L’Europa e i tre imperi aggressivi – di Maurizio Cotta
Il καιρός, in italiano il “momento opportuno” è quel punto nel tempo quando un accumularsi di fattori pongono un individuo o una collettività di fronte all’urgenza di una scelta importante. Credo che oggi per l’Unione Europea quel punto sia scoccato.
Lo scenario internazionale e le sue minacce. Oggi l’Europa (l’UE) si trova in una situazione internazionale che la sollecita a fare i conti seriamente con le minacce che la confrontano e quindi con il suo ruolo nel mondo. Questo scenario è largamente determinato dalle politiche di potenza dei tre grandi attori imperiali(sti) che con le loro azioni stanno mostrando di voler ridisegnare gli assetti mondiali. Questi attori – gli Stati Uniti di Trump, la Russia di Putin e la Cina di XI – in misura più o meno scoperta avversano l’Unione Europea (vista come una entità politica a seconda dei casi trascurabile o nociva), cercano di favorirne la frammentazione (si veda l’azione di Trump e Vance a sostegno dell’Ungheria di Orbàn), la escludono dalle principali trattative in corso (Ucraina e Golfo), o promuovono la distruzione del suo tessuto industriale e sociale (con il dumping dell’export).
L’aggressività di queste potenze imperiali è in buona parte riconducibile ai loro gravi problemi interni ai quali cercano una soluzione con la proiezione esterna di potenza. L’aggressione russa all’Ucraina e il dichiarato intento di ricostruire una grande Russia rispondono all’esigenza di legittimare attraverso un patriottismo imperiale la leadership assolutistica di Putin. L’enorme export drogato della Cina (1.2 trilioni di dollari di surplus nel 2025) serve a compensare una economia domestica in crescente affanno per lo scoppio dell’enorme bolla immobiliare e la stagnazione della domanda interna.
L’offensiva mondiale dei dazi scatenata da Trump nasce dalle faglie emerse nella società americana con la globalizzazione e i processi di transizione dall’industria tradizionale all’hightech. E la guerra americana (e israeliana) all’Iran ha molto a che fare con il tentativo di Trump (e di Netanyahu) di recuperare sostegno popolare spostando l’attenzione dalle difficoltà economiche interne agli (sperati) successi internazionali.
Nel loro complesso queste azioni stanno sconvolgendo gli assetti internazionali, rendendone più imprevedibili gli sviluppi e indebolendo tutti i meccanismi di “governance” multilaterali (a partire dall’ONU). Questa situazione presenta un alto livello di rischio politico ed economico per l’Europa in quanto rende difficile all’Unione Europea proteggere i propri interessi fondamentali e riversa reali e potenziali spinte di frammentazione sull’Unione (la cui coesione interna è costituzionalmente più debole degli altri attori). Gli effetti negativi si riverberano anche su molte altre medie e piccole potenze del mondo e in genere sui paesi in via di sviluppo.
In assenza di una capacità di reazione adeguata a questo contesto altamente sfidante st prospettano variabili forme di “vassallaggio” nei confronti dell’uno o dell’altro di questi attori imperiali. Esiti che passerebbero attraverso un netto depotenziamento dell’Unione e il prevalere di rapporti unilaterali e ineguali di singoli stati con l’impero di riferimento. Parliamo di “momento opportuno” perché oggi è sicuramente il tempo di prendere pienamente coscienza delle alternative che stanno di fronte all’Unione Europea: declino e vassallaggio oppure un salto in avanti verso un ruolo attivo e responsabile nel sistema internazionale, un ruolo adeguato alle potenzialità e ai bisogni della “polity” europea.
Di fronte a questa sfida si manifesta spesso un pessimismo che rileva la debolezza degli strumenti di azione dell’Unione e le incertezze decisionali che la caratterizzano. Tutto questo è certamente vero e porre rimedio a questi deficit è assolutamente necessario. Ma non bisogna neppure trascurare alcuni fattori che possono incoraggiare una visione più ottimistica. Il primo, di non piccola importanza, riguarda il grado stesso di successo delle azioni aggressive degli imperi. Questi anni dimostrano che è ben al di sotto delle loro aspettative iniziali. Il caso più macroscopico è il sostanziale fallimento dell’Operazione speciale russa in Ucraina. Al mancato assoggettamento
dell’Ucraina si aggiungono l’adesione alla Nato di Finlandia e Svezia, e soprattutto gli imponenti costi umani ed economici per la Russia stessa tali da far prevedere che si possano aprire crepe nel sistema di potere putiniano. Dal canto suo la campagna di dazi di Trump, mentre ha inimicato molti paesi alleati e seminato dubbi sull’affidabilità di Washington, non sembra aver portato tangibili miglioramenti all’economia americana. Sulle partite di Gaza, del Libano e dell’Iran il giudizio è ancora sospeso, ma le speranze di facili e rapide pacificazioni (magari accompagnate da strepitosi investimenti immobiliari) non si stanno manifestando (mentre le devastazioni sono ben chiare). Infine, la guerra cinese dell’export non sta risolvendo i problemi dell’economia domestica del gigante asiatico ed è destinata a suscitare orientamenti anticinesi in molti paesi del mondo.
Se guardiamo invece all’Europa la sua capacità complessiva di reazione è certamente inferiore a quanto si potrebbe desiderare, ma non deve essere del tutto sottovalutata. Di fronte alla sfida russa a oriente l’Unione Europea ha mostrato una notevole compattezza nonostante qualche difficoltà interna (Ungheria) e il crescente distacco dell’amministrazione Trump. Con il 2025 l’Unione (insieme ad una serie di alleati esterni) ha ormai preso sulle sue spalle il sostegno militare e finanziario al paese aggredito sostituendosi quasi totalmente agli USA e contribuendo significativamente alla
resistenza dell’Ucraina. E con il fondo da 90 miliardi di euro destinato a sbloccarsi dopo la sconfitta
elettorale di Orban questo sostegno si farà ancora più decisivo.
Vero è invece che per quel che riguarda la crisi mediorientale l’Europa si è mossa in ordine sparso e
la sua influenza è stata quasi inesistente (se non in termini negativi non facendosi coinvolgere nella
guerra di Trump).
Che cosa manca allora perché l’Unione Europea passi da un ruolo prevalentemente passivo sulla
scena internazionale ad un ruolo attivo e colga il momento opportuno?
1. In primo luogo l’elaborazione di una più completa visione comune di politica estera e di sicurezza che tenga pienamente conto di tutti i quadranti critici per l’Unione (quindi oltre a quello orientale, quello mediterraneo e quello africano). Questa visione complessiva deve fornire il quadro di riferimento entro il quale le politiche estere nazionali si devono armonizzare riconoscendo la priorità del “bene comune europeo” sugli interessi nazionali. E su queste basi l’Unione deve assumere una postura attiva (e possibilmente preventiva) nelle grandi crisi internazionali.
2. Strettamente connesso a questo primo passo è lo sviluppo di risorse comuni a sostegno delle politiche europee e una conseguente applicazione dei programmi deliberati (si veda per esempio l’ambizioso “Pact for the Mediterranean One Sea, One Pact, One Future” dell’ottobre 2025 che non dovrebbe restare un progetto cartaceo). Tra le risorse da sviluppare ci sono naturalmente quelle relative alle esigenze militari in una ottica di difesa (e di cooperazione alle operazioni di peacekeeping a legittimazione internazionale). Qui prima dell’obiettivo futuristico dell’esercito europeo
si pone il problema della NATO a fronte del sempre più netto disimpegno degli Stati Uniti. Una pragmatica riflessione sulla NATO-1 (cioè senza gli USA) può servire ad affrontare gradualmente ma su basi già concretamente esistenti il tema del coordinamento degli eserciti nazionali a servizio delle esigenze europee.
3.Il superamento del principio dell’unanimità e del diritto di veto è indispensabile in questa prospettiva? La sua auspicabilità è indubbia (anche se non facilmente realizzabile) e tuttavia non dovrebbe costituire un alibi per non fare passi in avanti. La strada della decisione per consenso rimane comunque percorribile se maturano convinzioni comuni e si erodono le opposizioni pregiudiziali di qualche paese (il recente cambiamento di governo in Ungheria suggerisce questa possibilità). Le cooperazioni rafforzate promosse da almeno nove stati e previste esplicitamente dal
Trattato sull’Unione Europea (TEU art 20) e dal Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFEU art. 326-334) sono un ulteriore strumento per procedere in caso di stallo decisionale.
In conclusione: al di là di auspicabili, ma a breve difficili cambiamenti nella lettera dei trattati in materia di politica estera e di sicurezza, è indispensabile e preliminare un processo politico che faccia emergere tra i paesi e gli organi della UE un largo consenso su un ruolo attivo dell’intera Unione nell’affrontare i gravi problemi del sistema internazionale. Questo ruolo attivo della UE, improntato al rispetto del diritto internazionale, al perseguimento di soluzioni pacifiche e alla valorizzazione delle istanze di governo internazionali (ONU, ecc.), può costituire un importante punto di riferimento anche per altri paesi di medio livello (Canada, Giappone, India, ecc.) desiderosi
di non essere schiacciati dai tre imperi.
Una postilla sull’Italia: il suo attuale governo, che al suo interno contiene una forza – la Lega – che occhieggia alla Russia e che nella sua leadership aveva immaginato (un po’ furbescamente) di poter svolgere un ruolo di ponte tra l’amministrazione Trump e l’Europa, è stato costretto dagli ultimi sviluppi a riorientare la sua posizione più nettamente verso l’Europa. Ci dobbiamo aspettare che contribuisca attivamente al processo politico europeo per costruire il forte consenso che i tempi odierni richiedono. In questa azione un dialogo positivo con la principale forza di opposizione non dovrebbe mancare.
Maurizio Cotta









