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Serve una democrazia costituzionale – di Umberto Baldocchi

Una Alleanza per la Costituzione?

Si è lanciata nei giorni scorsi una possibile definizione  “Alleanza per la Costituzione” per provare a costruire programma,  obiettivi e confini del cosiddetto “campo largo” nella futura contesa elettorale. Poi però le cose si sono inceppate. Sono emerse difficoltà. La definizione stessa, che a molti sembrava naturale, è una definizione piuttosto ambigua o ambivalente ed ha generato diffidenze.  Essa potrebbe indicare tanto la contrapposizione ad una controparte che si delegittima e si suppone “contro” la Costituzione  – mentre la Costituzione è di tutti, anche di chi non la gradisce –  e potrebbe quindi configurare una sorta di “appropriazione indebita” del documento. Oppure essa potrebbe esprimere la volontà di mobilitare i cittadini per far vivere la Costituzione nelle scelte pubbliche valorizzandone gli specifici contenuti programmatici. Come diceva Calamandrei la Costituzione non è una macchina che va in moto da sola. E ogni Costituzione vive solo se opera nelle menti e nelle coscienze, non semplicemente perché essa è legge positiva. Difficile dire in assenza di altri elementi quale sia il vero contenuto.

Ma dietro questa definizione ambivalente e forse  oggettivamente strumentale – un tentativo di stabilire continuità col referendum costituzionale sulla giustizia o un collante tra forze non omogenee?- stanno esigenze vere,  reali ed urgenti.  Non si possono  ignorare i gravissimi problemi  che hanno a che fare con il nostro assetto costituzionale, forse addirittura con la credibilità delle istituzioni in un momento in cui le difficoltà interne e le tensioni internazionali pongono a rischio il futuro ed il presente e richiedono la forza serena e razionale  che possiedono solo i governi sostenuti e difesi dalla convinzione e dallo spirito di abnegazione dei propri cittadini, che non conoscono astensionismo civile.  .

Bisogna però partire dalla base del problema, dalla radice della evidente debolezza delle istituzioni e dello Stato. Tutte le debolezze derivano, credo, da una sorta di scivolamento  della democrazia  che si sta avvicinando sempre di più verso qualcosa che potremmo definire un “dispotismo democratico” per riprendere il termine coniato dagli americani del XVIII secolo per definire la patologia delle giovani  “democrazie” delle colonie americane nel  cosiddetto “critical period” 1783-1787, dopo il conseguimento dell’indipendenza. Il “Minoritarium” come qualcuno propone di chiamare la nuova legge elettorale in preparazione mostra gli esiti inquietanti di questo dispotismo.

Non c’ è oggi nel mondo solo un arretramento delle democrazie liberali sedotte dal “fascino” perverso delle autocrazie e del trumpismo, dall’affermarsi della logica di potenza, non c’è un unico “nemico esterno” da fronteggiare, c’è una corrosione interna delle democrazie liberali che apre la strada ai fenomeni di degrado che tutti denunciano, per la verità con una “etichetta” i cui contenuti non sono spesso chiari, come “populismo”.

In Italia  il problema è nato, va detto, molto prima dell’attuale governo che lo ha solo aggravato.. Già nasceva negli anni novanta, ai tempi di Tangentopoli, quando, ad un certo punto, la società civile ha preteso di affidare soltanto al diritto penale e al sistema giudiziario-  ai “giudici” come usava dire -il ruolo del controllo sociale della difesa della legalità e della tutela della fiducia nelle istituzioni. La politica gradualmente ha iniziato a mutare di senso, non più l’arte del discutere con cognizione di causa e deliberare collettivamente, ma semplicemente, in alto, l’arte di sorvegliare, denunciare,  giudicare e  decidere, in basso, l’arte di scegliere più che i rappresentanti  i “capi” del popolo, una gravissima forzatura purtroppo non percepita, entro un sistema non presidenziale, ma parlamentare.

 Una concezione a- costituzionale della democrazia

A partire dagli anni novanta le tornate elettorali somigliavano sempre più ad una finale calcistica, tra due “capi” invece che tra due squadre, i programmi contavano sempre meno e gli slogan sempre di più. Iniziava così  la “democrazia maggioritaria” in cui ci troviamo da tempo dopo la fase della cosiddetta  “democrazia”consociativa” , dopo “Tangentopoli ”  e la legge elettorale del 1994. E’ una democrazia che forse meglio si direbbe “aritmetico-plebiscitaria”, che vede sempre e comunque solo due parti in gara,  in realtà divenuta gradualmente una democrazia  a-costituzionale  nel corso degli anni. Una democrazia non contro la Costituzione, ma per più aspetti ad essa estranea o indifferente, che non trae più impulso dai suoi principi, cui presta comunque omaggio formale.  Una democrazia che identifica il suo fondamento prevalentemente nella volontà della maggioranza di governo, in ciò che un tempo si diceva “contratto con gli elettori”,  più che nello spirito delle istituzioni, delle norme e della cultura civile che contraddistinguono il nostro documento fondante.

Il  libero confronto delle idee non poteva che cedere al match calcistico delle opinioni contrapposte : la major pars , il “vincente” è sempre la parte che “ha ragione”. Mica vorremmo far governare il “perdente”,  la parte cioè che “ha torto”?   Non è necessario assicurarsi che governi  una major et sanior pars, cioè la parte più numerosa e anche più saggia. Non serve difendersi dalla demagogia di chi “vince” offrendo obiettivi fasulli e strumentali al consenso, per poi archiviarli subito ad elezioni avvenute.  Non pare  necessario organizzare la società in modo che la decisione maggioritaria sia anche la più ragionevole e virtuosa. In questo modo di vedere perciò non contano più le condizioni culturali  civili e istituzionali   in cui il “popolo sovrano” decide , non contano le condizioni – i limiti e le regole-  per cui la sua scelta possa essere davvero la scelta della parte più saggia.  Il tifo elettorale magari preferisce l’analfabetismo civile.

Tutte le leggi elettorali succedutesi dal 1994 ad oggi hanno perciò ossessivamente puntato a garantire il primo aspetto, la “governabilità” intesa come ’esistenza immediata di una maggioranza ben identificabile già il giorno delle elezioni ( magari per sciogliersi poco dopo),  non anche il secondo, finendo per produrre, dopo il 2005, addirittura  normative riconosciute incostituzionali e, motus in fine velocior, sempre più aggrovigliate, confuse, auto contraddittorie e forse anche  inapplicabili de facto. Fino ad arrivare alla trovata di  trasformare una minoranza in maggioranza per presunzione di legge.

Un moderno dispotismo democratico?

Non è allora esagerato definire la democrazia che così si è realizzata un dispotismo democratico, una “democrazia” sui generis  in cui la maggioranza si comporta come un padrone, decidendo un po’ su tutto,  e laddove possibile  cerca di aggirare, subordinare o forzare i limiti costituzionali pur mantenendo deferenza formale alle istituzioni. E’ una democrazia che “ ha rimosso ” la dimensione politica, in Italia soprattutto attraverso la apparentemente innocua  personalizzazione della politica, opportuna o inevitabile per alcuni, dato che essa avrebbe dovuto avvicinare i cittadini alle istituzioni e rinnovare i partiti.

In realtà si è così costituita una sorta di “costituzione” immaginaria- con partiti “immaginari” senza congressi veri e senza dibattiti veri, programmi “immaginari” anche essi  programmi- bandiera. Ed essa  ha espropriato i cittadini di ogni controllo effettivo sull’agenda dei problemi reali del paese riducendo la politica ad una continua competizione elettorale ( i sondaggi ovvero il consenso immediato essendo considerato indice di “vicinanza” al cittadino) e spingendole persone a organizzarsi per costruire il consenso ai “capi” in cui si è riposta fiducia. E per “vincere” una competizione elettorale  non servono certamente più le discussioni sulle idee o l’analisi della realtà ( su cui un tempo si litigava senza fine nei consessi di partito). I programmi ancora esistono  ma sono attentamente calibrati sulle opinioni prevalenti o sulle aspettative dei  followers  delle contrapposte tifoserie. Contano quindi le capacità di comunicare, di appassionare, di coinvolgere, di convincere, di essere affidabili, di proporre modelli identificativi e questi sono anche i parametri divenuti essenziali per selezionare le elites dirigenti. Al centro, a destra e a sinistra.  Un buon leader politico-  come tale “certificato” dai commentatori ufficiali- è un leader efficace nella comunicazione, che sa esibire sicurezza, affidabilità, decisionismo. Il “resto”- competenze politiche giuridiche, dialettiche- conta decisamente molto meno.

Nella politica personalizzata, come nell’ Italia dell’ Ottocento, si eleggono non gli uomini che hanno costruito le loro competenze o le hanno dimostrate nei partiti, ma i  “notabili” accreditati mediaticamente. Un tempo le persone più note e importanti della città, il grande avvocato, in grande industriale, il notaio, il grande proprietario e via dicendo,   oggi dei  notabili  senza competenze specifichepersone sempre  “prestati” alla politica, come candidamente si ama dire. Da  una parte un notabilato mediatico messo a disposizione all’inizio dal noto network televisivo privato (Berlusconi), dall’altra un notabilato istituzionale, per cui si proponevano al Parlamento  persone già ben inserite nelle istituzioni e non ancora in Parlamento ( Prodi), e più tardi addirittura un  notabilato dei social (Movimento 5 stelle alle origini).

Tre grandi aree all’interno delle quali si collocavano nuovi “partiti” (o piuttosto Comitati Elettorali permanenti) ed emergeva, di solito al “centro”, una proliferazione ininterrotta di “partitini” politici- molto più numerosi che al tempo di Tangentopoli e del biasimato sistema proporzionale- molto spesso personali ( intestati a leader di solito autonominatisi o legittimati da un casting mediatico svoltosi nei salotti televisivi )  di durata ogni volta precaria, ma animate da forte “coazione a ripetere” derivante da indubbie capacità trasformistiche, partitini il cui motto grottesco potrebbe essere “le idee, o le “etichette”,  passano e gli uomini restano” rovesciando il noto motto di Giovanni Falcone.

Obiettivo essenziale dei sistemi elettorali utilizzati era avere una maggioranza di governo  non derivante da accordi e compromessi ( cioè da un confronto e un dialogo concreto e vincolante) ma una  “maggioranza uscita dalle urne”, identificata semplicisticamente con la espressione della volontà del popolo medesimo, quella maggioranza per cui i rappresentanti del popolo sembrano fantasticare  di essere il popolo stesso e tradiscono impazienza e disgusto  al minimo segno di opposizione. Si apriva la strada  ad una rappresentanza autoreferenziale che ha finito per essere una maggioranza di autonominati, una casta che cerca, al governo o all’opposizione, di conservare  il “diritto” di auto-legittimarsi. Un nuovo inedito “dispotismo democratico”.

Come definire diversamente una democrazia che ha utilizzato, dal 2005 in poi, leggi elettorali riconosciute incostituzionali dalla Corte Costituzionale, poi  riviste e persino riformate in peggio, una democrazia che presenta alle elezioni candidati selezionati da segreterie ristrette, che limita in modo sempre più evidente la libertà e persino l’eguaglianza del voto previste dall’articolo 48 della Costituzione?  Come definire  una democrazia in cui i rapporti economici che non riescono a garantire ai lavoratori privati o pubblici salari che siano in grado di assicurare il minimo della dignità e sono, secondo il FMI, il paese fanalino di coda nella crescita mondiale per il 2027 l’ultima di trenta delle principali economie mondiali un paese che e stato fino a poco fa una delle più forti potenze manifatturiere?    E’ evidente che l’  abisso impressionante che separa ormai Paese reale e Paese legale non può essere che il prodotto di governi  e, ancor prima, rappresentanti, che sono “padroni” dei cittadini, non più servitori delle istituzioni, persone cui sta a cuore il progresso complessivo del Paese. (Segue)

Umberto Baldocchi