Per una prosperità condivisa -di Roberto Pertile

Per una prosperità condivisa -di Roberto Pertile

Il capitalismo neoliberista sta cambiando. Il ciclo lungo 1945/2025 , nonostante una elevata crescita economica, che ha riguardato i principali Paesi occidentali, compresa l’Italia, presenta una sensibile crescita delle diseguaglianze sociali.

Negli ultimi decenni, si è sviluppato un processo di cambiamento dei riferimenti economici: dagli Usa, attore protagonista, si è passati ad un sistema multipolare, con la Cina, nuovo antagonista globale.

Il contesto mondiale , negli attuali anni venti, si caratterizza, da un lato, per le forti tensioni, anche militari, presenti in Europa e nel Medioriente; e dall’altro, per un capitalismo, che  afferma ,sempre più, la sua natura liberista , esasperando l’orientamento verso consumi fittizi, così che lo scopo sociale prioritario è la soddisfazione di bisogni ingannevoli, soprattutto all’interno di quello che chiamiamo mondo occidentale.

Nel sistema manifatturiero si è completata la fine del taylorismo, lasciando il posto ad un modello di produzione flessibile di prodotti e di servizi, che incorporano creatività, di cui il mercato è recettivo in misura crescente.

La fine del taylorismo, appunto, consente di valorizzare l’aspetto creativo del lavoro, mediante la diffusione di conoscenza , non solo tecnologica, a tutti i livelli del sistema. La tecnologia digitale fa sì che il lavoro sia sempre più impregnato di conoscenza. Il lavoratore in fabbrica non è più “ un pezzo “ della catena di montaggio, bensì è un soggetto portatore, in misura variabile, di cultura d’impresa.

Si può, quindi, usare un termine fuori moda: reindustrializzazione, che prevede un nuovo rapporto tra capitale e lavoro, e una figura di imprenditore innovativo. È  uno capace di integrare la produzione, la ricerca di nuova tecnologia e la formazione professionale. Ritiene che i bisogni reali della persona siano lo scopo prioritario del suo agire, non individuale, bensì in Comunità. Questa è portatrice degli interessi  dell’intera collettività, compresi quelli dell’impresa e dei lavoratori, ferma restando la conflittualità strutturale tra capitale e lavoro. Un confronto tra interessi diversi ,che può produrre energia creativa di dialogo e di cooperazione. Siamo di fronte ad una evoluzione del ruolo del lavoratore , grazie alla cultura aziendale da lui incorporata. La fonte della sua conoscenza trova l’origine preferibilmente nel territorio : università e centri di diffusione tecnologica. Si crea un rapporto dialettico tra posto di lavoro, crescita personale e comunità.

Il Capitalismo è  cambiato: una volta in azienda contavano gli investimenti in macchine d’avanguardia , nonché impianti  di dimensioni sempre più grandi, che impegnavano elevate risorse finanziarie. Ora, sono, invece, strategiche le acquisizioni di “ asset” intangibili : risorse intellettuali, conoscenze in materia di I.A., brevetti. Sono queste le immobilizzazioni immateriali che consentono la massimizzazione dei profitti. Questo  avviene perché ciò che, ora, conta è la capacità di risolvere il “problema”, non è più strategico possedere elevati ammontari di capitale (catene di montaggio enormi, etc); serve l’intelligenza e la cultura d’impresa per risolvere il “problema” della crescita aziendale.

Il cambiamento più incisivo, nei processi di accumulazione del capitale , è il ruolo che ricopre l’impresa globale. E’ il soggetto che crea “ per eccellenza” la ricchezza, distribuita geograficamente in tutto il globo  e in misura tale da ridimensionare il ruolo della politica economica relativa alle singole nazioni. Ne deriva che la politica economica non è più monopolio del governo: l’economia politica e quella aziendale tendono a confondersi. L’impresa globale, con la sua articolazione periferica di piccole e medie imprese, garantita dalle sue filiere mondiali di produzione e di prodotto, può trovare conveniente una “governance” decentrata , sensibile alle esigenze delle comunità territoriali e alla loro vita sociale. Per l’impresa i suoi portatori di interessi ( stakeholders) sono tutti i membri della comunità locale. Questi sono parte del “ sistema impresa”, che  è, così, composto dalla proprietà del capitale (shareholders) ,dai lavoratori e dall’ente locale. Diversamente dallo scontro sociale, tipico del capitalismo tradizionale, all’interno del sistema si può costruire più forme di  cooperazione per la realizzazione di uno scopo di  interesse comune: una prosperità condivisa, un progetto di valorizzazione delle identità della persona, una riduzione delle disuguaglianze economiche e sociali. Il privato e il pubblico possono creare insieme una“ prosperità condivisa”.

Vi sono tre soggetti potenziali , costruttori di un nuovo legame sociale, che mira  a ridurre le ragioni per uno scontro sociale permanente . Lo scopo unilaterale di fare profitti a vantaggio degli ”shareholders” si ritiene che possa essere sostituito ,in parte, dall’allineamento degli interessi sociali e ambientali  dei membri della comunità a quelli dell’imprenditore, comunque sempre con una prospettiva di profitto, e a quelli dei lavoratori, ferma restando la tutela della diversità degli interessi dei lavoratori.

Con un processo promosso dal basso viene, così, messa in discussione la visione deterministica del capitalismo: fare profitti per i profitti. Viene perseguito un capitalismo caratterizzato da  un governo decentrato dell’economia. Questa tendenza favorisce il sistema produttivo italiano, che, come è noto, è essenzialmente costituito da piccole e medie imprese, sensibili ai rapporti col territorio e alle esigenze sociali dei lavoratori.

Il primo e immediato effetto del nuovo assetto del capitale  sono i cambiamenti metodologici e organizzativi da introdurre nella concertazione sindacale, mediante l’allineamento  degli interessi ambientali e sociali con quelli dei soci e degli “ stakeholders”. L’epicentro della trattativa sindacale diventa l’accordo sindacale territoriale. Questa innovazione dovrebbe andare a vantaggio di un benessere collettivo, che è il fine dell’innovazione proposta. Un esempio è il sostegno alla donna: è per lei molto più vantaggioso un investimento in una infrastruttura locale di protezione e assistenza dell’infanzia rispetto ad un aumento salariale.

Dunque, darsi uno scopo “comunitario”, come può essere una “ prosperità condivisa”, per l’impresa è necessario un intervento legislativo nel Codice civile, che preveda nello statuto la possibilità  di effettuare investimenti sociali nel territorio; investimenti non rientranti nella determinazione del reddito dell’impresa (operazione di impiego di sola liquidità ; redistribuzione indiretta del reddito). Va anche previsto un intervento in materia di diritto tributario per la regolamentazione della contabilizzazione degli investimenti sociali di questo tipo ai fini del calcolo del reddito. Infine, è necessario un intervento  in materia di  diritto del lavoro per dare forza giuridica alla nuova procedura di decentramento della trattativa sindacale.

E’ necessario ragionare in termini di ” prosperità condivisa”; ciò può determinare  una modifica strutturale dell’attuale capitalismo, che si potrebbe prefiggere prioritariamente l’obiettivo di perseguire  il benessere spirituale e sociale della persona, anzi che fare profitti per i profitti da raggiungere  illimitatamente.

In conclusione, si può ritenere che vi siano le condizioni socio-economiche per realizzare forme di “ prosperità condivisa“, a livello di comunità territoriali, in presenza di un ridimensionamento del peso geopolitico del neoliberismo.

La globalizzazione ha fatto sì chele imprese “ globali “siano produttrici di ricchezza come non è mai finora accaduto. Specificatamente, con il supporto delle filiere tecnologiche , intrinsecamente inglobate nell’impresa globale, si è formato un sistema produttivo che è diventato la struttura portante dell’attuale economia reale.

Inoltre, va sottolineato che gli egoismi reddituali delle élite economiche mondiali , che gestiscono la governance della maggioranza dei mezzi di produzione , impongono lo scopo assoluto del fare denaro per il denaro, che è l’opposto del realizzo di benessere sociale. Le élite si muovono, cioè, ancora nella logica della lotta di classe, che ha esaurito le sue potenzialità in termini di accumulazione capitalistica .

Diversamente dal recente  passato, le dinamiche in atto nella formazione del reddito da parte dell’impresa globale , possono far ritenere perseguibile lo scopo di una prosperità prodotta dalla cooperazione delle forze sociali “di base“; cioè, dai possessori del capitale, dai  manager-imprenditori, dai lavoratori e dai cittadini tramite le Istituzioni locali.

Si aprono, in altri termini, nuove prospettive; prima di tutto il rapporto tra capitale e lavoro si è trasformato sia  per effetto del prevalente peso tecnologico ed economico  dei “beni immateriali “ nel mix produttivo ; e sia  per effetto della diffusione di conoscenza a livello operativo, implementando la professionalità dei lavoratori e, di conseguenza , migliorando  la loro soddisfazione. Infatti, i processi di produzione richiedono crescenti contenuti di conoscenza tecnologica e di cultura d’impresa; domanda  che si manifesta fin dall’inizio del processo di produzione.

Ne consegue che il territorio è interessato da logiche di sistema: i lavoratori esprimono una domanda di scuole di formazione non solo professionale, ma anche di educazione civica; richiesta che è funzionale al possesso di conoscenze, divenuto indispensabile per lavorare. Inoltre, per la donna lavoratrice è fondamentale che il territorio disponga di infrastrutture sociali che la facilitano nel suo essere anche madre. A queste esigenze va aggiunta l’utilità della presenza  di centri di innovazione digitale in loco.

In sintesi, la remunerazione del lavoro avviene non solo monetariamente, ma sempre più  con la fornitura di servizi presenti sul territorio. Infine, le istituzioni territoriali , in questa logica, hanno un ruolo di importanza strategica.

Capitale, lavoro e comunità, quindi, possono essere le fondamenta di una “prosperità condivisa” nell’ambito della Comunità territoriale e della sua vita sociale. È uno scopo sostitutivo  sia del consumismo come tale , sia della speculazione finanziaria. E’ una risposta del cattolicesimo democratico all’uomo contemporaneo che vive una perdita di senso.

Roberto Pertile