L’Iran e il “delirio di onnipotenza” – di Giancarlo Infante
Il Vice di Trump, JD Vance, ha lasciato il Pakistan. 21 ore di trattativa non hanno sortito effetto. Facili profeti quelli che consideravano la sola prosecuzione degli incontri come l’unico successo da attendersi (CLICCA QUI). Vance ha lamentato l’incomprensione iraniana. L’Iran risponde sostenendo che inaccettabili erano le proposte americane, avanzate giusto per trovare il pretesto per la rottura.
Torniamo a tre giorni fa, dunque, e dobbiamo vedere se, comunque, al momento, le due settimane di tregua resteranno in vigore.
Papa Leone XIV ha parlato contro il “delirio di onnipotenza” e ribadito la necessità di scegliere un’altra strada rispetto a quella della guerra. Ma è certo che è difficile prevedere ciò a cui ci troveremo di fronte adesso.
L’intervento del Papa è giunto mentre ancora non si erano spenti gli echi di quella che le cronache hanno presentato come la minaccia alla “avignonese” mandata a Leone VIV dal Sottosegretario del Dipartimento di stato americano, Elbridge Colby, attraverso l’allora Nunzio a Washington, Christophe Pierre. Eravamo agli inizi dell’anno, ma se n’è parlato solo adesso.
Una dichiarazione di guerra contro il Pontefice di una gravità inaudita. E poco conta se adesso c’è chi cerca di ridimensionare le cose dopo che la notizia è circolata. Non interessano, infatti, i termini precisi al dettaglio del colloquio tra il Sottosegretario di Stato e il cardinale – richiesto da Washington – e che definisce, comunque, la distanza tra l’America di Trump impegnata in una guerra illegittima e il Papa risolutamente contrario.
Non è la prima volta che il Papa e la Chiesa cattolica – senza essere in grado di schierare divisioni, come commentava sarcasticamente Stalin – sono oggetto di pressioni minacciose e di ostili battaglie sotterranee. Lo fecero Hitler, lo hanno fatto gli americani finanziando e sostenendo le sette protestanti in America latina, lo hanno fatto governi comunisti dell’allora Europa controllata dai sovietici. Un eccezione nel metodo fu quella sperimentata da Giovanni Paolo II – comunque in precedenza ferito da Alì Agca dei Lupi grigi, ma a suo tempo furono accusati i servizi della Bulgaria comunista d’averlo armato – allorquando ne venne silenziato il grido di pace in occasione delle due invasioni dell’Iraq. Andava bene il Wojtila che operava contro il comunismo, ma non quello operatore di pace. Silenziato anche Papa Benedetto XVI con i suoi ragionamenti sulla finanziarizzazione dell’economia e la proposta di creare un “governo” dell’economia mondiale. E lui fu tra i primi a sostenere l’adeguamento delle finanze Vaticane alle norme contro i “paradisi fiscali” e il riciclaggio.
Con Papà Francesco si è tornati alle maniere più forti. Con il sostegno a quelli dei “Dubia” – capitanati, dentro la Chiesa, dal cardinale Raymond Leo Burke e, fuori, dal cattolico John Bannon, a quei tempi ascoltato consigliere di Trump. E così le fondazioni americane cominciarono ad inondare la destra cattolica europea di soldi e soldi. In Italia indirizzati agli ambienti, ai gruppi ideologici ed ai social vicini ai Fratelli d’Italia, come nel caso della Heritage Foundation che si presenta come ispirata ai valori giudaico-cristiani. Bannon addirittura si fece dare l’Abbazia di Trivulzi per operare da non troppo lontano da Roma.
Di Papa Francesco è stato detto tutto il male possibile in maniera esplicita mentre c’era chi provava ad intrufolarsi alla chetichella in tutti gli ambiti politici d’ispirazione cristiana. E pure noi ne sappiamo qualcosa.
E tutto questo perché? Perché la Chiesa cattolica non si piega a quelle forze economiche e politiche che vogliono imporre una visione unica, che vivono sulle disuguaglianze e sulle divisioni dei meno potenti. Non si piega ad una deformazione del Messaggio di Cristo finalizzato, in realtà, a far vincere il suo contrario. Non va bene parlare di solidarietà, di giustizia sociale e, quindi, di pace. Non va bene denunciare le violenze, i morti e i soprusi provocati da Trump e da Netanyahu. Per quanto riguardava Francesco non andavano bene le telefonate quotidiane ai parrocchiani di Gaza sotto le bombe. Oggi, non va bene che Leone XIV si rifiuti di benedire i bombardamenti dell’Iran “ordinati” da Dio a Trump e a quel fanatico del suo Ministro della guerra Hegseth.
I No del Papa incrinano l’idea di una guerra di religione e per ciò “santa” ed inevitabile. Rompono il “giocattolo” elettorale che porterebbe automaticamente il voto cattolico alla destra reazionaria di Trump..
Ma come Papa Pacelli si oppose Al “Gott mit uns” dei nazifascisti, potrebbe un Papa di oggi benedire le bombe americane che, in aggiunta alla bandiera a stelle e strisce, dovrebbero mostrare anche una croce celtica, o quelle con la Stella di Davide di Netanyahu? Non è un caso che Papa Prevost ha condannato il richiamo a Dio “nei discorsi di morte”.
Se a qualcuno appare inevitabile che la follia di Trump e di Netanyahu giunga quasi a “minacciare” il Pontefice, meno inevitabile, anzi doveroso, è che altri rompano gli indugi. A partire dalle “madri e cristiane” e dai baciatori di rosari. E con loro, quelli che si dicono cattolici e continuano a stare tra le fila di questa improponibile estrema destra. Forse lì restano perché sono prima di destra e, poi, cattolici? E ovviamente la domanda la poniamo perché sono loro a presentarsi quali difensori dei “valori non negoziabili” della lotta all’aborto, ma poi ingoiano la pena di morte, l’uso libero delle armi, il genocidio di Gaza, le bombe sul Libano, incluso quelle precipitate sui cristiani? E tollerano anche le vere e proprie bestemmie e frasi blasfeme utilizzate da Trump e da Hegseth. Su tutto questo silenzio assoluto.
Noi, però, sappiamo bene che uno dei primi valori non negoziabili è quello del riconoscimento della verità. Anche – anzi soprattutto – quando si è presa una cantonata e smarrito il senso del discernimento. Si può essere cattolici di destra, certo – non sono mai mancati – ma giunge il momento in cui neppure il turarsi il naso può più essere sufficiente e viene il momento di dire basta. E questo momento, a maggior ragione oggi, con la possibile ripresa della guerra – e con quella di Israele al Libano, mai interrotta – è giunto.
Giancarlo Infante









