Non c’è alternativa all’Europa. Giorgia Meloni sa perfettamente che non esiste un’altra strada. Ma l’Europa, così com’è, le sta stretta. Troppi vincoli per il suo sovranismo.
Il discorso di Giorgia Meloni alla Confindustria sulle “policrisi” -come lei ha definito le condizioni mondiali degli ultimi anni – sembra costruito per apparire come una riflessione alta sul destino dell’Europa. In realtà, arriva in un momento che ne rivela la natura profondamente ideologica, politica ed elettorale. Guarda caso, subito dopo il richiamo della Presidente della BCE, Christine Lagarde, che ha ricordato all’Italia l’obbligo di rispettare le regole di bilancio e il mancato rientro nel limite del 3% di deficit. È difficile, allora, non leggere le parole della Premier come una risposta risentita a un’Europa che non ha concesso quella sospensione del Patto di Stabilità che Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti avevano a suo tempo comunque celebrato come un successo negoziale.
La nostra Presidente del Consiglio parla di un mondo travolto da crisi sovrapposte, di catene del valore spezzate, di un ordine globale instabile. Ma dimentica che il suo governo è nato quando la guerra in Ucraina aveva già sconvolto mercati, traffici e prezzi dell’energia. Lo shock di Hormuz è una recente aggravante, non la causa primaria. Sorvola sul fatto che una classe dirigente consapevole avrebbe previsto che un Paese con un debito enorme e una crescita fragile non poteva permettersi politiche espansive senza una strategia credibile. Invece, molte scelte sono state guidate da logiche elettorali e dalla tutela dei settori più forti che sostengono la maggioranza. Oltre che l’ostinarsi a coltivare alleanze internazionali che già avevano in sé una valenza contraddittoria.
Meloni descrive l’Unione Europea come un “gigante burocratico” che soffoca la competitività e sacrifica la visione strategica sull’altare dell’ideologia. Chi vive solo di ideologismi non può che vedere ideologizzazioni dappertutto.
È una narrazione che funziona bene sul piano retorico, ma che ignora un fatto elementare: l’Italia non è vittima di un destino imposto da Bruxelles, bensì di decenni di scelte interne che hanno mancato fondamentali appuntamenti con innovazione e sviluppo, frenato la produttività, eroso salari e trasformato la spesa pubblica in un meccanismo di distribuzione, non di crescita.
C’è poi un’altra contraddizione che il discorso non risolve. Meloni rivendica di aver denunciato per anni i limiti dell’Europa. In un modo tale da coltivare l’immagine di chi è “nemica dell’Europa”. Oggi, così, sembra quasi voler fare la “maestrina” che da lezioni ad una Europa che resta lontana dalle sue corde. Solo che – come fanno quotidianamente sempre i suoi – ammanta tutto con una patina di realismo. Ma è sempre la stessa che ha combattuto ogni tentativo di riforma dell’Unione, a partire dall’introduzione del voto a maggioranza che eliminerebbe i veti nazionali. Oggi lamenta un’Europa lenta e paralizzata, ma difende i meccanismi che la rendono tale. È il paradosso del sovranismo di governo: criticare l’Europa mentre si impedisce che cambi.
La richiesta di “fare meno e farlo meglio”, di ridurre la giungla normativa e liberare le imprese, è un refrain che Meloni ripete da anni. Ma non basta evocare la sburocratizzazione per nascondere che l’Italia non ha ancora affrontato le sue vere rigidità: una politica industriale intermittente, una pubblica amministrazione inefficiente, un sistema fiscale che premia rendite e penalizza innovazione, lavoro che ha perso potere d’acquisto. L’assoluta mancanza di una politica di sostegno all’innovazione e allo sviluppo digitale e tecnologico fa il resto.
Il suo discorso vorrebbe darci ad intendere che esiste un’Europa che sbaglia e un’Italia, invece, che reagisce. Ma sappiamo benissimo che non è così. Come del resto ci dicono tutti i dati sui parametri che contano.
Giorgia Meloni trascura il fatto che il governo si trova oggi in difficoltà non per colpa di un destino avverso, e con quasi quattro anni di un governo alle spalle che non ha fatto davvero quasi nulla per trasformare il Paese e dotarlo di un’autentica capacità innovativa. La “policrisi” è reale, ma non può diventare un alibi permanente.
Con il suo intervento di fronte agli imprenditori di Confindustria – ed anch’essi avrebbero da fare molti “mea culpa”, e non esclusivamente per l’oggi – ha solamente confermato che c’è una lunga campagna elettorale in corso. E, quindi, ogni occasione è buona per provare a tagliare un po’ d’erba sotto i piedi a Salvini e a Vannacci, entrambi alla ricerca di maneggiare lo scettro dell’antieuropeismo più estremo. Ed in più, chissà se questo “europeismo” tanto svogliato non serva per provare a ricucire con l’alleato d’Oltre Oceano che, con tanto risentimento, l’ha abbandonata.
Giancarlo Infante