Quando la destra ti frega due volte – di Giancarlo Infante
Un tempo la destra – intesa in senso ampio, cioè come sistema verticistico istituzionale, politico ed economico e che, pertanto, da ora in avanti indicheremo spesso tra virgolette – trascinava i ceti popolari nelle guerre decise dai sovrani: conflitti per onore, confini, prestigio. Oggi la sua essenza non è mutata, si è solo aggiornata: la “destra” è il volto politico di quei meccanismi finanziari e speculativi che dominano il mondo. E quando parliamo di emigrazioni dimentichiamo spesso quanto esse si fondino anche sulle disuguaglianze e gli stridenti squilibri mondiali, sulla rottura delle organizzazioni sociali locali dell’Africa e di altri parti del mondo provocate dal colonialismo, dallo sfruttamento delle risorse locali da parte delle multinazionali occidentali e le guerre che vi continuiamo ad esportare o che non ci impegniamo ad impedire.
Oggi i conflitti sono spesso accompagnati da ciò che si presenta sotto le spoglie di bolle finanziarie, crisi sistemiche e avventure geopolitiche. Ma il risultato è identico: fame, disoccupazione, precarietà, paura. E ogni volta, la “destra” riesce a trasformare il disastro in consenso, promettendo ordine e identità a chi ha perso tutto.
Il doppio inganno
La “destra” frega due volte. Prima, con le scelte che portano a guerre, a speculazioni, a politiche che favoriscono solo la rendita finanziaria e non produttiva. Poi, con la narrazione che ne segue: populismo, disciplina, sicurezza, identità. Così il popolo minuto ed indeterminato, dopo aver pagato duramente, diventa anche il suo principale campo di raccolta di voti.
È accaduto cento anni fa, dopo la Prima guerra mondiale che non finì nel 1918. Si chiuse, sì, un fronte militare, ma restarono aperte gran parte delle criticità politiche ed economiche che avevano originato il conflitto. E così, la successiva Seconda guerra mondiale fu, in larga parte, il prolungamento di una partita che le élite non avevano saputo, o voluto, chiudere. E nel frattempo, si era presentata la grande depressione degli anni Trenta con il crollo dei mercati, la disoccupazione di massa e la miseria diffusa. Un vuoto istituzionale e politico in cui s’incunearono fascismo e nazismo espressione di quel mondo finanziario, industriale e agrario, che la Prima guerra mondiale aveva alimentato, e che preparava la successiva. Presero il potere con la promessa dell’ordine, ma utilizzando il disordine per provocare il quale trovarono la manovalanza necessaria in chi era stato mandato al fronte e, poi, abbandonato alla fame. La “destra”, allora, fregò i ceti popolari due volte: prima con la guerra, poi con la dittatura.
Mutatis mutandi, in un contesto che tiene conto di altre, forse più numerose, e sicuramente più complesse questioni sociali, molto di simile sta accadendo oggi come conseguenza delle ricorrenti esplosioni di bolle finanziarie e delle crisi bancarie degli anni 2000, la pandemia del Covid, la guerra russo‑ucraina e quella con l’Iran. Ancora adesso, ogni emergenza diventa terreno per consolidare il potere di chi quelle crisi le ha provocate, o non le ha saputo gestire, al pari di come fa l’incombere della paura scatenata.
A questo meccanismo si aggiunge oggi il paradosso dei social media. Venduti come il culmine della democrazia partecipativa, si sono rivelati in realtà l’apparato tecnologico-finanziario più potente e, alla fin fine, più verticistico della storia. Lungi dall’essere popolari, nel senso di democratici, questi strumenti creano ricchezze smisurate nelle mani di pochissime élite digitali, accumulando un potere tale da sfidare persino i governi e orientare il sentire dei popoli. Dietro la promessa di una voce concessa a tutti, si nasconde la realtà di un sistema che trasforma le relazioni umane in dati, in algoritmi fondamentali per alimentare la polarizzazione necessaria a chi vuole governare attraverso la paura. Non c’è partecipazione, in questo modello, ma solo la somministrazione di una conflittualità permanente che serve a tenere il popolo diviso, parcellizzato in una miriade infinita di solitudini e di individualismi, e, dunque, molto più facilmente governabile.
La sinistra e la “società dei due terzi”
Il problema è che le società, ed anche le forze progressiste, di fronte a questi cicli, reagiscono smarrendo loro stesse. La stessa sinistra invece di tornare ai propri fondamenti — lavoro, equità, solidarietà — si avviluppa nella difesa dei diritti individuali, non adeguatamente occupandosi dei diritti sociali più generali. Difende spesso cause giuste, ma non parla più al popolo. E non riflette sul fatto che l’astensionismo colpisce ed interroga essa stessa. Così come accade a tutte le altre culture e forze politiche che si dicono né di destra né di sinistra. Interpella tutti, ma nessuno riesce a rispondere.
La “società dei due terzi” – quella fascia di cittadini che vive di lavoro, di quello dipendente e di quello autonomo, di piccola impresa e libera professione, quel mondo che paga le tasse per tutti gli altri – resta senza voce e, troppo spesso, si ritrova senza interlocutori politici. Se la “destra” strumentalizza con una risposta corporativa, gli altri non sanno declinarne le esigenze civiche e sociali, non sanno dialogare con chi produce, ma non è grande capitale, con chi lavora, ma non è operaio. E così è perso il contatto con la realtà popolare che si dovrebbe rappresentare, dopo aver spesso lasciato per strada ampie fette del mondo del lavoro, in cui ci sono anche tanti piccoli imprenditori, anch’essi senza rappresentanza. E la sinistra non riesce a parlare con quel ceto medio guardato spesso spesso con diffidenza, come se fosse composto dall’antica categoria dei “piccolo borghesi” e da quella più moderna dei “non abbastanza progressisti”. In realtà, sono proprio loro a subire le crisi due volte: come produttori, quando l’economia si ferma; come cittadini, quando la politica li esclude.
Quando la sinistra smarrisce la dimensione del sociale e si rifugia nella esaltazione e difesa dei diritti individuali, lascia campo libero alla destra politica populista. La “destra” si appropria del linguaggio del popolo, lo piega alla paura, e lo usa per legittimare politiche che lo danneggiano. È un meccanismo antico, ma sempre efficace: parla al popolo, la sinistra parla di princìpi. E la “società dei due terzi” finisce per essere organizzata dalla “destra”.
Una lezione dalla storia
Karl Polanyi scriveva che “la società di mercato si autodistrugge quando l’economia diventa il fine e non il mezzo”. Hannah Arendt ricordava che “il disordine economico prepara il terreno alla menzogna politica”. E Norberto Bobbio ammoniva: “La destra promette ordine, ma lo costruisce sull’ingiustizia.”
Parole oggi più che mai attuali. Perché il mondo progressista inteso in termini di cultura politica e sociale – di cui fanno parte anche i popolari – se vuole tornare a essere forza autenticamente genuina e spendibile, deve ricominciare dal lavoro, dalla produzione, dalla comunità. Non basta difendere i diritti dei singoli: serve tornare ai diritti sociali, quelli che tengono insieme parti più ampie della società.
Conclusione
La “destra” frega due volte, abbiamo detto. Ma vediamo come la sinistra spesso si lasci fregare da se stessa. E il sistema bipolare in cui si è voluto ingabbiare l’Italia – a dispetto di ciò che si muove autonomamente nella realtà economica e civile – finisce per fare un’altra vittima eccellente. E cioè tutto quel mondo che non intende più sostenere il gioco che oramai dura da più di trent’anni. E questo anche perché molte di quelle forze e personalità che dicono di voler creare un’area centrale sulla base di una vera deideologizzazione della gestione della cosa pubblica e della lotta politico parlamentare non hanno la cognizione di cosa significhi oggi il popolo, delle sue esigenze e delle sue attese.
In questi trent’anni di bipolarismo il cosiddetto “centro” – o aspirante tale, che poi si dimentica di essere tale al momento della formazione delle liste elettorali in casa altrui – non ha consapevolezza della necessità di definire, o cominciare dalla definizione, di un’area o più aree sociali di riferimento. E molti che si dicono popolari dimenticano che una delle più importanti, significative e vincenti caratteristiche del popolarismo sturziano e degasperiano era quello di dimostrare una capacità programmatica, coniugando le grandi suggestioni della politica, delle visioni economiche e di quelle internazionali con una risposta alle necessità concrete della gente. E sappiamo benissimo oggi quanto ciò sarebbe necessario a fronte delle tante questioni aperte, ma non risolte, presenti sul tavolo della politica italiana.
La pace, il riarmo, la difesa del welfare, la giustizia sociale da raggiungere con una politica fiscale che ripari torti e superi le disuguaglianze, la capacità di investire in innovazione e formazione professionale, l’impellenza di snellire la vita pubblica e dare più efficienza alle istituzioni, anche liberandole da quel fardello sempre più pesante rappresentato dal costo della politica che non è più basata sul generoso impegno di servizio, ma è diventata professione e ricerca di facile guadagno che, altrimenti, non si raggiungerebbe.
E il “centro” di cui si parla non valutandone bene contenuti, caratteristiche ed atteggiamenti – e che non è la mera ricerca di un “cuscinetto, di una interposizione da creare tra gli altri blocchi contrapposti – non esisterà mai fino a quando non convincerà di essere cosa reale per il popolo reale.
Giancarlo Infante