L’Italia sprofonda nell’odio – di Domenico Galbiati
Chi è Vannacci? La causa o l’effetto? Il reagente che, buttato nella soluzione satura degli umori del Paese, la fa cristallizzare nella chimica dell’odio? Oppure la cartina di tornasole che, di quest’ultimo, rivela quanto sia concentrato nella pancia degli italiani?
Se fosse così – e probabilmente, lo è – verrebbe da dire: ben venga Vannacci. Il generale sarebbe lo specchio della nostra cattiva coscienza, porterebbe alla luce sentimenti di ostilità, di diffidenza, di sospetto, di rancore e di odio nei confronti di chiunque sia “diverso”, che, se non ci fosse lui, vivrebbero comunque, e troverebbero, in ogni caso, ospitalità in forze che, sostanzialmente, della violenza hanno fatto il loro abito mentale.
Ben venga perché avere “coscienza di malattia” è l’avvio di ogni processo di guarigione ed è, dunque, importante che gli italiani sappiano quale inferno stia diventando il “bel Paese”. Un covo di inquietudini, di sentimenti negativi e di timori che tradiscono l’incapacità di reggere il confronto con tutto ciò di nuovo che avanza sul piano sociale e ci fa paura perché compromette consuetudini morali, atteggiamenti mentali, comportamenti nei quali ci siamo chiusi come in un guscio protettivo.
Chi semina vento raccoglie tempesta. Coloro che si inoltrano sulle strade dell’estremismo pensano forse di poterlo governare, ma, in effetti, ne vengono travolti. I respingimenti, il blocco navale, la difesa dei confini, la remigrazione hanno un prezzo che taluni pensano di riscuotere ed, invece, gli italiani incattiviti pagano amaramente.
La violenza è a destra ed è a sinistra secondo questo gioco mimetico cui, superata una certa soglia, non ci possiamo sottrarre. A tale proposito, stiano attenti a sinistra a non cadere, a loro volta, secondo una postura contraria ed uguale, nella spirale vannacciana, facendo del generale il “capro espiatorio” che rende illusoriamente illibata la coscienza altrui. Illibata e cieca.
Siamo ancora in tempo a fermarci? Forse sì, ma ci resta poco tempo.
Domenico Galbiati