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No, non è la Bbc … – di Giancarlo Infante

La Rai ha ormai toccato i minimi storici di credibilità e di garanzia del pluralismo.  Anni fa una trasmissione ironizzava dicendo: “Questa non è la BBC, è la Rai tivvi”. Non lo era allora e, a maggior ragione non lo è oggi. E quella battuta non fa più sorridere. È diventata una constatazione: la Rai non è la BBC, e non è neppure la Rai che abbiamo conosciuto.

Cinquant’anni fa, nel pieno della Prima Repubblica, una legge di riforma — imperfetta, certo, segnata dalla lottizzazione — aveva almeno un merito: riconosceva che il Servizio pubblico doveva aprirsi alle voci della società civile, della cultura, delle forze politiche e sociali. In un Paese dominato dal partitismo e in un mondo diviso in blocchi rigidi, quella legge rappresentò comunque un passo avanti. E infatti, lentamente, la Rai cambiò pelle. Pur tra mille contraddizioni, si distingueva dall’emittenza privata perché contribuiva alla crescita della pubblica opinione, senza ridurla a un esercito di consumatori passivi.

Oggi tutto questo è evaporato. L’invadenza dei partiti ha raggiunto un livello che non ha precedenti. La Commissione parlamentare di vigilanza, organo che dovrebbe garantire almeno un equilibrio minimo, è paralizzata da oltre tre anni e di fatto non esiste più. Nel pieno di una campagna elettorale già avviata, il Servizio pubblico non sarà controllato neppure per quel poco che sarebbe necessario per preservare un residuo di completezza ed equilibrio della informazione. È un fatto grave, perché la Rai non è un’emittente commerciale: è un bene comune, finanziato dai cittadini, e dovrebbe rispondere a loro, non ai partiti.

Le opposizioni non possono chiamarsi fuori. Nei lunghi anni in cui hanno governato, non hanno costruito una Rai diversa, né hanno predisposto strumenti capaci di metterla al riparo dall’andamento dei cicli politici. Anch’esse non hanno un’idea forte e si trovano a proporre rimedi deboli. L’esperienza insegna che anche un’eventuale loro vittoria elettorale non basterebbe a invertire la rotta. Perché il problema non è chi occupa la Rai: è che la Rai è occupabile. E finché lo sarà, chiunque vinca tenderà a farlo. Per non parlare del radicamento profondo dei giri d’affari che ruotano in maniera trasversale e spartitoria attorno ai grandi budget delle tre reti, degli appalti e della gestione di quella che abbiamo sempre definito la struttura culturale, informativa e d’intrattenimento più grande d’Italia.

Per uscire da questo vicolo cieco non basta invocare un generico “pluralismo”, il conteggio dei minuti dedicati a questo o a quel partito o a questo o a quel personaggio politico né limitarsi a denunciare l’occupazione partitica come se fosse un destino inevitabile.  Anche perché non è da escludere che il fine ultimo sia quella di puntare a distruggere la Rai vendendone dei pezzi e, magari, lasciare un solo canale pubblico destinato a diventare lo strumento di comunicazione dei bollettini di lor signori … come sarebbero capaci di architettare.

Come ben sanno i lettori di queste pagine, da anni sostengo che la Rai debba assumere un assetto completamente diverso: non più un ente esposto alle maree della politica, ma una vera “public company”, con un azionariato diffuso e protetto da regole che impediscano ogni forma di accaparramento.

Una Rai di proprietà dei suoi dipendenti, delle famiglie, delle fondazioni, delle organizzazioni ed associazioni culturali, delle amministrazioni locali. Una Rai che rispecchi la società reale e non la geografia del potere. Una Rai in cui il “management” e i dirigenti vengano scelti secondo le regole delle grandi società: competenza, innovazione, tenuta economica, capacità di sviluppo. Perché Servizio pubblico non significa paludate liturgie televisive, né un museo della nostalgia. Significa, come voleva la riforma di cinquant’anni fa, impegno civile, apertura culturale, crescita della qualità democratica.

Restituire la Rai al Paese vuol dire questo: costruire un modello che non possa essere occupato da nessuno, perché appartiene a tutti. Solo così il servizio pubblico potrà tornare a essere ciò che dovrebbe essere: un luogo di libertà, di pluralismo, di responsabilità nazionale. Una Rai che non imiti la BBC, ma che finalmente torni ad essere racconto e specchio dell’Italia migliore.

Giancarlo Infante