L’Europa e la sua coscienza – di Domenico Galbiati

Intanto che Trump spara nel mucchio, Xi Jinping tesse pazientemente la sua tela e, dopo aver ospitato il Presidente USA, si prepara a ricevere Putin.

A Pechino si sono sovrapposte, le une alle altre, controversie, abbozzi di intesa, motivi di scontro, sospetti, reciproche diffidenze ed altrettante cortesie, ammonimenti incrociati e prudenze necessarie dall’una e dall’altra parte. In altri termini, abbiamo assistito ad una sfida sorda travestita, a tratti, da toni di reciproco corteggiamento. Né, in modo beffardo, Xi Jinping ha risparmiato al Presidente degli Stati Uniti la lezione di Tucidide. Trump si sarà chiesto chi mai sia costui.

Si potrebbe dire che USA e Cina si confrontano, almeno per ora, a passi felpati, come se si annusassero, spiando, al di là dei convenevoli, le reciproche aspirazioni, misurando ciascuno la propria forza sul potenziale dell’altro, sapendo che nessuno dei due ha il colpo in canna necessario a prevalere sull’interlocutore. Eppure, senza escludere che si debba giungere ad uno scontro inevitabile ed aperto.

In ogni caso, l’uno e l’altro indisponibili – pur parlando di G2- ad un sostanziale pareggio. Se non nelle forme di una concertata spartizione del mondo per aree di influenza, magari assegnando a Putin un premio di consolazione, ad esempio libertà di movimento in quella marca di confine del suo immenso impero euro-asiatico, rappresentata dalla piccola Europa. Che, per quanto tale e per quanto sola, come denuncia Mario Draghi, soltanto apparentemente è marginale in una partita che sembra ispirata dalla crescente consapevolezza che questa volta sia davvero in gioco, come mai è accaduto prima, l’equilibrio complessivo del pianeta.

Forse, più di quanto sia avvenuto negli anni della “guerra fredda” e del terrore nucleare, niente meno che la stessa sopravvivenza di un mondo che abbiamo devastato ed oggi deve fare i conti con una difficoltà di approvvigionamento energetico che, destinata a svolgersi nel tempo accelerato dei prossimi decenni e non di secoli, potrebbe spingere l’umanità intera, pur senza cedere a visioni apocalittiche, verso svolte epocali drammatiche. Come se ciascuna delle due potenze, ad un tempo, temesse l’altra, ma, soprattutto, dubitando di sé e del suo domani, volesse, fin d’ora, mettere a punto, secondo una prospettiva di lungo termine, le garanzie necessarie a durare nel tempo.

In ogni caso, un dato, appunto, accomuna le maggiori potenze: l’aspirazione a mettere sotto scacco il resto del mondo. Peraltro, come se questo indirizzo, diversamente che nel passato, non rispondesse più ad un istinto egemonico ed imperiale, quanto piuttosto alla preoccupazione di salvaguardare equilibri che non gettino le stesse super-potenze in una condizione sostanzialmente precaria o difficilmente governabile nei loro stessi Paesi.
Senonché, dai tempi della “guerra fredda”, le cose sono cambiate e non è più possibile immaginare una seconda Yalta.

Le relazioni internazionali si sono arricchite della presenza di nuovi attori, articolata secondo un ventaglio di paesi che non stanno più al guinzaglio dei vecchi colonizzatori e cercano di sollevarsi da soli, secondo nuove reti e nuove connessioni, al rango di protagonisti. Si è aperto un cantiere, insomma, una volta inimmaginabile, e le superpotenze volentieri, ove non potessero ricondurlo alle loro ragioni, lo soffocherebbero.

Siamo nella classica condizione di un “caos” che, comunque, prelude ad un nuovo equilibrio dei rapporti che, a sua volta, ha bisogno di un “principio d’ordine”, una sorta di demiurgo che rigeneri un sistema di relazioni sensate e virtuose. In un quadro del genere, la solitudine dell’Europa è necessariamente un handicap oppure può rivelarsi una chance? Nella storia, nei suoi sviluppi, non c’è nulla di fatale. E’ nelle nostre mani.

L’Europa, in un quadro del genere, dominato dalle ragioni della forza, può fare la differenza? Senza illudersi di competere sul piano del possibile scontro armato, può indurre un cambio di paradigma? Forse sì. Purché sia unita, avvertita dei suoi valori, ammaestrata dalla sua storia, consapevole del ruolo che oggi le compete. Come se la sua stessa millenaria vicenda e, nel contempo, non meno, gli eventi che si vanno succedendo nel tempo recente, avessero predisposto da lontano un compito di cui oggi le chiedono conto. E’ dalla sua coscienza storica e morale che può trarre la credibilità necessaria ad ispirare – secondo l’opzione di pace da cui ha preso le mosse il processo, sia pure così faticoso e lento, di unificazione – un nuovo corso delle relazioni internazionali.

Domenico Galbiati