Le sorprese del Referendum – di Michele Rutigliano
Nei giorni che hanno preceduto il voto sul Referendum costituzionale per la riforma della giustizia, circolava con insistenza una profezia che sembrava quasi un assioma: il Sud avrebbe disertato le urne, e quella diserzione avrebbe consegnato la vittoria al Sì. Era una previsione politicamente interessata, ma anche sociologicamente pigra. Fondata su stereotipi consolidati — il Mezzogiorno come terra di astensionismo cronico, di disaffezione strutturale, di distanza dalla cosa pubblica — che il voto del 22 e 23 marzo ha smentito con una chiarezza difficile da ignorare. Nei giorni precedenti al referendum, diversi commentatori e sondaggisti avevano previsto che una scarsa affluenza al Sud avrebbe favorito il Sì, ma alla fine è andata diversamente. L’affluenza complessiva si è attestata al 58,93%, sensibilmente superiore a quanto stimavano i sondaggi, che prevedevano una partecipazione tra il 45 e il 50 per cento. Certo, il Sud ha votato meno del Nord, come quasi sempre accade. Ma al Referendum ha votato molto più del previsto. A Napoli l’affluenza si è fermata al 48%, a Palermo al 43,7% — cifre che, in valore assoluto, possono sembrare modeste, ma che nel contesto di quella previsione catastrofista rappresentano una smentita robusta. E soprattutto, chi al Sud è andato a votare, ha scelto in modo netto e compatto. In Campania il No ha raggiunto il 65,22%, risultato record a livello nazionale. In Sicilia si è attestato al 60,98%, in Basilicata al 60,03%, in Calabria al 57,26%, in Molise al 54,70%. Non una tendenza: un plebiscito silenzioso, freddo, determinato.
I giovani tornano protagonisti
L’altra sorpresa — anzi, la sorpresa più politicamente densa di significato — riguarda le nuove generazioni. Il voto dei giovani ha rappresentato la variabile più dirompente di questa tornata referendaria, quella che ha cambiato i connotati di un risultato che fino alle ultime ore sembrava incerto. Nella fascia d’età fino a 34 anni, il No ha prevalso con oltre il 60% dei consensi; tra i 35 e i 54 anni il margine si è ridotto, con il No al 54%; solo tra gli over 55 il Sì ha superato di misura il No, con il 50,7%. Un divario generazionale netto, che fotografa una frattura di valori prima ancora che di preferenze politiche. Sono i figli di un’epoca che non ha conosciuto la Prima Repubblica, che ha vissuto la stagione del populismo digitale come spettatori critici più che come protagonisti entusiasti. Una generazione che, secondo gli analisti, si muove per valori e non per appartenenze.
Il professor Andrea Bonanomi, dell’Istituto Toniolo, spiega che i giovani di oggi «sono molto più liquidi, fluidi, apartitici. Il termine ideologia non fa parte del loro vocabolario. Hanno un approccio più valoriale e l’adesione è per temi, campagne e problemi, non ideologica e rigida come è stata per le generazioni precedenti». È questa la chiave di lettura più feconda: i giovani non hanno votato contro un governo, né a favore di un’opposizione. Hanno votato su una questione che sentivano come propria — l’indipendenza della magistratura, le garanzie costituzionali, l’equilibrio tra i poteri — e lo hanno fatto con una maturità che ha sorpreso anche gli osservatori più attenti.
Il populismo sconfitto dalle nuove generazioni
Messa insieme, questa doppia sorpresa — il Sud più presente del previsto, i giovani più consapevoli del pronosticato — consegna alla politica italiana una lettura che non può essere liquidata con le analisi di breve periodo. Non si tratta soltanto di una sconfitta del governo Meloni, né di una vittoria dell’opposizione. Si tratta di qualcosa di più profondo: del fallimento di una certa narrazione populista che aveva scommesso sull’apatia del Mezzogiorno e sul disimpegno delle nuove generazioni.
La geografia del voto racconta di un Paese che, al di fuori di quelle regioni, ha respinto in modo compatto e trasversale una riforma che veniva proposta come modernizzatrice ma che molti hanno percepito come una minaccia all’equilibrio istituzionale. Il Mezzogiorno, in particolare, ha dimostrato di saper rispondere in modo originale alle grandi domande pubbliche, senza inseguire le parole d’ordine di nessuno schieramento. Le sue grandi città — Napoli, Palermo, Bari — hanno espresso un No che è anche un segnale: i cittadini del Sud non sono una variabile dipendente delle strategie romane. Sanno leggere i temi e sanno scegliere. E i giovani, da Nord a Sud, hanno confermato che la loro partecipazione è come una brace: va alimentata, basta poco per riaccenderla, e questo referendum lo ha dimostrato.
Il populismo — quello che lusinga le platee con la promessa della giustizia rapida e il sospetto verso i corpi intermedi — ha cercato proprio nel Sud e nei giovani la sua base di consenso più solida. Li ha trovati, invece, come avversari lucidi. Questa è, forse, la notizia più importante che viene dal risultato referendario del 23 marzo scorso.
Michele Rutigliano









