Le operazioni militari di Trump in Africa – di Edoardo Almagià

Quando Donald Trump tornò alla Casa Bianca per il suo secondo mandato, molti osservatori internazionali immaginarono una presidenza più isolazionista, quasi ripiegata entro i confini di un nazionalismo economico e identitario. Lo slogan “America First”, del resto, sembrava incompatibile con nuove avventure militari all’estero. Eppure, nel silenzio quasi totale dell’opinione pubblica occidentale, l’Africa è diventata uno dei teatri più costanti dell’interventismo americano contemporaneo.

Non si tratta delle grandi guerre del Novecento, né delle invasioni spettacolari che hanno segnato l’Iraq o l’Afghanistan. È un’altra forma di guerra: intermittente, tecnologica, opaca. Una guerra fatta di droni, forze speciali, intelligence, raid mirati e cooperazione con governi locali fragili o autoritari. Una guerra senza immagini. E forse proprio per questo politicamente sostenibile.

Dal 2025, l’amministrazione Trump ha intensificato soprattutto le operazioni in Somalia e, più recentemente, in Nigeria, con l’obiettivo dichiarato di colpire cellule dell’ISIS e gruppi jihadisti affiliati ad al-Qaeda. Secondo analisi del Council on Foreign Relations e di osservatori indipendenti, il numero di operazioni americane in Somalia durante il primo anno del secondo mandato Trump ha superato quello combinato delle amministrazioni Bush, Obama e Biden nello stesso teatro. Riguardo la Nigeria, egli si è anche posto come difensore della religione cristiana.

Dietro questa escalation non c’è una sola ragione, ma un intreccio di fattori geopolitici, strategici ed economici che raccontano molto del nuovo volto della potenza americana.

La Somalia come laboratorio della guerra invisibile: La Somalia rappresenta oggi ciò che l’Afghanistan era negli anni Duemila: uno spazio fragile, frammentato, dove il terrorismo internazionale riesce a mettere radici e prosperare approfittando dell’assenza di uno Stato forte.

Nel febbraio 2025, poche settimane dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, Trump autorizzò i primi raid contro obiettivi dell’ISIS-Somalia nelle montagne del Puntland. Il Pentagono parlò di “precision strikes”, operazioni chirurgiche contro pianificatori di attentati e infrastrutture terroristiche.

Ma la scelta aveva anche un forte valore simbolico. Il presidente Trump voleva dimostrare due cose contemporaneamente:

  1. che gli Stati Uniti restavano la principale potenza militare globale;
  2. che era possibile colpire i nemici senza impantanarsi in guerre di occupazione.

È il principio della cosiddetta “light footprint warfare”, ossia presenza minima sul terreno e massima superiorità tecnologica. Una strategia che riduce il costo politico interno delle operazioni militari, evitando il ritorno delle bare avvolte nella bandiera americana.

La Somalia da questo punto di vista, è ideale: il governo è dipendente dall’assistenza occidentale, ha un territorio vastissimo e scarsamente controllato, una presenza jihadista consolidata e una scarsissima attenzione mediatica internazionale.

L’Africa orientale diventa così un campo di prova per la guerra del XXI secolo: permanente ma invisibile.

Il vero obiettivo: contenere il caos:  La narrativa ufficiale americana parla di lotta al terrorismo. Ed è certamente una componente reale. Gruppi come al-Shabaab o ISIS-Somalia rappresentano minacce concrete per governi africani, interessi occidentali e traffici marittimi nel Corno d’Africa. Tuttavia ridurre tutto alla lotta al terrorismo sarebbe ingenuo.

Washington teme soprattutto il collasso geopolitico di intere regioni africane. Perché dove crolla lo Stato aumentano le migrazioni incontrollate, si espandono reti criminali, proliferano milizie jihadiste, crescono le influenze russe e cinesi.

Negli ultimi anni la presenza della Russia in Africa, attraverso mercenari, accordi minerari e cooperazione militare, ha profondamente allarmato Washington. Lo stesso vale per la penetrazione economica della Cina, ormai dominante in numerose infrastrutture africane. Per gli strateghi americani, perdere l’Africa significherebbe perdere il controllo di rotte commerciali fondamentali, accesso a materie prime strategiche ed influenza politica sul Sud globale.

Ecco perché gli interventi militari statunitensi non sono mai soltanto “antiterrorismo”: sono operazioni di contenimento geopolitico.

Nigeria: il timore di un nuovo Sahel jihadista:  Nel 2025 e nel 2026 gli Stati Uniti hanno inoltre rafforzato la cooperazione militare con la Nigeria contro le filiazioni locali dell’ISIS e di Boko Haram. L’uccisione del leader jihadista Abu-Bilal al-Minuki in una operazione congiunta USA-Nigeria è stata presentata dalla Casa Bianca come una vittoria strategica globale contro lo Stato Islamico. Ma anche qui il quadro è più complesso.

La regione del Sahel — dal Mali al Niger fino al nord della Nigeria — è oggi uno dei più grandi vuoti di potere del pianeta. Colpi di Stato, governi militari, crisi climatiche, povertà estrema, conflitti tribali e religiosi, il tutto unito ad una significativa crescita demografica hanno creato una miscela esplosiva. In molte aree, i gruppi jihadisti riescono a sostituire lo Stato amministrando territori, riscuotono tasse, controllando i commerci e reclutando giovani senza prospettive.

Gli Stati Uniti temono che il Sahel possa diventare la nuova piattaforma globale del jihadismo internazionale dopo la crisi del Medio Oriente. La logica americana è quindi preventiva: colpire prima che il problema diventi ingestibile.

La contraddizione di Trump:  C’è però una contraddizione profonda nella politica africana di Trump. Durante le campagne elettorali, Trump ha sempre criticato le “guerre senza fine”, il costo delle missioni militari ed il ruolo di “poliziotto del mondo” che gli Stati Uniti sembrano meno entusiasti di svolgere visto il cambiamento delle loro precedenze. Eppure il suo secondo mandato mostra un aumento significativo delle operazioni armate all’estero, inclusa l’Africa.

La differenza sta nella forma della guerra. Trump rifiuta le guerre lunghe di occupazione nazionale, ma accetta perfettamente bombardamenti mirati, operazioni speciali, uccisioni mirate, uso di droni e cooperazione con eserciti locali. È una guerra “a bassa visibilità”, molto più accettabile per l’elettorato americano. In altre parole: non meno guerra, ma guerra meno percepita.

L’Africa come periferia morale del mondo:   Resta poi un aspetto più inquietante. Le operazioni americane in Africa ricevono un’attenzione mediatica infinitamente inferiore rispetto a quelle in Medio Oriente o in Europa. Decine di raid possono avvenire senza aprire i telegiornali occidentali.

Questo rivela una gerarchia implicita nel modo in cui il mondo racconta il dolore. Vi sono alcune guerre considerate centrali, altre viste come periferiche. In questi contesti alcune vittime diventano simboli, mentre altre rimangono solo statistiche.

La Somalia, il Niger o il nord della Nigeria esistono raramente nell’immaginario occidentale, se non come scenari astratti di terrorismo, fame o migrazione. Ed è proprio questa invisibilità che rende l’Africa il luogo perfetto per sperimentare nuove forme di intervento militare permanente.

Il futuro come possibilità di presenza americana senza occupazione:  Gli Stati Uniti non sembrano voler pianificare nuove invasioni di tipo tradizionale in Africa. L’epoca dell’Iraq ha lasciato ferite troppo profonde nella politica americana e non meglio ha fatto l’Afghanistan, il che spiega perché la strategia attuale appaia diversa. Il Pentagono predilige ora basi leggere, un uso diffuso dell’intelligence e dei droni, la creazione di alleanze regionali, l’utilizzo di contractors e l’agire tramite operazioni rapide e ripetute. Dunque una presenza militare fluida, capace di colpire senza governare direttamente.

Il problema è che questa strategia, pur eliminando singoli leader jihadisti, non affronta le cause profonde dell’instabilità africana che hanno a che fare soprattutto con povertà, corruzione, scontri tribali, desertificazione, crisi demografica, Stati fragili e competizione per le risorse naturali. Resta sempre il problema che per ogni comandante eliminato ne possano emergere altri.

Ed è qui che la guerra americana in Africa rischia di trasformarsi in una condizione permanente: non abbastanza intensa da essere vinta definitivamente, ma sufficiente a impedire il collasso totale.

Una guerra senza fine, combattuta lontano dagli occhi dell’Occidente. E forse proprio per questo destinata a continuare.

Edoardo Almagià