Moro e lo spirito della Costituzione … sempre più flebile – di Lorenzo Dellai

Moro e lo spirito della Costituzione … sempre più flebile – di Lorenzo Dellai

In questi giorni di quarantotto anni fa, l’Italia iniziava a prendere coscienza della enormità di quanto accaduto poco prima, il 16 Marzo del 1978.

Aldo Moro era stato rapito dalle Brigate Rosse e i cinque agenti della sua scorta assassinati. Iniziava cosi  il lungo calvario – umano e politico – che avrebbe poi portato, il 9 Maggio, al ritrovamento del cadavere di Moro in via Caetani. Proprio a metà strada tra via delle Botteghe Oscure (sede del PCI) e Piazza del Gesù (sede della DC).

Erano “anni di piombo”. Un piombo rivolto verso politici, magistrati, giornalisti, sindacalisti, manager industriali, membri delle forze dell’ordine. Cosa possiamo dire a distanza di quasi mezzo secolo? Innanzitutto che va combattuto il rischio dell’oblio. Quella fase non va rimossa o dimenticata, poiché ha segnato nel profondo la nostra storia sociale e politica. Mi sembrano prioritarie, al riguardo, tre riflessioni.

La prima. L’opzione della “lotta armata” non era un fatto isolato, ma una dimensione – praticata o anche solo condivisa – piuttosto ampia in alcuni settori della società italiana. Gli attori principali avevano contatti con organizzazioni terroristiche di altri Paesi; potevano contare su una rete di fiancheggiatori, che magari non partecipavano direttamente alle azioni criminali, ma ne giustificavano moralmente la scelta; altri la ritenevano, semmai, solamente “controproducente”. Ricordiamo tutti, credo, l’allocuzione: “sono compagni che sbagliano” e le contiguità dei “cattivi maestri”.

La seconda. L’Italia ha potuto sconfiggere il terrorismo brigatista perché il suo popolo e le sue Istituzioni pubbliche e collettive hanno saputo dimostrare unità, oltre ogni pur radicale diversità politica e sociale. Il Paese – che solo tre decenni prima aveva coralmente costruito la Costituzione Repubblicana, nonostante lo scontro ideologico di quel tempo – si è stretto attorno ai suoi valori. Il fallimento del disegno brigatista si deve a tutto ciò. Ed alla capacità di “resistenza democratica” non solo della DC (il cui leader era stato rapito, con tutto il dramma del “trattare o non trattare”), ma anche del PCI e del Sindacato. Lo “spirito costituente” ha reagito in quel periodo con forza e coesione contro la deriva della violenza anti democratica ed ha evitato, nel contempo, di accettare e perseguire – come qualcuno forse voleva – una logica di involuzione autoritaria, con la conseguente parziale sospensione delle regole dello Stato di diritto.

Suscita qualche pesante preoccupazione dover constatare che questo “spirito costituente” – più volte richiamato dal nostro Presidente della Repubblica – è oggi piuttosto flebile e che il sistema politico non riesce a trovare un terreno comune (al di là della legittima contesa tra le parti) neppure di fronte alle sfide interne e globali – non meno complesse ma certo meno drammatiche – del nostro tempo. E così, anche le modifiche di alcuni punti della Costituzione, dopo un dibattito parlamentare tra sordi  – come nel caso oggetto del prossimo Referendum sulla Giustizia – diventano occasione di una sorta di “giudizio di Dio” piuttosto che di crescita, pur con tesi opposte, della nostra comune  esperienza democratica.

La terza. La vicenda Moro è purtroppo ancora in parte inesplorata, nonostante le indagini giudiziarie ed il prezioso lavoro delle stesse Commissioni Parlamentari di Inchiesta. Se gli assassini di Moro sono accertatamente i Brigatisti Rossi, rimangono dubbi non secondari sul contesto internazionale che li ha forse indirizzati e forse accompagnati. La politica di Aldo Moro era invisa a Washington come a Mosca. Le due potenze garanti della spartizione del mondo decisa a Yalta – per ragioni speculari – non potevano tollerare che l’Italia uscisse dalla “democrazia bloccata” ed aprisse scenari di reciproca legittimazione tra i due blocchi politici di allora, secondo gli obiettivi morotei del progressivo allargamento della base democratica del Paese, obiettivi del resto coessenziali a tutta la storia della DC. Non potevano accettare l’idea della evoluzione pienamente democratica ed “europea” della allora sinistra comunista italiana e la costruzione – su queste basi e in questa prospettiva – delle condizioni per una conseguente possibile alternanza nella guida politica dell’Italia.

La morte di Moro interruppe bruscamente questo processo, l’unico che tra l’altro poteva assicurare il ruolo peculiare e “centrale” della DC (anche nella sua storica e degasperiana funzione di barriera alle derive di Destra) dopo la caduta del Muro di Berlino, avvenuto una decina di anni dopo. Derivano da quei giorni drammatici le radici profonde che tutt’oggi producono la fragilità di riferimento culturale e la radicalizzazione estrema del nostro sistema di rappresentanza politica. Non trascurabile era poi la radicale ostilità di Washington e dei suoi più fidati alleati europei verso la politica estera di Moro. Atlantista certamente in termini generali, ma orientata ad un ruolo in parte autonomo dell’Italia, soprattutto nel contesto medio orientale.

Tutte cose che, a distanza di quasi mezzo secolo, sono peraltro di una attualità sconvolgente e che dovrebbero alimentare non solo l’obbligo della memoria storica, ma anche la ripresa – nei folli tempi che viviamo – di una visione della “Politica” almeno in minima parte all’altezza del Magistero di Aldo Moro.

Lorenzo Dellai