L’Europa davanti all’abisso. Intervista di Silvio Minetti a Mario Ceruti

L’Europa davanti all’abisso. Intervista di Silvio Minetti a Mario Ceruti

Città Nuova ha pubblicato sa seguente intervista al filosofo Mario Ceruti realizzata da Sivio Minnetti

Come vediamo dall’attivismo del Presidente statunitense Trump agli scenari di guerra in Ucraina e Medio Oriente, l’Europa unita è messa di fronte a scelte radicali, per la sua esistenza, sull’elaborazione di una politica estera e della
difesa comune. Ne abbiamo parlato con Mauro Ceruti, professore emerito di Filosofia della scienza allo Iulm di Milano, dove dirige il Centro di ricerche sui sistemi complessi.

I suoi numerosi scritti sono pubblicati in italiano, inglese, francese, tedesco, portoghese, rumeno, turco e spagnolo. Nel 2025, assieme al celebre filosofo e sociologo francese Edgar Morin, Ceruti ha redatto un vero e proprio Manifesto per pensare l’Europa del futuro, a partire dalla consapevolezza che oltre ai nuovi imperialismi che minacciano
l’Europa dall’esterno, una forte spinta alla disgregazione arriva dall’interno con la crescita di forme di demagogismo illiberale, xenofobismo e fanatismi nazionalisti. Eppure i due pensatori ricorrono alla citazione di Hölderlin, grandi poeta europeo, per affermare che «là dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva».

Partiamo da questa intuizione con la nostra intervista. Nel libro scritto assieme ad Edgar Morin (La nostra Europa) affermate che si tratta di cambiare o morire. Un dilemma inevitabile?

L’inanellarsi delle crisi, dal 2008 in poi (crisi finanziaria, Brexit, pandemia, guerra alle porte dell’UE), ci dice che l’Europa è a un bivio: o diventa un’Unione politica, a partire dall’Eurozona, o muore. Non possiamo più evitare la seconda senza realizzare la prima. Questo proprio nel momento in cui, in seno all’Europa, si levano potenti le correnti sovraniste e nazionalpopuliste che intendono bloccare il progetto di Unione politica.

Cosa sta avvenendo in Europa sul piano storico e culturale?

Attenzione: questa volta non si tratta solo di euro-scetticismo. Questi movimenti non solo propugnano un modello demagogico di democrazia, ma cercano di riabilitare un concetto “romantico” di nazione intesa come entità naturalistica, fondata sulla discendenza dallo stesso ceppo etnico, cioè su legami prepolitici, per risacralizzare i
confini. Questo pericolo di regressione ci deve ricordare che uno dei meriti storici del progetto dell’Unione Europea, nell’Europa occidentale, poi allargato ad una parte dell’Europa centro-orientale dopo il crollo del Muro di Berlino, è stato di superare non le patrie o gli Stati nazionali di cui si trattava di limitare i poteri, ma di superare le malattie che avevano portato l’Europa al rischio di autodistruzione: la purificazione etnica e la sacralizzazione dei confini. Non a caso i problemi e le guerre sono di nuovo insorti quando si è voluto risolvere i conflitti etnici, religiosi o identitari con il paradigma del confine, con ricorrenti e contraddittori spostamenti dei confini stessi.

In che cosa consiste allora la sfida europea?

La sfida che sta di fronte all’Unione Europea continua ad essere quella di costruire qualcosa di storicamente inedito. Vale a dire, una democrazia sovranazionale fondata su un doppio binario: i cittadini europei che formano la loro volontà attraverso una sfera pubblica informale e istituzionalizzata, che ha il suo vertice in partiti transnazionali e nel
Parlamento europeo; i popoli di Stati europei che formano la loro volontà con la mediazione dei rappresentanti di governo e degli Stati nel Consiglio europeo e nella Commissione. La stessa persona potrebbe partecipare a questo nuovo consorzio, secondo nuove procedure democratiche giustificate, sia come cittadino dell’UE sia come cittadino dello Stato membro, che potrebbe continuare ad avere il ruolo di garante dei diritti e delle libertà attraverso le
Costituzioni nazionali.

Possiamo parlare di laboratorio europeo?

Il laboratorio europeo potrebbe diventare anche pilota rispetto ad un’associazione sovranazionale di cittadini e di popoli su scala mondiale. La concezione, sviluppatasi sull’esempio dell’Unione Europea di una cooperazione costituente di cittadini e Stati, indica la via lungo la quale l’esistente comunità internazionale di Stati intorno alla
comunità di “cittadini del mondo” potrebbe essere portata a compimento in una comunità cosmopolitica. Proprio per la sua storia, per la sua identità, una e molteplice, e per la sua attuale condizione di “provincia globale”, l’Europa può essere laboratorio di innovazione istituzionale e culturale, per affrontare le sfide del “mondo globale”: governare i processi disordinati di globalizzazione economica; prospettare modalità di integrazione dinamica tra pubblico e privato, laddove hanno fallito sia il liberismo sia il dirigismo unilaterali; sviluppare la qualità della vita degli individui
e delle collettività attraverso le opportune riforme ed estensioni del welfare state; riannodare i legami sociali e difendere le specificità culturali; concepire relazioni sostenibili con gli ecosistemi; porre un termine all’età delle energie fossili e rendere economicamente produttive le energie rinnovabili; intervenire sul riscaldamento globale e stabilizzare il clima del pianeta.

Ma l’integrazione politica europea è ancora possibile?

Una strada ancora lunga ed impervia, forse ormai perduta e di difficile percorribilità. Ma questo ci rimane da fare: o approfondire politicamente l’Unione e contribuire così alla società mondiale e fronteggiare le crisi globali (ecologiche, sanitarie, economiche, sociali e tecnologiche) oppure, tornando divisi, destinarci alla irrilevanza sullo scacchiere globale. L’attuale Europa è burocratica, tecnocratica, econocratica. Certamente lo è diventata perché inchiodata ostinatamente al dogma dell’ortodossia finanziaria, al prevalere della tecnica sulla politica e nella misura in cui ha lasciato avvizzire lo slancio per l’obiettivo dell’integrazione politica. Eppure, insistendo su questo Cahier de doleances, non si comprende che questo non è che il risultato prodotto dall’Europa che manca, dall’Europa che non c’è. Sono proprio il prevalere degli Stati nazionali (e dei loro interessi) sulle strutture sovranazionali, dunque le divisioni interne, la mancanza di una voce unitaria sulle questioni decisive del nostro tempo, all’origine della passività e dell’inerzia che stanno caratterizzando il ruolo dell’Europa nel mondo.

È una crisi di identità?

Ci si dimentica troppo sbrigativamente che l’Europa non un territorio, ma è innanzitutto una civiltà, un’entità storica in continua metamorfosi, che affronta in forme sempre nuove una tensione ricorrente, e mai compiuta, fra unità e molteplicità, fra identità e diversità. Questa permanente tessitura della sua unità, nella pluralità, non è la sua
debolezza, ma potrebbe essere la sua forza, che può proiettarsi ad agire secondo l’imperativo cosmopolitico kantiano: agire come se la cooperazione in Europa possa valere ed applicarsi anche ad altri spazi della comunità mondiale. Insomma, laboratorio per un possibile governo cosmopolitico, multilaterale e policentrico. Ci dobbiamo sentire attivi e partecipi della costruzione di un’Europa umanista e culturale. Assumere e rigenerare il volto dell’umanesimo che ha
esaltato il valore e la dignità di ogni essere umano. Dobbiamo perseguire una mondializzazione di questo umanesimo, quello dei diritti umani, delle donne, della libertà-eguaglianza-fraternità, della democrazia, della solidarietà e della pace.

Oggi l’Europa, in conclusione, è sull’orlo dell’abisso?

Lo è l’umanità intera. Sotto la spada di Damocle della guerra globale nucleare e del riscaldamento globale. L’Europa oggi non è più il centro ma provincia del mondo. Di fronte alla possibilità inedita di autodistruzione dell’umanità, può divenire però fucina di un umanesimo planetario, imperniato sulla coscienza della comunità di destino di tutti i popoli della Terra, e di tutta l’umanità con la Terra stessa. È in questo orizzonte che può diventare un’Europa politica.
L’Europa nella sua storia ha costituito un modello di civiltà inedita: se oggi saprà ritrovare la sua anima, potrà contribuire in modo significativo a umanizzare la globalizzazione. Questa volta o si fa davvero l’Europa, oppure l’Europa muore…