In attesa della prima lettera enciclica di Papa Leone XIV, due affermazioni ne anticipano, fin d’ora, l’indirizzo.
“Siamo un desiderio, non un algoritmo”, ha sostenuto il Santo Padre. Ed ancora: “Non siamo materia casualmente assemblata nel cosmo”.
Due frasi che si ripercuotono l’una nell’altra ed insieme dicono che siamo un “dono”. Non entità autoreferenziali, monadi consegnate ad una inguaribile solitudine, frutto di una fortunosa casualità, bensì fondati su una originaria relazione che dà conto di ciascuno di noi singolarmente e, ad un tempo, ci accomuna, nella nostra stessa dimensione ontologica.
Si tratta davvero di una nuova “Rerum Novarum”. Anche oggi, infatti, la sguardo va rivolto alle “cose nuove”. Non a caso firmata il 15 maggio, lo stesso giorno in cui Leone XIII, nel lontano 1891, varo un documento che resta una pietra miliare dell’insegnamento sociale della Chiesa. Non a caso ripreso da Pio XI, nel 1931 (Quadragesimo anno) ed ancora da Paolo VI (Octagesima adveniens), nel 1971.
Anche oggi premono “cose nuove”. Sul piano sociale e non solo. L’IA artificiale promette – o minaccia? – di mutare radicalmente gli apparati tecnici e produttivi in ogni campo dell’agire umano, alterando in modo profondo – e forse ingovernabile – le dinamiche del lavoro. Lasciata correre per il suo verso, secondo molti analisti, incrementerebbe le aree di emarginazione, accentrerebbe il potere e la ricchezza, amplierebbe le già profonde disparità che compromettono l’equilibrio, la coesione sociale e quel sentimento di condivisione e solidarietà di cui abbiamo, al contrario, un oggettivo e vitale bisogno.
Senonché, le “cose nuove” verso cui oggi siamo irreversibilmente incamminati o forse meglio ci attraggono – lo volessimo o meno – nella loro sfera di influenza, pongono, con una forza impellente, forse mai conosciuta prima, una questione di carattere prettamente antropologico. Mettono, cioè, in discussione la comprensione che l’ uomo ha di sé stesso, lungo quel cammino di ricerca della sua più intima essenza che non ha mai fine e perennemente, per chiunque giunga in questo mondo, si rinnova e si condensa nelle domande irrinunciabili del “chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo? Ed ancora del “cosa ci è consentito conoscere, credere, sperare? “.
Detto altrimenti, in ultima analisi, ciò che ha più rilievo, nel campo dell’ IA, non sono – per sorprendenti ed immaginifiche che possano essere o apparire – le prestazioni delle “macchine”, perché di questo si tratta. Bensì ciò che, in definitiva, dicono di noi quando ci riverberiamo in una lettura della realtà talmente inaspettata e sorprendente da sembrarci alienante, cioè tale da mettere in crisi la nostra ordinaria percezione del mondo in cui siamo immersi. Quasi venisse messo a nudo il torsolo, il nucleo più profondo di noi stessi.
Non a caso – ed è il primo di tre punti di cui si è già detto su queste pagine e vale la pena riprendere – di fronte all’IA, accanto allo stupore ed alla meraviglia, si accende la paura. Addirittura un sordo, imbarazzante timore che i robot umanoidi possano soverchiare la nostra umanità e, addirittura, in una prospettiva non lontanissima, asservirla.
In verità, è un timore infondato. Prima di preoccuparci di una tale evenienza, dovremmo aspettare che il robot sia in grado di innamorarsi. Ma non succederà perché non può alludere all’infinito, cui solo l’ uomo tende asintoticamente, senza mai giungere alla fine di un percorso che non ha misura. Il robot è irrevocabilmente consegnato alla sfera del “finito” che l’uomo, amando, eccede. In altri termini, tra uomini e robot c’è un salto ontologico incolmabile.
In secondo luogo, la tecnica come tale, da quando abbiamo scoperto la carriola, fino al suo apice, oggi rappresentato dall’IA, mostra come tutte le funzioni umane che possono essere “esternalizzate”, cioè trasferite ad apparati operativi artificiali non hanno a che vedere con l’essenza di ciò che è autenticamente umano e, dunque, in nessuno modo può essere ferito o diminuito dall’incedere incalzante della tecnica.
Infine, dobbiamo temere, con autorevoli filosofi, di essere irrevocabilmente condannati ad essere, in un certo senso, assorbiti nei mille invincibili tentacoli di una tecnica destinate a possederci, fino a porsi, infine, come ultimo ed unico orizzonte che ci è concesso? Oppure, a maggior ragione da credenti, possiamo apprezzarla come strumento che può ampliare ed arricchire la nostra relazione con il creato?
Domenico Galbiati