La vera epidemia è quella della paura – di Domenico Galbiati
Siamo avvolti in una contraddizione di cui non ci curiamo, per quanto dovrebbe inquietarci e già dica molto di noi.
Cantiamo ovunque – immaginando le mirabolanti performances che ancora ha in serbo per stupirci, più di quanto già non faccia – il nostro inno alla tecnica. In modo particolare, all’IA, l’ “arma segreta” dei giorni nostri, il fatale strumento che ci consentirà immancabilmente di vincere la nostra ultima e definitiva battaglia. Strana e scivolosa battaglia di cui pregustiamo, soddisfatti, l’approdo abbagliante e conclusivo, cioè il momento in cui, finalmente, l’IA prenderà su di noi il sopravvento e ci accoglierà, pacificati, nel suo grembo rassicurante, laddove nessuna domanda, neppure la più ardita, mai resterà insoddisfatta.
Il nuovo, a suo modo inquietante, ma pur sempre necessario “vitello d’oro”, cui consacrare i tributi della nostra devozione. Senonché basta un virus, la più minuscola, elementare, ultramicroscopica particella di vita, a farci tremare i polsi, gettandoci nello sconforto e nel timore. Forse e fortunatamente questa volta non succederà.
C’è virus e virus. Eppure non sono mancate – ancora non del tutto spente – le prime avvisaglie di una “pandemia di paura “ che cominciava a serpeggiare ed a diffondersi, cosicché dopo una certa soglia d’allarme, avrebbe dilagato ovunque. Evidentemente la tecnica – e la stessa scienza che le sovraintende – non è in grado di strapparci dal fondo limaccioso di precarietà, insicurezze e minacce esistenziali, che tuttora ci accompagna. Perché – in modo del tutto imprevedibile, per una sorta di apparente casualità di eventi che sfuggono ad ogni nostra previsione e controllo – un accidente locale e circoscritto può far deflagrare, a livello planetario, una sorta di “pandemia” di allarmi e di timori che, così difficilmente, riusciremmo a riportare negli argini di una validazione razionale ed oggettiva, secondo le condizioni di quadro complessivo in cui viviamo? Evidentemente, la scienza e con essa la tecnica non toccano le regioni più riposte della nostra intima essenza. Né c’è da temere – o sperare? – che possano mai farlo.
L’equilibrio e l’armonia, la compostezza e la serenità dell’animo e del cuore, la consapevolezza della nostra responsabilità, la coscienza della relazione fondativa che ci è donata, in altri termini, la salvezza sperata, appartengono a tutt’altro ordine di cose e di valori.
Domenico Galbiati









