giovanni  e pensa che Eraclito vada superato  non dovrebbero esservi dubbi. Ma anche per chi non condivide quel Prologo, o lo interpreta alla maniera di Faust(è l’azione non la parola l’inizio),  dovrebbe essere una constatazione pacifica quella per cui ogni inizio umano ed umanizzante  è sempre una relazione, mai un conflitto. Il conflitto esiste certo, ma non è originario. Il linguaggio precede la vita e la istituisce in quanto umana, direi attraverso la forza della speranza. Gestire i conflitti è quindi necessario ma non può essere il punto di partenza educativo. Anche perché sarebbe distruttivo scambiare ogni differenza per un conflitto. E le differenze sono molto più diffuse dei conflitti, l’elemento generatore dei reati giovanili più inquietanti.

 Violenza e sessualità: la connessione nascosta  

Proprio per  questo – perché cioè  il conflitto può nascere dalla differenza che esiste in ogni relazione- la violenza sulla donna come il “femminicidio” è un reato rivelatore che ci mette davanti agli occhi  la genesi e il fondo di una violenza a prima vista  “incomprensibile” e assurda,  in quanto quasi sempre collegata alla sessualità e cioè alla relazionalità, un omicidio che colpisce chi è più vicino al soggetto che produce violenza, chi è più in relazione con lui, non chi è estraneo o lontano, chi è oggetto di odio o chi è semplicemente una entità estranea da eliminare per conseguire un vantaggio.  Non per nulla questi reati- stupro e fenmminicidio- hanno richiesto nuova giurisprudenza e creato nuove fattispecie penali.

Lo stupro  ed il “femminicidio”, che sono purtroppo anche reati caratterizzanti l’ odierna violenza giovanile. consentono di illuminare  un retroterra antropologico inquietante; non abbiamo a che fare soltanto coi problemi della marginalità socio culturale e col degrado socio economico, ma con una mutazione antropologica profonda e diffusa nelle nuove generazioni,  che soltanto ai suoi estremi produce questa grave  patologia penale, ma in un continuum che ha svariate gradazioni, produce narcisismo, indifferenza, anestesia morale, anaffettività, fragilità psicologica, crollo di ogni autostima, conformismo, autoreferenzialità e condiziona pesantemente maturazione personale, relazioni umane, convivenza civile e persino partecipazione politica, ipotecando pesantemente il futuro. Il mondo dei social, verso cui qualche Stato, come la Spagna, ha finalmente iniziato a prendere provvedimenti seri per tutelare la crescita educativa, è certo uno dei fattori che rende possibile questa mutazione con l’offerta anarchica di immagini- al limite anche pornografiche- che offrono l’idea di una socialità che scambia connessioni con relazioni, mezzi coi fini, vendita del sé col successo, vicinanza mediatica con fratellanza, acquisizione di ricchezza con strategie operative che aboliscono il lavoro umano .  Ma non spiega le basi culturali del degrado.

Se ci pensiamo bene, nei reati di violenza sessuale,  abbiamo a che fare con reati che mirano a colpire non un estraneo o una persona psicologicamente lontana o indifferente, ma una persona vicina anche emotivamente  e  non solo una persona, ma piuttosto un ordine di relazioni personali attraverso la violenza esercitata sul singolo. E’ questo un aspetto inquietante, ma centrale, esplorato da letteratura e psicanalisi , evidente peraltro in alcune pagine della grande letteratura mondiale, su cui vale la pena fermarsi. Se prendiamo, nella Bibbia, nel Secondo libro di Samuele, 13, 1-22 la vicenda della violenza sessuale perpetrata da Amnon sulla sorellastra Tamar ci troviamo di fronte ad un aspetto a prima vista indecifrabile e assurdo.

Ciò che ci colpisce è che lo stupro compito da Amnon che si è incapricciato della sorellastra non devasta soltanto la vittima, ma devasta anche  il protagonista della violenza, Amnon che subito dopo la violenza prende ad odiare Tamar di un odio più forte di quello che era stato l’ “amore”, e la respinge da sé, incurante delle conseguenze del suo atto. Un odio che lo separa persino dal fratello  Assalonne che non gli rivolgerà più la parola, troncherà ogni relazione con lui.  E’ un odio che ha a che fare evidentemente con la volontà distruttiva di chi vorrebbe rimuovere le conseguenze naturali di ciò che ha fatto, senza riuscire ad ammetterlo. Una sorta di “omicidio ontologico” che insegue una impossibile reversibilità della vita.

Alle radici della violenza  nella relazione umana, il nichilismo della persona 

Cosa c’era infatti alla base di quella violenza sessuale? Potremmo chiederci cosa c’è anche oggi. Non semplicemente, come si dice, la mancanza delle regole  (Amnon conosce la regola che comunque  gli è ricordata da Tamar, più matura e responsabile, nel tentativo di resistergli). C’è invece l’inconsapevolezza radicale del senso umano della relazione sessuo-affettiva, c’è una “immaturità” che, comprensibile ovviamente nelle fasi adolescenziali,  finisce per consolidarsi in un percezione riduttiva e immatura  dell’oggetto di “amore”. Una immaturità che può assumere dimensioni progressivamente mostruose come potrebbero essere quelle di un essere umano che crescesse solo fisicamente senza maturare mai mentalmente ed emotivamente.

C’è l’ idea che la persona che riteniamo di “amare” si possa semplicemente possedere, esattamente  come si possiede una cosa, un giocattolo, un oggetto. La ricchezza, il potere, la prestanza fisica  conferiscono una sorta di  “diritto” non scritto sull’altro essere che è dato per scontato ed accettato, a prescindere. Non è solo l’idea di una presunta inferiorità femminile. Manca del tutto l’idea della differenza tra persona e cosa, manca l’idea che  la persona sia entità infungibile unica che ha dignità, a differenza della cosa che è appunto tale solo perché scambiabile con altro in base al valore. Come gli schiavi , le “cose animate” dell’antichità scambiate in base al loro valore. E’ una idea questa che purtroppo è ritornata alla grande nella cultura pansessualista, liberista e mercatista, individualista ed efficientista,  al di là degli stereotipi della società patriarcale in cui, nonostante la discriminazione della donna, non era così diffusa la negazione della dignità della persona, non compariva comunque ciò che possiamo chiamare nichilismo della persona, che segna la violenza attuale, e che non riguarda solo la donna.

Ovviamente non si può pretendere che un giovane abbia il concetto giuridico di reato, ma si deve pretendere che un giovane, specie un adolescente, abbia chiara la distinzione concettuale tra persona e cosa, comunque la formuli nel suo linguaggio. Laddove non è così, quanti giovani possono essere capaci davvero di discernere consapevolmente un illecito sessuale, di riconoscere i confini tra la relazione  paritaria e la prevaricazione, magari dissimulata da una presunta “gelosia” scambiata per manifestazione di “amore”? Quanti giovani sono in grado di distinguere un “innamoramento” anche superficiale da una coartazione della volontà altrui, secondo il pregiudizio maschilista e patriarcale della  vis grata puellae (violenza gradita alle giovani)? La cronaca ci ha purtroppo messo a disposizione materiali sovrabbondanti che confermano questa deriva disastrosa della mentalità giovanile e quindi della società ce realizziamo .  Una deriva non  così forte un tempo, nella società tradizionale e sessuofobica, come una volta era la nostra, proprio perché in quel contesto esistevano e funzionavano agenzie educative- famiglia, Chiesa ecc— che seppure con modalità repressive o coartanti disciplinavano comunque le relazioni tra i sessi. Relazioni che invece in una riduzionistica percezione della sessualità non riescono talvolta a configurarsi altro che come relazioni puramente ludiche o strumentali.

Più genericamente, lasciando il campo della sessualità, potremmo chiederci  quanti giovani sono in grado di distinguere un comportamento ludico, o comunque inoffensivo, da un comportamento lesivo di un diritto e quindi configurabile come reato. Solo qualche anno fa, correva l’anno  2018, in un istituto secondario toscano vi fu l’episodio inquietante addirittura di un professore bullizzato  in classe dagli alunni, episodio poi universalmente e “trionfalmente” condiviso in rete dagli autori del fatto.

Forse si era addirittura consumato un reato di violenza privata e di minaccia durante una lezione scolastica senza che gli alunni e non solo loro se ne rendessero conto. Un fatto deprecato ma disastrosamente sottovalutato, derubricato a gravissimo problema disciplinare. Era in realtà ben altro: era un primo evidente segnale di un cedimento culturale, della presenza inavvertita di comportamenti criminogeni, un prodromo dei  peggiori eventi futuri.

La dignità ignorata  e il rischio autoritario

La mediazione tecnologica universale delle relazioni umane (ridotte, come usa dirsi,  a “connessioni”) sta subordinando le menti attraverso l’inconscio tecnocratico ed ha reso sempre più inessenziale la relazione umana. Essa tende a rendere invisibile il volto dell’altro ed insieme ad esso il senso dei diritti della persona. I diritti della persona finiscono per essere indifendibili in una cultura diffusa in cui la cecità morale normalizzata “rende” non più percepibile e non più qualificabile come tale il male morale (un tempo detto “peccato”) e, in certi casi, come in quello sopra citato, persino il reato, la lesione di un diritto altrui.

E’ questa l’invisibilità morale di cui cadiamo vittime quando si divarica la distanza fisica o psichica tra l’azione e le sue conseguenze (lo stesso meccanismo con cui oggi normalizziamo la guerra), quello che uno psicanalista ha definito la “morte del prossimo”.  Sta venendo meno il senso del reato per ciò che concerne soprattutto i delitti di nuova generazione contro la persona. Intendendo con questo gli omicidi intra-familiari, le offese alla pari identità sociale, all’identità personale, sessuale  o religiosa, alla riservatezza personale, alla libertà e intangibilità sessuale, alla libertà morale (bullismo e cyberbullismo). A differenza di quanto accade per i delitti contro il patrimonio, contro la pubblica amministrazione, contro la sicurezza pubblica, o contro lo Stato, delitti additati, anche dai media e dai social,  al pubblico ludibrio che suscitano rabbia o indignazione condivise.

E’ questo sbilanciamento tra tipologie diverse di reati ciò che alimenta, anche nelle democrazie,   le pulsioni verso un nuovo autoritarismo che canalizza, anche attraverso la grancassa mediatica, le rivendicazioni emancipatrici- di destra e di sinistra- in una direzione repressiva (combattere i “corrotti” e i “criminali”!)  più che liberatoria (rendere possibile un progresso umano che dia speranza e produca la pace). Progresso significa  sempre più “lottare contro”, non “lottare per”. La sicurezza, non la libertà è così l’ obiettivo prioritario che sembra guidare la politica. Persino la tecnologia ha mutato funzione: ogni tecnologia è un’arma potenziale, un “ordigno”, da cui difenderci e con cui difenderci. Il diritto che vale e che conta  è un diritto della diffidenza generalizzata, che si basa su regole che coartano la pulsione verso il male, da spazio alla sanzione più che alla relazione,  e si ritira dall’arena pubblica, laddove entra in azione l’economia finanziaria dotata provvidenzialmente di norme “naturali”- il diritto tecnologico-  che guida come un “pilota automatico” l’umanità verso i paradisi artificiali della concorrenza divinizzata (che fa circolare i capitali e le persone come globetrotter), della competitività ( che ci riporta i nazionalismi, ma non va detto), della virtuosità finanziaria (dei conti pubblici, non  di quelli privati), della ricchezza e del benessere (per chi se lo merita) ,certo non per tutti (o non per questa generazione), e lascia generosamente qualche aiuto anche  a chi “è rimasto indietro” (per sue incapacità ovviamente).

Ricostruire la dignità, vale a dire educare

Occorre dunque ristabilire le regole e restaurare l’autorità per porre un argine alla deriva violenta e ricostruire un percorso educativo? Certo, ma non basta. Le regole che di solito pongono limiti e divieti da sole non bastano; ,come garantirne l’ottemperanza, affidandoci solo alla sanzione penale, che dovrebbe essere ultima ratio? I decreti securitari che si sono susseguiti in Italia non sono la soluzione del problema.  Decreto Rave Party, decreto Cutro, Decreto Caivano non hanno consentito di fare molti passi avanti in questo campo.

Bisogna arrivare laddove metal detector e regole non arrivano. Più ancora che le regole servono i principi che, a differenza delle regole, sono universalizzabili, non dettano vincoli, ma danno senso ai comportamenti, all’agire umano. Direi che, a differenza delle regole, i principi sono sempre  “educativi”, se sono presentati come proposte cui aderire o no, non come dogmi da accettare. Essi puntano non alla delimitazione dell’ Io, ma al conferimento di un senso alla sua azione, alla realizzazione della persona. Il principio base cui far riferimento nel nostro caso è la dignità della persona umana, concetto portante anche se implicito della Costituzione italiana (esplicito in quella tedesca  che ha al primo articolo il testo “La dignità dell’uomo è intangibile”).

La violenza giovanile ed anche la violenza legata alla sessualità deviata trovano in questo principio un elemento di confutazione totale. E’ qui evidente la “bellezza” affascinante  della legge e del diritto, che è legame che amplia la nostra sfera esistenziale, non precetto che sanziona e penalizza un comportamento. Un diritto lontanissimo dalla norma che necessita di meccanica applicazione, più che di intelligente  interpretazione. Il principio di dignità è la base per esplorare noi stessi, per “esplorare il proprio petto”, come diceva Leopardi, per annegare nel ridicolo e nel grottesco le banalità criminogene alimentate da social e media.  Per costruire le comunità vere non le collettività amorfe e caotiche in cui rischiamo di finire.

L’educazione sessuo-affettiva, rivendicata giustamente anche come antidoto alle violenze giovanili, è certo una via percorribile. A condizione che quell’educazione sia inserita organicamente nella educazione scolastica, che non sia affidata a improbabili agenzie esterne, a progetti estemporanei a volenterose fondazioni ma ai docenti, a docenti autorevoli, competenti e motivati ed adeguatamente formati che magari ricorrano laddove lo ritengono anche a contributi esterni.

Al primo posto però non possono esser collocati psicologi, medici, testimoni anche coraggiosi ma esterni alla scuola. La cultura letteraria, filosofica e scientifica possiede tutti gli elementi necessari per porre le basi di una educazione sessuo-affettiva che sia parte di una educazione civile. I testi e i materiali che si possono  utilizzare nella scuola  sono innumerevoli. Ne cito uno soltanto, semplice ed  alla portata di tutti: esistono pagine più efficaci per questa educazione del testo inglese del duetto di Romeo e Giulietta in Shakespeare per spiegare cosa è l’amore in senso fisico e psicologico? Pagine che restano nella mente, nel cuore e nella memoria dell’alunno  se ha avuto un bravo docente  (anzi un bravissimo docente, meglio ancora se, in questo caso, utilizza anche il Frammento sull’ amore di Hegel che al testo di  Shakespeare fa riferimento) che glielo ha fatto apprezzare? Chi  ha davvero letto,  compreso e apprezzato un giorno  solo della sua vita questo testo, o altri analoghi (pensiamo a Tolstoj ed alla grande letteratura russa sul tema), può continuare a ignorare ancora il concetto di dignità umana e a ritenere “umana” qualsiasi relazione che non si fondi sulla libertà personale e sul rispetto dell’altro? Di fronte al tecno-liberismo omologante e omogeneizzante che mira a livellare la società in nome della concorrenza assoluta e del mercato globale che non sopporta differenze e difformità, che in una parola non sopporta l’imprevedibilità della EDUCAZIONE da sostituire con addestramento e istruzione livellante, compensato da un potere autoritario, chi ha il compito se non la scuola di vigilare sulla diversità e sulla  divergenza necessaria alla libertà e alla vera convivenza civile, di vigilare su quella che i giuristi chiamano RISERVA DI UMANITA’?

Ora però qualcuno dovrebbe dire : basta!

Oggi nella UE i “sacri” vincoli di bilancio si possono tranquillamente superare per le spese di difesa militare, contro un “nemico” che non minaccia il nostro paese se non in modo indiretto mediato e probabilmente a tempo determinato (dato che gli autocrati non dispongono ancora di immortalità politica ed umana). A rigor di logica e di coerenza politica non possono parimenti esistere più vincoli di bilancio anche per la difesa culturale della nostra società da  nemici concreti,  attuali e pienamente operativi, dal degrado, dall’incultura che alimenta i comportamenti criminogeni e nichilistici che insidiano la sicurezza e  “richiedono” un  potere autoritario e repressivo sul modello del trumpismo, un regime “perfetto” per una società criminogena dominata da violenza post-ideologica e nichilista, un modello  che vorrebbe conformare le relazioni umane ad una guerra esterna ed interna ormai permanente. Chi può negare alla scuola italiana i mezzi necessari per costruire la vera barriera di DIFESA dalla vera barbarie autoritaria ( che non è il  folclore grottesco dei “fascisti del terzo millennio”) che ci minaccia, quella difesa che è l’educazione in senso proprio?

Umberto Baldocchi