Per una grande “trasformazione” – di Domenico Galbiati
Le ferite inferte al diritto internazionale; le guerre che si trascinano senza fine; la crisi degli ordinamenti democratici e, per contro, le democrazie “illiberali” che crescono anche laddove sembravano impensabili; la dissoluzione dei rapporti inter-atlantici; la caduta del mito ingenuo dell’Occidente; la crisi degli organismi internazionali; la violenza e la sopraffazione che si impongono come unico fattore di regolazione delle controversie: per un verso tutto si disfa e, per altro verso, tutto si tiene in una implosione dell’ ordine internazionale che genera un’ inquietudine pervasiva e profonda, diffusa e tale da penetrare anche nel vissuto quotidiano delle famiglie.
Ne dovremmo derivare la consapevolezza e la convinzione che siamo davvero, secondo un’intensità che non abbiamo mai conosciuto prima, cittadini del mondo. Non più costretti e, ad un tempo, protetti dentro “enclave” spazio-temporali, in particolare le nazioni o addirittura ambiti locali più ristretti, indispensabili perché ciascuno maturi la propria particolare e specifica soggettività, ma di tutt’altro segno, rispetto ad un passato ancora recente, nella misura in cui a tali dinamiche, se ne sovrappongono altre, dirimenti, che volano sopra ogni confine.
Se risalissimo ad un tempo sia pure appena precedente l’aggressione della Russia all’Ucraina, dovremmo davvero parlare di “ordine internazionale”, per quel tanto che un tale concetto dovrebbe implicitamente recare in sé in quanto ad “armonia” ed equilibrio dei rapporti? Oppure. dovremmo dire piuttosto di un “disordine”, inchiodato a gravissime diseguaglianze, eppure abilmente “governato” quel tanto che basti per impedire che esplodano disparità che, in primo luogo, feriscono la dignità e lo stesso diritto a vivere di persone e di popoli interi?
Siamo in grado di andare oltre l’ accorata denuncia e la lamentazione, oltre gli appelli e gli auspici retorici e scontati, pur sempre costretti nelle categorie e nelle impalcature concettuali che abbiamo ereditato da un altro mondo oppure possiamo adottare un nuovo pensiero? Ispirato, anzitutto, alla coscienza della “grande transizione” in cui, si potrebbe dire, il “demone” della storia ci sta sospingendo? Cioè, lo “spirito del mondo”, si sarebbe detto in altri tempi o, più banalmente, un groviglio di questioni che accadono tutte assieme e sommano i loro effetti, in modo inestricabile. Tali da non poter essere governate, se non dopo averne trovato il bandolo, cioè quel fondamento comune che le trascende tutte e da’ ragione di ciascuna.
Siamo entrati nell’ era vaticina da Romano Guardini che, fin dagli anni venti, ammoniva che sarebbe venuto un tempo – ed è questo – in cui avremmo dovuto sostenere la sfida di domare il “potere”. Con i processi multiformi della “globalizzazione”, che, pur con alti e bassi, rappresenta la cifra irriducibile del tempo che viviamo, subiamo una subliminare, quasi inavvertita, mai coscientemente messa a tema, ma, di fatto, sostanziale alterazione della percezione che abbiamo dello spazio e del tempo, cioè delle categorie che presiedono alla nostra sensibilità e, ad un tempo, inquadrano ogni gesto intenzionale ed ogni pensiero.
Lo spazio si dilata e cancella o relativizza ogni “luogo”, quella stessa dimensione del “locale” in cui si rapprende e si condensa, cosicché possiamo abitarlo, piuttosto che apparire come una landa deserta e sterminata. Il tempo, a sua svolta, smarrisce la scansione che gli è propria e supporta quel sentimento del “divenire” che, cede il passo al “presentismo” in cui soffoca. E’, ad esempio – come sostiene Sabino Cassese – quella riduzione della politica all’ “istante”, che la snatura e la offusca.
Nel contempo, grazie allo sviluppo della scienza e delle biotecnologie, siamo diventati soggetto ed, insieme, oggetto delle nostre azioni, dando luogo ad una ricorsività speculare dei nostri comportamenti, non sempre facile da comprendere ed ordinare. Ed ancora il passare dal linguaggio analogico a quello digitale – cioè dal “continuo” al “discreto” – ci espone a significativi mutamenti del funzionamento del nostro stesso apparato cognitivo. Insomma, viviamo un tempo che ci sfida e ci provoca. Ci costringe a lavorare su noi stessi , a rientrare nella silenziosa interiorità della nostra coscienza. Non altrove, se non lì, possiamo trovare le risorse necessarie a contenere e, se possibile, orientare l’ incedere di una storia che sembra farsi da sé, fino a travolgerci.
Domenico Galbiati









