Papa Francesco ancora un anno tra di noi – di Giuseppe Sacco
Nella storia della Chiesa cattolica si contano, ad oggi, 266 Pontefici. E di questi 217 – cioè quattro su cinque – erano nati in quella che è oggi la Repubblica Italiana. E in particolare sono stati Italiani tutti i Papi dei 455 anni che corrono tra il pontificato di Adriano Sesto (1522-1523), originario dei Paesi Bassi e quello del polacco Giovanni Paolo II (1978-2005). Ma come si spiega questa incredibile predominanza, nella istituzione più universale della storia umana?
Si spiega con il graduale formarsi, a partire dalla fine del Medioevo,e poi con il loro decisivo rafforzamento all’indomani della Pace di Westfalia, di entità politiche nazionali e delle famiglie su di essi regnanti, le quali – nelle loro continue rivalità – sapevano bene che avere uno dei loro al vertice della Chiesa avrebbe dato alla Nazione un prestigio e un potere senza pari. Il che non poteva non provocare rivalità e opposizione negli altri centri di potere secolare, che ambivano al ineguagliabile autorità e prestigio del Soglio di Pietro.
L’Italia, paese in cui lo Stato nazionale stento e tardò enormemente ad affermarsi e che mantenne a lungo una molteplicità di entità politiche regionali, spesso semplici staterelli, e di case regnanti che si rendevano illustri – più che per la loro potenza politica e militare – soprattutto per le loro capacità commerciali e finanziarie, così come per la munificenza nei confronti degli artisti che ne affollavano le corti, forniva un’alternativa preziosa: un Pontefice italiano, e quindi partigianamente non-connotato nel quadro dei giochi internazionali tra cinquecento e il novecento, resi infinitamente più velenosi e disumani dalla frammentazione protestante e successivamente massonica.
Constitutio vestfalica
Questa regola politico-diplomatica – così radicata ed universalmente accettata da essere talora detta Constitutio vestfalica – si è naturalmente applicata, nel corso del Novecento, anche alla potenza che si affermerà dominante dopo la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti d’America. Che dovranno infatti attendere un Conclave tenutosi addirittura dopo la fine del Secondo Millennio Cristiano, nel 2025, per poter inorgoglirsi di avere espresso un Pontefice nato a Chicago.
Ed era stato peraltro nessun altro se non lo stesso Cardinale Prevost, cioè la stessa personalità religiosa che poi diventerà papa Leone XIV, che – intervistato poco più di un anno fa – aveva escluso la probabilità di una propria ascesa al Soglio. E a dichiararsi addirittura convinto che nel suo tempo non ci sarebbe mai stato un Pontefice americano; un Papa che avrebbe troppo esplicitamente riprodotto in Vaticano la posizione di potenza delle armi americane nel mondo.
A meno ovviamente che gli Stati Uniti non perdessero questo status di potenza mondialmente egemone che ancora oggi essi ritengono di ricoprire, almeno dal punto di vista della forza militare. Cioè – come abbiamo sentito affermare anche un altro autorevole Cardinale americano – a meno che gli Stati Uniti non entrassero “in una fase di declino”. Una eventualità, questa, che però, almeno da qualche mese – cioè da quando l’opinione pubblica mondiale ha cominciato a conoscere la bizzarra personalità di Donald Trump – ogni osservatore, laico o chierico che sia, ha cominciato a considerare come qualcosa di più che una semplice possibilità. In realtà, anzi, un dato evidente.
Questo dato non costituisce però una conferma di quel che ha detto il troppo loquace presidente Trump, dichiarando di considerare l’elezione di un Papa americano come una conseguenza del proprio secondo sbarco alla Casa Bianca. Sbarco che appare però piuttosto patetico, visto che della residenza presidenziale costruita – a simboleggiare l’unita tra le due grandi componenti della Nazione – quella schiavista e quella industrialista – egli ha subito deciso di demolire un’intera ala, per creare una pacchiana sala da ballo.
L’elezione del Cardinal Prevost alla massima carica della Cristianità appare infatti piuttosto una conseguenza del discredito universale di cui il Presidente degli Stati Uniti é oggi diventato l’oggetto, con le sue continue pagliacciate, cambiamenti di rotta, dichiarazioni ed iniziative improvvisate e sconsiderate. E soprattutto con la sottomissione beota ed evidente delle autorità politiche di Washington all’influenza e ai desiderata ultimi di un altro paese, che Cristiano non é per nulla. Le cui cosiddette “defence forces”, le cui reclute, dopo aver per anni ferocemente sterminato – musulmani o cristiani senza distinzione – il popolo di Gaza e della Cisgiordania, si sono negli ultimi giorni dedicate a fracassare i crocifissi ed le statue di Gesù trovate in un paese ad essi malauguratamente vicino, il Libano, e da essi ferocemente bombardato ed invaso.
Si può dunque ritenere che sia stato piuttosto in virtù del via via crescente, ed ormai universale, discredito che gli Stati Uniti d’America si sono trovati ad affrontare nell’era delle due Presidenze Trump che ha reso possibile l’elezione del Papa americano. Che è venuto così a trovarsi in una singolare situazione, in virtù della quale il suo nome potrebbe paradossalmente essere aggiunto – come profilo politico internazionale – all’infinita lista dei dei 217 Pontefici italiani, troppo spesso – anche se non sempre – scelti principalmente perché a loro favore aveva giocato la fragilità delle entità politiche di provenienza. Fragilità che caratterizzava l’Italia pre – risorgimentale e che ne garantiva l’indipendenza rispetto ai possibili Papi originari degli Stati nazionali nati o nascenti dalla graduale disgregazione dell’Impero medioevale.
Un’eredità molto impegnativa
Il Cardinale Prevost era stato eletto all’indomani del pontificato di Papa Francesco; una successione che sarebbe assai riduttivo definire molto impegnativa. Quella di un pontificato che è stato universalmente riconosciuto estremamente coraggioso, ma anche definito “tumultuoso”.
Definizione, questa seconda. chiaramente inappropriata. Perché ad essere in tumulto è il mondo intero, dopo la tragica agonia del vecchio secolo, caratterizzata contemporaneamente dal trionfo del globalismo e da una “grande tragedia geopolitica”. E con Papa Francesco eletto chiaramente proprio per l’evidente necessita che la Cristianità rispondesse in modo appropriato alla sfida tale stagione. Ed è infatti stato un Vicario che non si è lasciato mai intimorire né dalla brutalità della forza né dalla volgarità del danaro.
Un Pontefice “venuto dalla fine del mondo” rispetto al quale però Leone XIV era apparso nelle prime settimane del suo pontificato come una persona troppo prudente, per poter in qualche modo aspirare a una coraggiosa continuità. Era parso un Papa che invocava troppo di frequente una pacificazione che sembrava troppo generica di fronte alla ferocia dei fautori della guerra totale e “per sempre”; una pacificazione che consacrava la resa del più debole alla sopraffazione da parte del più forte.
La scelta del Cardinale Robert Prevost è parsa insomma a lungo essere in definitiva l’espressione e il riflesso di una Chiesa, quella americana, troppo divisa tra una fazione radicalmente e poco intelligentemente conservatrice, ed una moltitudine di gruppi e personalità che cercano di interpretare al meglio delle proprie umane capacità il messaggio di Cristo. In un secolo, quello ventunesimo, che – rispetto ai duecento cinquant’anni che lo hanno preceduto – non può non apparire come effettivamente tragico, almeno agli occhi di chi disponga di un minimo di sensibilità sociale,
A fare giustizia di queste interpretazioni sembra, nei tempi più recenti essere intervenuta la rozzezza e l’arroganza stupida e brutale di chi, nel mondo occidentale, ha pensato di poter mettere in riga la virtù della compassione. Che è la virtù che più di ogni altra distingue l’essere cristiani dall’appartenenza alle altre religioni che con il Cristianesimo si confrontano nel mondo contemporaneo.
Un disaccordo sempre più esplicito
Un disaccordo crescentemente esplicito ha caratterizzato l’atteggiamento del Papa nel primo anno della quarantasettesima presidenza degli Stati Uniti per la vile e brutale operazione condotta dall’ICE nei confronti degli immigrati irregolari, cioè dei più deboli tra i deboli, contro gli ultimi tra gli ultimi. Ma – come anche il più estraneo tra gli osservatori ha potuto rilevare – il conflitto aperto è esploso solo nella seconda settimana di Aprile. Straordinariamente, verrebbe da pensare, a pochi giorni della ricorrenza di un anno della morte di Papa Francesco.
Ed è esploso quando il Pontefice ha duramente condannato l’aggressione israeliana contro l’Iran, con gli Americani ridotti quasi al ruolo di ascari, di truppe coloniali al servizio dell’Impero. Dall’alto della sua delirante ignoranza, e – come è stato acutamente osservato – incapace di digerire il fatto che il Papa sia il più importante Americano sulla scena mondiale – Trump ha allora definito Papa Leone “weak on crime and terrible for foreign policy”, esortandolo a “concentrarsi sull’obiettivo di essere un grande Papa, e non un politicante”. Mentre il suo degno portaborsa, J. D. Vance, che – con tono minaccioso – ha detto al Pontefice “fare attenzione”, quando affronta argomenti di teologia.
Poveracci! Verrebbe da dire. Ed invece – come accade piuttosto spesso – gli idioti hanno svolto un’utile funzione. Perché la fazione più conservatrice dei cattolici americani non ha tollerato l’intrusione. E li riavvicinati, anche se forse solo provvisoriamente, alla maggioranza che in Papa Leone si riconosce sempre di più. Così beneficamente riportando ad una tendenza unitaria la frammentata comunità cattolica degli Stati Uniti. E liberando da gran parte dei suoi vincoli di opportunità politica il potenziale di leadership morale del nuovo pontefice. Il quale, dal canto suo, non si è fatto condizionare da considerazioni di savoir vivre nel dichiarare che a lui, Donald Trump “non fa minimamente paura”
Il che lo ha fatto ormai apparire come un vero erede di Papa Francesco. Che ci ha lasciato giusto un anno fa, ma che appare ormai quasi come fosse stato ancora un anno tra di noi. Mettendoci in grado di usare, senza problemi di opportunità, i criteri per distinguere. gli avversari politici dai fanatici di recente conversione. E dai nemici della pace. Cui opporsi con tutta la fermezza, se ne saremo capaci, che ha animato nei secoli i martiri e la loro memoria.
Giuseppe Sacco









