L’opposizione, la maggioranza e la voglia di egemonia – di Domenico Galbiati
Pare che, se non altro, tra governo ed opposizioni, cioè, anzitutto, tra Meloni e Schlein ed a seguire gli altri leader delle forze minori, si siano telefonati.
Le posizioni dei due poli del nostro schieramento maggioritario le conosciamo. Sappiamo quanto ciascuna delle due sia costruita sullo stampo rovesciato dell altra e le cose non cambieranno. Anzi, sono destinate ad incattivirsi, via via ci avviciniamo al momento elettorale. Eppure sarebbe importante che, in attesa di tempi migliori, cioè in vista di una possibile trasformazione strutturale del nostro sistema politico, si ristabilisca almeno un rivolo di comunicazione.
Non so se sia lecito sperarlo. Allargare appena questo spiraglio compete anche alle opposizioni, anziché adottare la strategia, con ogni probabilità perdente, del muro contro muro. Non serve interrogare gli aruspici per sapere se Giorgia Meloni sia sincera o meno. Basta constatare come evidentemente registri una difficoltà che la costringe a cambiare il passo o la cosiddetta “postura”, qualunque cosa essa sia.
Giorgia Meloni strepita, ma è accorta ed evidentemente teme di essere risucchiata da sola sul terreno infido di un “trumpismo” imprevedibile, culturalmente volgare, indisponibile a riconoscerle, se non a sprazzi e solo quando gli conviene, quel ruolo di “pontiera” cui sembrava aspirare. Ora, dunque, tocca alle opposizioni sempre che sappiano lavorare di fioretto piuttosto che di sciabola.
Non si tratta, in nessun modo, di contrattare alcunché con Giorgia Meloni. Ma piuttosto – la cosa è sottile e richiederebbe un’ alta “finesse d’ esprit” – di dare una diversa curvatura al campo di gravità in cui si muove, accompagnandola, in tal modo, a cambiare, per forza di cose, la sua traiettoria. Una opposizione capace potrebbe farlo. Richiamando Giorgia Meloni – di fronte al Paese, in un confronto aperto, alla luce del sole – a considerare come qualunque governo sia, necessariamente, pro-tempore. Quindi, nessun esecutivo e’ mai un “unicum”, del tutto a sé stante, che può impunemente collocarsi al di fuori della storia e della tradizione di un Paese che ha percorso un itinerario e si è insediato in un quadro di relazioni che rappresentano la cornice in cui prende forma l’ interesse generale del Paese.
Insomma, Giorgia Meloni deve dire – non solo alle opposizioni, che pur devono porle una domanda inequivocabile – ma all’ Italia ed agli italiani se vuole uscire dall’ ambiguità delle suggestioni trumpiane ed autocratiche che sicuramente, non disdegna. Non per ragioni contingenti, ma, a quanto pare, per una sostanziale sintonia idrologica.
Deve dirci se riconosce, “toto corde”, che l’ Italia è Europa e l’Europa non sarebbe tale senza il patrimonio storico, culturale, spirituale che le reca il nostro Paese.
Ci dica se intende giocare pienamente sul tavolo dell’ Europa la sua partita che è anche la nostra, a costo di dispiacere, anche con la ruvida franchezza di cui è capace , a Trump. Questo le consentirebbe – ed è il secondo corno del dilemma da risolvere – di liberarsi dall’ ipoteca “autocratica” in cui sembra stare a suo agio nella scia di Trump, senza, peraltro, che questo nulla le garantisca a lungo termine, per quanto l’ Europa intera inclini a destra. Dica se intende riconoscersi pienamente nell’ impianto democratico ed istituzionale di una Carta che – per quanto sia nata da quella cruenta lotta di liberazione dal fascismo, che non sta in cima ai suoi pensieri – è, a tutti gli effetti, la Costituzione di tutti italiani e, dunque, anche la sua. Oppure, se intenda continuare l’ attacco alla Costituzione della Repubblica, che sembra essere il filo conduttore della sua linea politica e prevede il “premierato” come prossima tappa.
Concorra, piuttosto, a mantenere l’Italia in quel solco ideale della sua storia, che le ha impresso un carattere indelebile e rappresenta l’ alveo in cui ogni governo, di qualunque colore sia, non può che riconoscersi.
Le pose “autocratiche” non fanno per noi e, dunque, neppure per lei. Ne prenda atto se aspira, legittimamente, a governare ancora “questo” Paese e non una sua astratta ed improbabile caricatura. Torni a vincere le elezioni, se ne sarà capace, ma sappia che gli italiani non le consentiranno di stabilire sul Paese un’ egemonia, che passi dalle manipolazioni di una Costituzione che gli italiani hanno più volte dimostrato di amare.
Domenico Galbiati









