Si alza il livello dello scontro – di Domenico Galbiati
La destra alza l’asticella dello scontro e farebbe il suo gioco chi si lasciasse attrarre nella mischia, adottando la logica dell’ invettiva piuttosto che dell’ argomentazione.
Ognuno di noi ha un proprio “abito mentale”. E’ una questione di attitudine innata, di cifra caratteriale e, ad un tempo, di educazione, di esperienze vissute, di prassi e comportamenti interiorizzato. C’è chi preferisce la rissa e la contumelia e chi predilige la dialettica. E vale per ambedue i versanti del nostro attuale sistema politico.
La prima è una spirale senza fine che non conclude mai a nulla e consente ogni tipo di strumentalizzazione. E’ il gioco perverso della “demonizzazione” che conduce alla “delegittimazione” dell’avversario, al disconoscimento pregiudiziale del proprio interlocutore, trasformato in nemico, vissuto, dunque, come una minaccia dalla quale è necessario e legittimo, anzi doveroso, difendersi, a tutti i costi. La seconda va studiata, imparata, sperimentata, esercitata e progressivamente affinata.
La prima predilige un linguaggio da comizio, strepiti ed urla, affermazioni apodittiche, esibizione di certezze granitiche. La seconda richiede, anzitutto, ascolto e riflessione, capacità di rivendicare la facoltà maieutica del dubbio, mediazione.
Più le cose si fanno complesse, tanto più è necessario invitare gli italiani a “pensare politicamente”, come ci insegnava Giuseppe Lazzati. “Pensare politicamente” non significa, come taluni ritengono, rifluire al piano del “pre-politico”. Vuol dire, al contrario, farsi carico del “dovere” della politica, nella forma più alta possibile.
Ricordavamo qualche giorno fa l’invito del Prof. Dionigi a far sì che, sempre, il “civis” preceda il “faber”. E’ necessario che, dopo un’abbuffata di “antipolitica” – seminata a piene mani, anzi posta a fondamento della cosiddetta ”Seconda Repubblica, fin dal suo primo sorgere – gli italiani riscoprano – ne va della dignità personale di ognuno – l’onore e l’onere, la fatica – perché anche di questo si tratta – di una responsabilità che non può essere delegata a nessuno, né ascritta ad una indefinita ed aleatoria istanza collettiva.
La maturazione di una solida e sostanziale capacità critica e, dunque, della propria autonomia di giudizio, è, appunto, faticosa. Esige di essere costantemente educata e messa alla prova, giorno per giorno, fino a guadagnare davvero quella libertà interiore che ci riscatti dall’accondiscendenza e dalla omologazione al pensiero egemone del momento.
La difesa della democrazia, la capacità di resistere alle sue involuzioni illiberali ed autocratiche passa, anzitutto, da qui. Questa maturazione avrebbe bisogno di una cornice di “amicizia sociale” che nulla tolga al confronto, anche aspro, tra posizioni differenti, com’è ovvio che sia, ma pur lo riconduca ad un comune Intento orientato all’interesse generale, in altri termini, al “bene comune” del Paese.
E’ stata l’attitudine con cui – come ha ricordato il Presidente – i “padri costituenti” il mattino si scontravano sui provvedimenti di quel particolare frangente politico, il pomeriggio costruivano insieme la Costituzione. Oggi, al contrario, stiamo affrontando un tempo difficile con tutt’altro spirito. Dall’una e dall’altra parte ci si illude di poter costruire fortilizi e, forti ciascuno della propria autoreferenzialita, costruire egemonie impermeabili e contrapposte.
Domenico Galbiati









