Ritorno al Giardino dell’Eden? – di Domenico Galbiati
Transumanesimo e postumanesimo – ne discute Papa Leone, nella sua prima lettera Enciclica – addirittura ricerca dell’ immortalità digitale.
Percorsi sostenuti dalla presunzione dell’uomo di potersi fondare da sé e su di sé, per rivendicare ed affermare la propria radicale autonomia, la persuasione di bastare a sé stesso. Per sottrarsi ad ogni relazione originaria ed ontologicamente costitutiva di dipendenza da una qualunque “entità” – sia il Creatore o piuttosto la Natura – che lo preceda e rappresenti un alveo da riconoscere e da rispettare. Quindi, nel contempo, un vincolo, un freno ed un limite alla sua pretesa di libera, piena ed incondizionata, realizzazione di sé. Che non è esattamente quella libertà , che, al contrario, prende il via dal distacco dall’ invadenza petulante del proprio “io”.
Insomma, la vita non piu’ come “dono” quindi, a sua volta, da donare. Qualcosa di inatteso e di sorprendente, di cui stupirsi ed essere riconoscenti e grati, fondata su un rapporto che la impegna a concepirsi, a sua volta, nella sua stessa essenza, in quanto necessaria dimensione di relazionarieta’. Replicando lo stesso atto di dono che la crea e la costituisce, nella stoffa più profonda di sé. A suo modo ed a sua volta, sia pure in tutt’altra declinazione derivata, creatrice e manifestazione di altra e nuova vita.
La persona, al contrario, ad un tempo, come soggetto ed insieme oggetto della sua stessa azione. Il cui sguardo, irrevocabilmente, si riverbera e ricade su di sé e fa del proprio “Io”, l’unico attore ed, ad un tempo, il prigioniero di una vita che, anziché “andare oltre” e trascendere il finito, si chiude in una circolarità che perennemente si rovescia all’ indietro. Insomma, la vita, intesa, piuttosto che, come dono, come possesso autoreferenziale ed esclusivo.
In fondo, è questa la matrice del “peccato originale”, che ne sottende ogni altro, comunque si manifesti. Il sottrarsi orgoglioso e pieno di sé alla fiducia dovuta all’ ordine del creato. La pretesa di conoscere il bene ed il male, cioè farsi “dio” e possedere pienamente, a monte della stessa propria essenza, l’ “essere” in quanto tale.
Il transumanesimo, in sostanza, risolve e dissolve l’ uomo in una sorta di “meccano biotecnologico” che si può maneggiare, migliorandone le prestazioni, riprogettandolo, incrementandone la durata, cui pure, infine, va riconosciuto un ultimo, non superabile approdo conclusivo. Si sposta avanti la scadenza, ma poi comunque cala il sipario. Eppure, c’è nell’interiorità di ognuno, una pulsione vitale tanto impellente, da far sì che anche questa frontiera, apparentemente invalicabile, venga messa in discussione e si vagheggi l’immortalità digitale, sia pure l’uomo al silicio, piuttosto che al carbonio.
Si vuole sconfiggere l’ “ultimo nemico”, la morte, vivere in eterno e, nel contempo, fare a meno di Dio.
Ma è davvero così? Oppure questa foga di “andare oltre” la soglia dell’umano, questo competere e sfidare perfino la morte – progetto che si vorrebbe affidare alla scienza ed alla tecnica – che cosa attesta, infine, se non quella insaziabile fame di “assoluto”, quel tendere costante e mai compiuto all’ infinito, da cui non possiamo prescindere, a meno di accettare una mutilazione dolorosa ed un sostanziale tradimento della nostra vita e delle sue ragioni ? Non si tratta, se così si può dire, di una insopprimibile voce profonda? Che, ove negata, si esprime attraverso tentativi, destinati ad un inevitabile scacco, di “immanentizzare” la trascendenza ? Cioè, smarrita questa dimensione senza la quale la vita si accartoccia, insipida ed incolore, su di sé, non cerchiamo, forse, in tutti i modi, di costruirne dei surrogati, secondo l’ abusato ricorso al “vitello d’ oro”?
La trascendenza non ha a che vedere solo con una concezione religiosa della vita. Appartiene ad ognuno ed è l’arco di volta fondamentale che da’ ragione dell’ essenza umana. Il suo smarrimento è la comune radice di fondo delle crisi, pur disparate, che ci attraversano. Non è un po’ come se il progresso incalzante delle tecnologie applicate alla vita – sia nel suo profilo biologico che in quello cognitivo – ci stesse rinviando, in un certo senso, al giardino dell’ Eden? Cioè, un’ altra volta di fronte all’ albero della conoscenza del bene e del male e ci fosse posta la stessa domanda delle origini: se riconoscerci in una incondizionata relazione d’ amore oppure accampare la pretesa di salvarci da soli ? E se fosse così – in qualche modo riportati all’ essenziale di ciò che siamo, nel senso più radicale del termine – non vorrebbe dire che viviamo un momento straordinario della vicenda umana, come se ricominciasse un suo nuovo cammino ?
Domenico Galbiati