Provare a disarmare lo scontro – di Domenico Galbiati
Il risultato del voto referendario è importante. Ambedue gli schieramenti – anche i vincitori, appena finito di brindare, tengano conto che vale pure per loro – dovrebbero aver compreso che i conti, in fin della fiera, si devono pur sempre fare con l’Italia e con gli italiani. I quali, anche quando sembrano lontani e straniti, non si lasciano mettere in saccoccia da nessuno ed appena si tocca un punto davvero nevralgico, in buona misura rispondono alla consegna del dovere elettorale cui sono chiamati.
Ad ogni modo, l’ esito elettorale offre, in primo luogo, ad ambedue gli schieramenti l’opportunità di “normalizzare” i rapporti, riportandoli nell’alveo di una dialettica corretta che ridia, se non serenità, una certa compostezza alla vita politica del Paese. E, in secondo luogo, ci libera dal cappio e dal ricatto politico e morale del cosiddetto “voto utile”.
A due condizioni. La prima: che la sinistra, invece di farsi moderare dal centro, si moderi da sola. Recuperi seriamente la vocazione popolare che ha colpevolmente buttato alle ortiche e lasci perdere la cultura radicale, che nulla ha a che vedere con la sua tradizione. E cosi il massimalismo ideologico e movimentista di alcune componenti del cosiddetto “campo largo”, che contraddicono ogni cultura di governo.
La seconda: che la destra si faccia convinta che, finche’ dura, le tocca governare questo Paese e non un altro
idealmente sognato, secondo un “amarcord” ideologico, privo di prospettiva. Deve, cioè, comprendere ed ammettere schiettamente, sinceramente, senza retro pensieri – concesso che ne sia capace – che decenni e decenni di vita costituzionale e democratico hanno tracciato un solco profondo nella storia del Paese e nella coscienza civile degli italiani. Dal quale non si può prescindere. Né si può tornare indietro. Neppure volendolo.
Nessun governo, a meno che intenda imporre una rottura espressamente rivoluzionaria, può governare un Paese, in un certo senso, contro sé stesso, cioè a prescindere dalla comprensione e dalla consapevolezza di sé che ha maturato nel decorrere della sua storia. L’ Italia è un Paese libero e democratico, che ha imparato, esercitandola sul campo, ad apprezzare il valore della libertà e, come più volte dimostrato, ama la “sua” Costituzione. Detto altrimenti, Giorgia Meloni si renda conto che – se vuole davvero sintonizzarsi con il Paese, anziché presumere di poterlo dominare – deve abbandonare ogni suggestione trumpiana ed autocratica e tornare cordialmente e convintamente nel
concerto dell’ Unione Europea. E metta, pure, in un cassetto chiuso a doppia mandata ed una volta per sempre
ogni velleità di attacco alla Costituzione, a cominciare dal “premierato”. Né si renda disponibile a disarticolare l’ unità del Paese, per compiacere la Lega e pagare il prezzo del suo sostegno parlamentare. Prenda atto che per nessuna forza è più tempo di “egemonia”, ma piuttosto di dialogo e confronto. Se possibile di ascolto e perfino, sia pure tra forze di differente matrice, di reciproca fecondazione nel “discorso pubblico”, ispirato a quell’ “agire comunicativo” di cui ci ha detto Jurgen Habermas.
L’ Italia non ha bisogno di avventurose ed improbabili fascinazioni nazionaliste, ma, se mai, di una destra tanto conservatrice, quanto democratica e costituzionale, che concorra al complessivo equilibrio politico del Paese. Ed è piuttosto questa la “rivoluzione” che legittimamente si aspetta anche da Giorgia Meloni e dai suoi fratelli, a prescindere dalle variegate sfumature cromatiche che presentano, nella gamma di colori plumbei.
In quanto alla giubilazione del “voto utile” c’è da rifletterci seriamente e tornarci su in una prossima occasione.
Domenico Galbiati









