Prendersi cura dell’organizzare la cura: il valore della Rete nella terapia del dolore – di Rosapia Farese
Dopo aver riflettuto sul significato profondo delle cure palliative come espressione autentica dell’umano, l’approvazione del Piano di Rete di Medicina e Terapia del Dolore segna un passaggio decisivo: trasformare quella visione in un sistema concreto, strutturato e accessibile.
La Regione Lazio, con questo provvedimento, compie una scelta chiara: riconoscere il dolore non solo come sintomo, ma come condizione che impatta profondamente la qualità della vita e la dignità della persona. Non a caso, il Piano si fonda su un approccio bio-psico-sociale che integra dimensione clinica, psicologica e relazionale, ponendo al centro il paziente nella sua interezza.
Il valore innovativo della Rete risiede nella sua capacità di superare la frammentazione. Non più percorsi isolati, ma un sistema integrato che collega medicina generale, servizi territoriali e centri ospedalieri ad alta specializzazione. Un modello che garantisce presa in carico continua, personalizzata e proporzionata alla complessità del bisogno, rendendo concreta quella prossimità della cura che è alla base dell’umanizzazione della sanità.
Fondamentale è la multidisciplinarietà: medici, psicologi, fisioterapisti, infermieri e assistenti sociali lavorano insieme in équipe, condividendo decisioni e responsabilità. È qui che la cura diventa davvero relazione, perché il dolore non è mai solo fisico, ma coinvolge la persona nella sua totalità.
Altro elemento centrale è la costruzione di percorsi assistenziali strutturati, con accessi facilitati, monitoraggio costante e utilizzo di strumenti innovativi come la telemedicina, che consente continuità e vicinanza anche a distanza. Un’organizzazione che non si limita a curare, ma accompagna, educa e sostiene il paziente lungo tutto il percorso.
Non meno importante è il sistema di monitoraggio e valutazione, che introduce indicatori di qualità e strumenti come i PREMs per ascoltare direttamente l’esperienza del paziente. Un segnale forte: la qualità della cura non si misura solo in termini clinici, ma anche nella percezione di dignità, ascolto e sollievo.
In continuità con il senso profondo delle cure palliative, questo Piano rappresenta quindi un’evoluzione culturale prima ancora che organizzativa. Perché se le cure palliative ci insegnano come stare accanto, la rete della terapia del dolore ci insegna come farlo in modo equo, strutturato e sostenibile.
In questa direzione, la costruzione di reti di cura integrate e centrate sulla persona diventa espressione concreta di una società che sceglie di umanizzarsi, riconoscendo nella dignità, nella relazione e nella responsabilità condivisa i pilastri del bene comune.
Rosapia Farese









