Perchè il bipolarismo non fa per l’Italia – di Giancarlo Infante

Perchè il bipolarismo non fa per l’Italia – di Giancarlo Infante

È la questione delle questioni nella discussione degli ultimi 40 anni. Quella della presunta dicotomia tra governabilità e rappresentanza. Un tema su cui ci si è accapigliati. Senza mai risolvere niente e senza rispondere alla domanda se veramente questo sia il problema centrale per il nostro Paese. O se il tema non sia circondato, invece, da una sorta di ambiguità, da una sommatoria di interessi in competizione, dalla tendenza a semplificare le dinamiche di un grande e complesso paese e delle sue istituzioni. E la domanda preminente finisce per interrogare su quale sia il significato più profondo della politica, visto che ci si è intestarditi con il provare a dipanate una questione tanto cruciale affidandosi solamente ai sistemi elettorali d’impronta bipolarista da cui si aspettavano risposte salvifiche.

E leggo sempre con interesse le riflessioni di Nino Labate sul “bipolarismo” – lui lo chiama “sano” bipolarismo” – e sulle possibili vie per dare all’Italia una nuova stagione di alternanza politica. Anche un suo ultimo intervento (CLICCA QUI) riguarda la validità del sistema nato trent’anni fa sulla base della assoluta certezza che possa esistere una tecnica elettorale magica in grado di assicurare la governabilità. Governabilità, per altro, mai mancata all’Italia dal 1945 in poi, per un esteso arco di tempo durante il quale, fortunatamente, c’era la politica.

Devo scusarmi con lui e con i lettori se le riflessioni che seguono costringono -nel caso interessino – ad una lunga digressione. Ma si tratta di temi che non possono essere affrontati come se fossimo in procinto di consumare con un sorso frettoloso un espresso ridotto, bensì preoccupandosi di un calice di rosso da meditazione. E questo richiede che su taluni riferimenti si debba ritornare più volte.

Sono tre decenni che l’assunto di partenza del ragionamento sul bipolarismo si scontra con un dato di fatto: l’Italia moderna non è mai stata – né per storia, né per struttura sociale né per un dato culturale, e tantomeno antropologico – un Paese bipolare al quale meglio si adatterebbe il sistema elettorale “maggioritario” diretto ad offrirci solo due campi contrapposti.

La realtà effettuale della cosiddetta Seconda Repubblica, infatti, ci ha  mostrato numerosi governi precari e coalizioni mantenute in vita in modo forzato, perché nessun blocco politico di maggioranza è mai stato totalmente omogeneo. E lo stesso ragionamento è sempre valso per la coalizione contrapposta. La dura – talvolta persino volgare – contrattazione tra le forze di governo, necessaria per la formazione iniziale degli esecutivi succedutisi negli oltre quarant’anni di durata della cosiddetta Prima Repubblica, è diventata una regola quasi quotidiana. O, almeno, è tale sui principali punti che caratterizzano le scelte governative.

Si intendeva rispondere al fatto che, nel corso dei 40 anni della cosiddetta Prima Repubblica, abbiamo avuto circa un governo all’anno, ma senza che ciò portasse alcun nocumento allo sviluppo sociale ed economico. Il quale, anzi, non ha mai raggiunto un tale livello nella storia vecchia e nuova del Paese. E c’è quindi da domandarsi quanto quel criticato sistema – persino i famosi “governi balneari” – non facessero parte di una cultura politica- oramai persa – permeata di mediazione, di tentativi di muoversi in una direzione e poi di un’altra, alla ricerca di soluzioni che la realtà effettuale del Paese richiedeva in quel momento, non decenni dopo. Ma allora era la politica a decidere in una visione alta e costruttiva. Che teneva conto del conflitto o della collaborazione tra gli interessi. E guidava il processo, non ne era guidato.

Di converso, pure l’esperienza del Governo attualmente in carica ci ha fatto assistere ad oltre tre anni impegnati per soddisfare – ma in maniera fallimentare – il raggiungimento dell’obiettivo dei tre “pilastri” legislativi su cui trovava le premesse l’accordo di maggioranza e, quindi, della governabilità. Autonomia differenziata – per accontentare la Lega; Separazione delle carriere, appena bocciata dagli italiani – voluta da Forza Italia; il “Premierato” per i Fratelli d’Italia che non ha visto la luce e che, sulla base dei risultati del Referendum appena fatto, finirà molto probabilmente nel cassetto della scrivania di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. Possiamo parlare di una governabilità e forza di governo risolte in un fallimento totale, a dispetto di una maggioranza soverchiante in entrambi i due rami del Parlamento. Una bocciatura concettuale dell’idea della governabilità basata sul maggioritario e sul bipolarismo. Con l’idea di governabilità gestita come l’ha gestita il centrodestra, dovrebbe essere riconosciuto che è stata sconfitta una intera politica.

I politologi sono troppo affascinati dalle cose che scrivono, e per l’iperuranio di carte in cui vivono, per esaminare le evidenze scientifiche più che dare peso all’astrattezza delle loro teorie. Anche in politica vale la legge che, in primo luogo, una pianta si giudica dai frutti che produce. Il resto è, spesso, del tutto superfluo e serve solo a riempire le agiografie.

Del resto, le condizioni in cui sono ridotte anche le due grandi coalizioni elettorali attuali parlano da sole. E, al di là di una “tenuta” necessitata dei governi, il cui prezzo è quello della rinuncia, spesso, alla coerenza e alla dignità politica – e quindi anche dignità ed immagine degli italiani nel mondo – la scelta del sistema maggioritario utilizzato come scorciatoia verso la stabilità si è rivelato sostanzialmente fallimentare. Per altre cose – e per qualcuno – è stato, sì, utile, ma questo è un altro discorso di cui pagano la conseguenza molto ceto medio e le fasce sociali più povere. E se una valutazione sintetica la si volesse già fare potremmo constatare come la stagione iniziata trent’anni fa è, in effetti, servita molto ai grandi poteri finanziari, alla finanza non produttiva e ad accrescere disuguaglianze.

Perché sempre a voler volare basso, sarebbe semplice comparare i risultati raggiunti dall’Italia tra il ’45 e il ’93 con quelli dei tre decenni successivi. Ancora una volta siamo costretti a considerare come da quarta potenza industriale al mondo – risultato raggiunto nel 1990 – siamo finiti nelle retrovie. Ma lo stesso non è accaduto ai nostri diretti competitori europei, Francia, Germania e Regno Unito, rimasti là da dove noi ci siamo distanziati. Loro, nel frattempo, non hanno cambiato sistema elettorale. E a chi considerasse banale questa comparazione ci limitiamo a rispondere che il nostro sistema di voto ha prodotto una profonda dicotomia tra istituzioni e politica e la società reale, non quella rappresentata da politici sempre meno preparati e da giornali sempre meno letti. Ha finito per creare più disarticolazione sociale con la progressiva esclusione di parti sempre più consistenti delle forze dell’economia e del lavoro.

Ha interrotto – sempre per restare al mondo del lavoro – quella cogestione che sostanzialmente ha caratterizzato il boom degli anni ’50 e ’60 ed  il successivo processo di trasformazione economica innescato dopo gli anni ’70 in tutto il mondo. La cesura tra politica e territori ha significato un danno per il tessuto economico fatto in grandissima parte di piccole e medie aziende. Quelle privatizzazioni che fino agli anni ’90 non sarebbero state oggettivamente possibili si sono trasformate in una cessione secca di capacità produttiva ed industriale. E la distanza tra politica e realtà locale ha favorito un altro fenomeno le cui conseguenze furono sottovalutate a suo tempo, come fu quello della fede cieca nell’elefantiasi bancaria perseguita, però, con la distruzione di un grande reticolo di banche locali davvero prossime alle aziende di ogni dimensione.

Del resto, per ottenere una trasformazione dell’Italia – ma in senso negativo – era necessario superare i partiti popolari di un tempo, reali portatori di interessi economici e sociali. La presenza dei quali doveva essere sostituita da una politica più debole, da organizzazioni non strutturate al cui posto potessero subentrare meri carrozzoni elettorali. Le vicende berlusconiane e prodiane questo lasciano alla storia.

L’istinto proporzionale

Fin dall’Unità, la rappresentanza politica italiana è nata sul pluralismo degli interessi, delle culture e delle tante facce attraverso cui si presentava l’articolazione sociale. Le prime divisioni di allora – tra Destra e Sinistra storica – furono da subito attraversate da mille sfumature locali, economiche e di cultura politica; e a mano a mano che il corpo elettorale si veniva allargando, sempre più si doveva riconoscere l’esistenza di una società fatta da tante Italie; da un reticolo di comunità, identità, tradizioni e linguaggi differenti; da territori autonomi la cui forza restava intatta anche se, nel Parlamento, sembrava di assistere ad in un confronto che coinvolgesse solo due blocchi contrapposti. Del resto, la nostra Penisola è stata per secoli divisa in staterelli, principati e regni. Taluni, e a lungo, persino governati da monarchi stranieri. Centinaia erano i dialetti e le espressioni gergali. Almeno 20 le cucine, quante sono le regioni che la compongono. E sarà un caso se da noi sono nate le prime Università della storia – tendenti all’autogoverno in quanto entità a sé – e sempre forte è stato il senso del Comune e della municipalità, intese come primordiale istinto sia di comunità, sia come istituzione?

In questo mosaico, dopo la fine del fascismo – di per sé cultura statolatrica dell’omogeneizzazione forzata – la proporzionale ha svolto per decenni la funzione essenziale di dare voce ad una parte ampia delle componenti sociali. La Democrazia Cristiana s’impose anche per il suo interclassismo e la capacità di rappresentare, ed equilibrare, il ruolo di tutti gli interessi e le voci emergenti negli ambiti locali. Gli avversari denunciavano il clientelismo – che non mancava, certo – ma la sostanza politica e sociale era quella del soddisfacimento del criterio di rappresentanza mediato con quello della governabilità effettuale, e ragionevolmente possibile. E nonostante le difficoltà del dopoguerra, e la ferrea divisione del mondo in due, è stato possibile vedere come – a partire dalla Costituzione – ci fosse un continuo concorso di voci, per quanto tra di loro alternative e, persino, animate da ostilità esplicita e dichiarata. Le voci del socialismo riformista, ma anche del comunismo, e poi del liberalismo – che ha avuto tante sue sfumature, da quella classica, a quella riformista, al liberalismo sociale –  e dell’azionismo. E poi, ancora, quelle delle tante espressioni del cattolicesimo politico, del mondo autonomista e del radicalismo. Tutte ebbero la possibilità di mettere in campo la propria storia, il proprio patrimonio, le proprie ambizioni. E successivamente, si aggiunsero quelle dell’ambientalismo e, financo, del neofascismo, dei proto – populismi, del populismo vero e proprio e del separatismo leghista.

E fu grazie alla particolare forma di pluralismo assicurata dalla Costituzione italiana e dalla cultura politica dell’Italia del Novecento – che, in fondo, a ben guardare, accomunava donne e uomini formati in mondi ed ideologie diverse – se l’Italia repubblicana, pur tra mille fragilità, è riuscita a garantire una democrazia solida e partecipata. Oltre che costituire un unicum sul piano mondiale per le caratteristiche del suo boom economico – anch’esso figlio della forza dei territori e di una sorta di auto elezione all’imprenditoria, ma collocata all’interno di precise regole utili a definire e sostenere la responsabilità sociale dell’impresa e dell’imprenditore – e, ancora, delle successive stagioni del riformismo che consentirono di giungere ad essere quanto già ricordato agli inizi di questa lunga nota. E tutto ciò nonostante le violenze del terrorismo, della mafia e degli evidenti interventi esterni – anche di paesi amici – che mal sopportavano un’Italia in crescita e speravano di vederci perdere la bussola democratica e popolare.

La società italiana non è binaria

La rappresentanza diffusa non ha affatto impedito la governabilità: ha garantito, invece, che nessuna parte della società fosse esclusa, riconoscendo il valore della negoziazione e dei corpi intermedi.

Il nostro sistema maggioritario bipolare si è innestato su una cultura politica ad esso estraneo perché la società italiana non è duale. Lo abbiamo importato come modello straniero negli anni ’90, sull’onda di un mito nord europeo di “stabilità” e di “bipolarismo”, che, però, va correttamente collocato in altre storie millenarie o plurisecolari, proprie di quelle esperienze estere.

L’Italia è fatta di corpi intermedi, di culture civiche locali, di reti associative e di categorie sociali differenti, più abituate al compromesso che alla contrapposizione frontale. In una stessa regione, gli abitanti delle singole provincie vogliono mantenere le loro specificità, il loro vocabolario, la loro cucina e le loro tradizioni. E talvolta ciò vale persino all’interno di una stessa provincia. In fondo –  e questo ha del bene anche se presenta delle criticità – l’Italia resta una ben più grande Siena con le proprie contrade e i propri gonfaloni.

Per questo, ogni tentativo di ridurre il quadro politico a due poli ha finito con il forzare la realtà, generando più frammentazione che coesione. È accaduto con l’Ulivo e il Polo delle libertà – con il berlusconismo e l’antiberlusconismo – e si ripete oggi con i populisti e i post populisti. La valutazione di tutte le esperienze non è  da ridurre nel loro significato momentaneo, bensì sulla base di una esaustiva analisi dei loro risultati e delle loro conseguenze.

La logica maggioritaria, la concentrazione del potere e la mancanza di consenso

La logica maggioritaria concentra il potere, ma non crea consenso diffuso né legittimazione culturale, come ben ci hanno detto l’astensionismo ed altre forme di disaffezione dalla politica e dall’impegno sociale. In una società come la nostra, articolata su mille differenze di ceto, territorio, abitudini e pensiero, i rischi sono sempre quelli dell’esclusione di intere comunità geografiche e sociali e la nascita di governi forti d’intenti e di parole, ma, al tempo stesso, costretti ad una infinita trattativa interna. E restano alla fine minoritari nel Paese, e fragili. E tutto ciò pagando il prezzo della mortificazione di ampi contesti comunitari, di aggregazioni spontanee, di correnti di pensiero; persino di interessi costituiti com’è il caso di quelli riconducibili al mosaico del ceto medio sempre più in crisi e tra le principali vittime dell’attuale sistema politico.

La crescita del ceto medio, la nascita di un tessuto di piccolissime e piccole aziende a conduzione familiare furono il frutto anche di una diversa risposta data alla questione della rappresentanza, quella sostanziale di un intero paese.

Il sistema politico elettorale d’impronta maggioritario spacca e frammenta soprattutto la più larga parte del tessuto sociale ed economico chiamato a scegliere – ma senza avere poi grande possibilità decisionale, una volta votato – tra rappresentanti d’interessi che non collimano sempre con quelli del grosso della parte di elettorato che va al voto nel contesto attuale e che determina gli assetti parlamentari e la formazione del Governo. Ed anche questo è un elemento che spiega il progressivo allontanamento dalle urne. Perché la ricerca “forzata” della governabilità – che poi si traduce in una ricerca di equilibrio tra pochi capi di partito – si è rivelata davvero esiziale per l’altro corno del dilemma in merito al funzionamento delle istituzioni qual è quello della rappresentanza e della rappresentatività. E guardando alla formazione sociologica dei presenti in Parlamento rispetto al passato, ritroviamo un novero davvero ridotto del prisma dalle infinite facce che racchiude tutta la sostanza del patrimonio umano e professionale del nostro Paese. L’attuale sistema italiano non premia competenza e professionalità, bensì fedeltà a chi ti ha nominato e non al Popolo italiano e, magari, addirittura la capacità di potersi “comprare” il posto in lista in qualche modo.

La falsa promessa della governabilità

A chi sostiene che “solo il maggioritario garantisca la stabilità” è la cronaca a rispondere. Negli ultimi trent’anni – proprio con leggi elettorali a prevalenza maggioritaria – l’Italia ha avuto più di dieci governi, coalizioni fragili, alleanze spurie, continue scissioni e cambi di casacche in Parlamento. La stabilità vera – quella che rende forte una comunità nazionale – non nasce dai numeri, ma dalla dialettica tra diverse culture politiche, dalla qualità dei corpi intermedi, dalla presenza di partiti radicati nella società. E questi elementi sono nati e cresciuti solo nei periodi in cui i sistemi elettorali erano d’impronta proporzionale: nel dopoguerra, durante l’esperienza costituente, nei decenni in cui la Democrazia Cristiana, il PCI, il PRI, il PSI e il mondo cattolico popolare trovavano un punto d’incontro nella mediazione parlamentare.

Un rischio per la democrazia rappresentativa

Il maggioritario ha polarizzare ulteriormente un tessuto già logoro. In un Paese che, non a caso, ha perso fiducia nei partiti e conosciuto una forte astensione. Molto è stato dovuto all’affidare tutto alla astratta idea dei politologi – e dei politici interessati – ad un meccanismo di ricerca di “vittoria secca” che, in realtà, ha significato l’amplificazione della distanza tra istituzioni e cittadini. Ricordiamo bene l’ansia di sapere subito ad urne aperte chi “ci avrebbe governato”. Un sogno destituito da ogni fondamento e clamorosamente smentito nell’arco di tutti e i tre decenni passati. Noi abbiamo assistito alla vittoria di coalizioni che sapevano vincere ma, poi, non riuscivano a governare. Le vicende di quelle allestite da Silvio Berlusconi – soprattutto la seconda – non furono poi tanto diverse da quelle di Prodi: i risultati, e le loro cadute -soprattutto i modi in cui le cadute si verificarono – lo hanno solo confermato. Molte di quelle battaglie elettorali, infatti, così come i comportamenti successivi nel corso delle legislature con loro aperte, erano basate sulla esclusione, sulla delimitazione del proprio accampamento.

Una democrazia complessa come la nostra ha bisogno, invece, di strumenti che includano, non che escludano; che moltiplichino le voci, non che le schiaccino in due schieramenti di convenienza.

L’Italia è proporzionale per natura

In fondo, la storia del nostro Paese lo dimostra: l’Italia si regge sull’arte del compromesso, non sulla logica dello scontro diretto. La sua vitalità è sempre derivata dall’incontro tra culture diverse, dalla capacità di negoziare, di integrare, di rappresentare minoranze e territori. Il maggioritario può piacere a chi sogna semplificazioni, ma la democrazia italiana, per sua natura, è fatta di sfumature, di complessità e di partecipazione diffusa. Non comprendendo questo – e soprattutto non accettandolo – Benito Mussolini poteva dire che provare a governare gli italiani non era impossibile, bensì inutile. Ma De Gasperi, ed altri, con la Repubblica democratica dimostrarono il contrario e portarono il Paese a raggiungere ben altri risultati.

Ogni volta che abbiamo provato a stringerla dentro il modello binario, la politica si è inaridita e la società si è divisa. E, allora, bisognerebbe riconoscere chi siamo: un Paese che sa discutere, più che obbedire; e che nella pluralità, non nella semplificazione, trova la propria forza democratica.

E bisognerebbe avere al contempo il coraggio di guardare con realismo alle classifiche che contano nel mondo. Ai ritardi e dei passi indietro che hanno fatto e stanno facendo la nostra Sanità, il nostro sistema scolastico ed educativo e, soprattutto, la capacità di innovare e di restare sull’onda mondiale del progresso tecnologico e scientifico. E questo è in gran parte frutto di un sistema politico che ha ristretto le proprie visioni e si è ridotto, molto più che rispetto al passato, a preoccuparsi esclusivamente della propria auto conservazione.

Il referendum e la cultura politica

Nino Labate aveva scritto l’articolo da cui ho preso le mosse all’immediata vigilia di un referendum che ha costretto a un sì o a un no, ad un giudizio binario che impoverisce la complessità, come del resto ci ha confermato tutto il dibattito che l’ha accompagnato. Fortunatamente, si tratta di un evento talmente straordinario che i Costituenti hanno previsto per la chiamata referendaria dei meccanismi del tutto particolari. Un’eccezione, più che una regola.

Ed anche nel recente caso, si è trattato di una tantum necessaria quando si conferma che esiste una faglia di frattura tra le decisioni governative – parlamentari e il sentire di una larga parte della popolazione. Per di più su temi di natura costituzionale e su decisioni assunte da una sola parte politica e indifferente al fatto di essere stata oggettivamente minoritaria rispetto al grosso del corpo elettorale.

Chi si lamenta della pratica referendaria dimentica che anche questa volta ci è stato dato da assistere, però, a quello che sostanzialmente si consuma nella pratica quotidiana del bipolarismo e della logica maggioritaria. La riduzione della più ampia arena pubblica a due solo squadre, assemblate esclusivamente con il tentativo e la finalità di vincere il voto. La conferma, insomma, che la semplificazione bipolare può forse apparire ordinata in teoria, ma nella realtà italiana resta una finzione con il risultato di irrigidire i conflitti invece di regolarli.

Un pluralismo da coltivare, non da temere

Il vero compito oggi non è ridurre le voci, ma ricomporre le differenze in una rappresentatività più onesta. Il pluralismo non è una malattia della democrazia italiana: è la sua condizione naturale. Rinunciarvi in nome della presunta efficienza significa dimenticare che la nostra Repubblica è nata proprio dall’incontro tra culture e popoli diversi — cattolici, liberali, socialisti, repubblicani.

In quella diversità c’era e c’è la radice della democrazia italiana: una democrazia fatta di dialogo, non solo di duello alla rusticana la cui vittima finale non è “Compare Turidddo”, ma sono il popolo italiano e i suoi risultati.

Giancarlo Infante