L’Europa alza la testa per Hormuz, ancora balbetta per il Libano – di Giancarlo Infante
Logica e conseguenzialità del No degli europei su Hormuz
Che l’Europa esprimesse un sostanziale No alla richiesta di Trump d’intervenire nello Stretto di Hormuz ha una sua logica ed una certa sua conseguenzialità. Gli europei si sono trovati di fronte ad un conflitto che ha violato ogni regola del Diritto internazionale. Scatenato unilateralmente da Israele cui è andata al seguito l’Amministrazione statunitense. Il tutto è avvenuto con una carenza di prospettive e di preparazione che, soprattutto da parte americana, sta sempre più emergendo al punto cui siamo arrivati.
Non è solo un “dispetto” a Trump infilatosi nel pantano
Trump si ritrova adesso nel pantano. Ma è difficile pensare che gli europei ce lo vogliano lasciare per una sorta di ripicco e di perfida vendetta. Li ha insultati in ogni modo, ha disprezzato la Nato e l’apporto dei suoi paesi alle guerre che tutti consideravano americane, ha sferrato loro quella che vivono come una “pugnalata alle spalle” sul fronte ucraino dando ulteriore respiro a Putin, sollevando l’embargo sulla vendita di petrolio nel resto del mondo. C’è, però, da ritenere che i motivi siano altri. Probabilmente, su tutto spicca il loro convincimento che l’Iran ha tutte le caratteristiche per diventare un Vietnam dei giorni nostri. Con gli elicotteri sostituiti da missili e droni, da una parte, e con un popolo, dall’altra, pronto a scendere in larga parte in armi in tutta la Persia, alla vietcong.
C’è poi da chiedersi a cosa servirebbe un largo contingente di mezzi navali ad Hormuz se non ad internazionalizzare il conflitto e ad estendere il novero dei paesi coinvolti. Le compagnie d’assicurazione, in ogni caso, non coprirebbero i rischi corsi dalle navi, costringendo, così, armatori ed equipaggi a restare alla fonda. E senza un vero e proprio intervento di terra lo scambio di missili è destinato a durare più di quanto Trump non si immaginasse quando con grande baldanza ha dato l’ordine del “si spari”. Il regime non è ancora crollato ed è tutto da vedere se realmente crollerebbe. Persino con un attacco terrestre nello stile delle due precedenti guerre del Golfo contro Saddam Hussein. Ci sarebbe solo da puntare una scommessa – ma sanguinosa e costosissima – sul fatto che anche il regime degli Ayatollah si afflosci e si dimostri un gigante di cartone. Ma è così?
Una scommessa, l’azzardata apertura del vaso di Pandora che gli europei non vogliono davvero scoperchiare. Ed emerge una simmetria con la posizione della Cina da cui pure è giunto un no all’invio di mezzi navali nel Golfo. Chiarendo che, secondo Pechino, questa crisi non si risolve “con l’accumulo di mezzi militare”, ma con una “de escalation” da parte di tutti. Anche perché si tratterebbe di una guerra destinata ad infiammare tutto quell’arco di territori degli sciiti che va dall’Iran al Mediterraneo, con Iraq, Siria e Libano. E si riaprirebbe in questo contesto tutta la questione di Gaza che Trump credeva di aver risolto con quello sgorbio di Onu privata che ha chiamato Board of Peace.
Visto che anche la “Meloni d’Oriente”, la Prima ministra del Giappone, Sanae Takaichi, si è tirata indietro, forse, solo i coreani del sud manderanno una nave, ricattati come sono dalla minaccia nucleare del dittatore del nord, Kim Jong Un. Trump adesso può solo inveire contro gli europei che, nel bisogno, ha riscoperto quali alleati. Li ha irosamente rimproverati d’ingratitudine per gli interventi negli anni passati da parte degli Stati Uniti per difenderli. Ma dimenticando che Presidenti Usa di ben altro spessore politico e morale lo fecero contro un aggressore. Panni che questa volta è lui a vestire al di fuori di ogni regola.
La situazione si deteriora sempre più e gli attori rischiamo di aumentare
La situazione, intanto, si deteriora. Se è vero – ma al momento dobbiamo affidarci solo alla fonte israeliana – quel che ci dice The Jerusalem Post, secondo il quale Hamas avrebbe segretamente scritto alla nuova Guida Suprema del regime iraniano, Mojtaba Khamenei, invitandolo ad “allargare la guerra su tutti i fronti”. L’esortazione, considerando che Hamas è emanazione del mondo sunnita, apre un nuovo scenario anche in relazione ai rapporti tra le diverse fedi in cui è suddiviso il mondo islamico. Hamas avrebbe ribadito l’assoluta contrarietà ad ogni abbandono delle armi. Smentendo le proprie precedenti dichiarazioni ufficiali – quelle contenenti l’invito all’Iran a non bombardare i paesi del Golfo – il movimento di resistenza palestinese dice di schierarsi “con tutto il suo peso a sostegno” della “saggia leadership” di Khamenei “di fronte all’anarchia ‘sionista-americana’”. Ed è duro contro i paesi del Golfo responsabili di aver avviato processi di normalizzazione con Israele, definendoli parte di un “campo perdente”. Il sostegno incondizionato all’Iran è promesso da Hamas anche per conto dei “fratelli dell’asse della resistenza in Libano , Yemen e Iraq”, conclude la lettera.









