Lettera aperta a Giorgia Meloni sulla Repubblica “più ambiziosa” – di Michele Marino
Gentile presidente Meloni, la Sua, indiscussa leadership l’ha indotta ad affermare, in occasione delle celebrazioni della Festa della Repubblica italiana, che l’Italia merita di ambire ad obiettivi più alti, la qual cosa è, ovviamente, del tutto condivisibile. Ma, “mi consenta”, come diceva Berlusconi: da una prima riflessione viene spontaneo chiedersi di quale ambizione si parla? Ci dovrebbe chiarire se essa riguarda il nostro posizionamento internazionale e all’interno dell’UE, o in ordine agli affari interni (sicurezza percepita dai cittadini molto bassa), nel campo “tecnico” delle Istituzioni pubbliche o in quello economico-finanziario, oppure nel senso della modernizzazione tecnologica e infrastrutturale (il Sud e le isole sono in grave ritardo rispetto ai parametri europei), oppure rispetto alle riforme c.d. strutturali nel settore tributario e fiscale, della giustizia, del lavoro e del welfare? Boh !
E’ d’obbligo, se non istintivo, pensare al progetto conservatore, ora tallonato e messo in discussione dal “pensiero vannacciano”, risalente in qualche modo all’ideologia di Almirante e fondato su una riforma costituzionale, volta a introdurre il presidenzialismo, piuttosto che il superato bipartitismo degli anni ’90. Comunque, il fine occulto, oltre a quello di dividere, spaccare il Paese, sembra essere quello di depotenziare sia il ruolo del Presidente della Repubblica, sia il Parlamento, processo già validamente in atto, sebbene non in modo palese. Nel frattempo risulta, ormai, archiviata l’idea leghista, datata decenni, di rafforzare l’autonomia delle regioni e delle province autonome.
Ciò premesso e considerato, nell’attesa che ci faccia capire qualcosa di più del suo “retro-pensiero”, va detto senza infingimenti, ma con chiarezza pragmatica quello che i cittadini italiani non vogliono dalla Repubblica e che non è affatto in contrasto con l’ambiziosità da Lei accennata:
a) non più schiavismo, becero caporalato anche in collaborazione con un maggior attivismo dei sindacati, né maschilismo, debellando il triste fenomeno degli stipendi più bassi per le lavoratrici;
b) disequilibrio tra i poteri dello Stato, come sancìto dal voto referendario sulla magistratura, quindi no ad estremismi, sì al consolidamento della democrazia;
c) populismo e demagogia, né utopia, inseguendo progetti troppo ambiziosi e irrealizzabili, troppo costosi come quello del ponte sullo Stretto o, forse, la produzione di energia nucleare;
d) mala gestione della sanità che tende alla privatizzazione e perde efficienza tra corruzione, mancanza di una visione strategica e dislivello tra l’area del nord e quelle del mezzogiorno e delle isole;
e) lotta all’evasione e all’elusione ancora molto timida, ispirata dall’insano principio di uno Stato “forte con i deboli, debole con i forti”.
Fiducioso in una risposta, sia pur non diretta ad personam, bensì alla generalità di noi tutti.
Michele Marino