Peter Thiel, la tecnica e la nostalgia del “Divino” – di Domenico Galbiati
Cosa si nasconde nelle pieghe del “transumanesimo”? Non dà conto, ad un tempo, di una speranza e di un’ attesa, ma anche di una nostalgia ? Non rappresenta il tentativo, si potrebbe dire, di “immanentizzare” la trascendenza? L’incontenibile bisogno e, ad un tempo, la vana speranza di riprodurre , nelle maglie del contingente quotidiano – poiché per vivere non possiamo farne a meno – l’ avventura incessante e necessaria dell’ “andare oltre”, incontro a quella dimensione “ulteriore” che per noi fa tutt’ uno con la vita. Dimensione irrinunciabile perché è costitutiva della nostra sostanza umana ed, infatti, rappresenta l’ unico luogo in cui ogni cosa trova il proprio senso compiuto ed i mille versanti della nostra alienazione si ricompongono.
L’ Anti-Cristo sarebbe, dunque, secondo Peter Thiel, chiunque si frapponga al progresso della tecnica. Quest’ultima, pertanto, e la “volontà di potenza” che essa incarna, rappresentano l’ Eden nel quale, dopo un così lungo e sofferto esilio, stiamo tornando ?
A Thiel, in fondo, dovremmo, però, essere grati. A suo modo – attraverso un pensiero contorto e gli approdi inaccettabili dei suoi sviluppi – ci sta dicendo qualcosa di importante e che va compreso. Ci segnala che il problema della tecnica e delle sue frontiere più avanzate, prima che di carattere pratico ed applicativo ai vari contesti della vita sociale, è di ordine antropologico e spirituale, finanche’ teologico.
La tecnica dice di noi, prima e più che non di sé. In effetti, la radice ultima della crisi epocale che attraversiamo, la ragione comune ai suoi mille e differenti versanti sta in quella mutilazione dell’ “umano” che sempre sanguina e lo debilita ed è rappresentata dalla ferita e dallo smarrimento della trascendenza. Dimensione, beninteso, che non ha necessariamente a che vedere con una concezione religiosa della vita, ma è comune a tutti e precede lo stesso
dono della fede, il credere o il non credere.
Ha ragione l’ ex-banchiere Eric Salobir, padre domenicano ed autore del libro “Dieu et la Silicon Valley”, quando sostiene che esattamente qui, nel cuore del “digitale”, c’è sicuramente una “sete spirituale”, nata sulle rovine delle utopie che negli anni Sessanta hanno coltivato l’ideale di superare l’ imperfezione del mondo ? E così quando afferma che nelle tecnologie più avanzate c’è qualcosa di “magico”, quasi che ci restituiscano quella dimensione del mistero di cui la scienza ci ha privati, disincantando il nostro sguardo sul mondo ? Ma se la crisi è spirituale, ogni altra considerazione va preceduta dal decidere quale debba essere l’ atteggiamento di fondo con cui la affrontiamo.
E qui ci giungono a conforto la serenità e la pacata fermezza delle parole – su queste pagine, vi abbiamo già fatto ricorso – con cui Papa Giovanni, l’ 11 ottobre 1962, aprì il Concilio Ecumenico: “….ci vengono riferite le voci di alcuni che, sebbene accesi di zelo per la religione, valutano però i fatti senza sufficiente obiettività, né prudente giudizio.
Nelle attuali condizioni della società umana, essi non sono capaci di vedere che rovine e guai…. A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura che annunciano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo. Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’ umanità sembra entrare in nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini e spesso al di là delle loro aspettative…”.
Domenico Galbiati









