Europa solo territorio da difendere?

Al fondo, è sempre valsa la riflessione di Alcide De Gasperi che, ben misurando le parole, nel suo discorso del 1951 in occasione della riunione dell’Assemblea del Consiglio d’Europa, poneva il problema della difesa comune europea, non in maniera alternativa all’Alleanza atlantica – che egli definiva “organizzazione che tende a ristabilire l’equilibrio delle forze” – ma come integrazione da parte di un’Europa che, anche in una difesa comune, trovava gli strumenti per reagire ai “germi di disgregazione e di declino, di reciproca diffidenza e di decomposizione morale che noi dobbiamo lottare con tutte le nostre forze”. In poche parole, De Gasperi poneva la stessa domanda che sta valendo anche oggi: l’Europa vuol essere un territorio da proteggere o un soggetto strategico?

Poi, l’ipotesi di difesa comune denominata Ced venne bocciata da quella Francia che pure l’aveva lanciata e questo costituì la più grande amarezza per lo statista trentino. E quella stessa Francia – sia pure con altro governo ed altri personaggi – in questo caso il generale Charles de Gaulle nel 1966 – finì pure per uscire dal Comando militare integrato della Nato. Ma non era solamente il paese transalpino a restare a lungo ostile verso una difesa europea. Era più comodo appoggiarsi alla Nato, a dispetto del fatto che sempre più emergeva la constatazione che la sua crisi non costituiva un incidente di percorso. Certo, aiutava anche che l’Alleanza atlantica era via via diventata un organismo fortemente coinvolto nel cosiddetto apparato industriale – militare che, al pari di tutte le elefantiache strutture internazionali, restava sostanzialmente quasi esclusivamente impegnata a perpetuare se stessa e, dunque, sorda ad ogni possibile occasione di trasformazione.

In fondo, come già sostenuto ieri su queste colonne, è stato più facile ignorare la domanda sulla diversificazione della Nato rispetto alla sua funzione originaria.  Un processo lungo e profondo con radicazioni politiche e strategiche ormai evidenti. Si cercò di porvi rimedio all’indomani della caduta del Muro e con l’arrivo di Vladimir Putin al Cremlino. Linea su cui si prodigò Silvio Berlusconi. Linea che naufragò per le divaricate  prospettive interne all’Europa e tra le due sponde dell’Atlantico. E così si è tutto trascinato per circa quattro decenni.

Gli americani vogliono liberarsene e gli europei sentono di non controllarla

In sostanza, ci ritroviamo nella condizione in cui gli Stati Uniti vogliono liberarsene e gli europei avvertono di essere all’interno di un sistema di difesa che non sono in grado di controllare.

La Storia è sempre stata piena di paradossi e di Nemesi. E così da quella stessa Francia, di cui abbiamo velocemente tratteggiato convinzioni ed atteggiamenti, viene oggi, con la voce di Macron, l’ipotesi di riempire il vuoto creato con la proposizione di una difesa europea, non ostile, ma neppure subordinata, bensì alternativa a quella fino ad oggi assicurata dal Trattato di difesa del Nord Atlantico.

Emmanuel Macron lo ha fatto con un passo politico che finora nessun leader europeo aveva osato muovere con la stessa chiarezza. Ha affermato che lArticolo 42.7 del Trattato di Lisbona, la clausola di difesa reciproca dell’Unione, applicata recentemente con la partecipazione europea alla difesa di Cipro, è persino più forte e cogente dell’art. 5 della Nato che impegna a difendere l’amico alleato in pericolo.

Se la Nato non garantisce più stabilità collettiva, l’Europa deve garantire almeno la propria. Se la capacità di deterrenza occidentale non è più scontata, serve quella europea. Se gli Stati Uniti oscillano tra coinvolgimento e disimpegno, l’Europa deve finalmente diventare autonoma. Se la sicurezza significa anche sviluppo industriale e tecnologico, e crescita della capacità produttiva, allora la Difesa europea deve diventare anche un progetto economico condiviso e, magari, di eccellenza e di risparmio.

E se la domanda sull’Europa da intendere come soggetto strategico o territorio da proteggere ha un senso, dev’essere concepita una difesa come condizione fondamentale per l’espressione di una propria specificità, al fine di evitare che essa resti sempre un vaso di coccio tra potenze che agiscono su scala globale come fanno Stati Uniti, Cina, Russia, India.

A partire da quello italiano, c’è una seconda domanda: gli altri governi europei avranno l’intenzione ed il coraggio adeguato?

Giancarlo Infante