Finalmente! Verrebbe da dire. E’ stato dunque individuato il responsabile del problema che ha sinora così gravemente danneggiato, nel mondo intero, l’immagine di Israele! Un problema che sarebbe creato da un partito ultra‑nazionalista, ma in definitiva di terz’ordine. E che potrebbe anche scomparire dalla Knesset, il Parlamento israeliano, alle prossime elezioni, di cui già si incomincia a parlare. Ma che al momento – per pura disgrazia e coincidenza occasionale – è indispensabile alla sopravvivenza dell’attuale governo Netanyahu.
Un partito pl cui unico Ministro, il politicamente assai poco intelligente, quanto bestiale Itamar Ben Gvir, capita essere uno che usa la sicurezza come un’arma per giustificare ogni eccesso fisico e di umiliazione contro i Palestinesi. Il cui carattere pretesamente dissonante rispetto al resto della coalizione, consente però, quando il genocidio sistematico della popolazione palestinese diventa troppo evidente, e tutti i più o meno sfegatati portavoce di Israele del mondo non possono più nasconderlo, di imputarne a lui tutte le colpe.
Così come, grazie a questo partito e al suo sguaiato leader, qualcuno, tra i “volenterosi” alleati e i personaggi più asserviti ad Israele, assieme ovviamente ai propagandisti di professione, prova a “salvare” l’immagine di Netanyahu. Come se il “führer” sionista fosse un osservatore impotente di ciò che il suo Ministro va facendo.
L’esempio più recente lo si è visto nelle ingiustificate violenze contro i membri della Flotilla diretta a Gaza; violenze che finiscono per danneggiare solo Israele. I cui portaborse si trovano così costretti a tentare di far passare l’evidente menzogna secondo la quale Ben Gvir sia il principale– se non addirittura il solo – responsabile di tutti i crimini e delle infinite le violazioni del Diritto internazionale. Per le quali però Netanyahu è già oggi un ricercato dalla Corte Penale Internazionale….
I fatti sono noti a tutti. Non è la prima volta che Israele tratta così i sostenitori e i simpatizzanti esteri dei Palestinesi. Per non parlare poi delle uccisioni e delle prepotenze commesse a danno di quest’ultimi.
Eppure, ci sono voluti circa ottantamila morti a Gaza, la devastazione del Libano — inclusa quella sua parte in cui esistono da sempre villaggi cristiani — per scoprire che “c’è del marcio in Israele”. E ora, mentre il mondo continua ad assistere sostanzialmente inerme, la diplomazia europea è costretta finalmente a muoversi, ma come sempre controvoglia, con il passo incerto e secondo la morale del doppio peso e delle doppie misure. Anche quando – come platealmente visibile per quanto riguarda il nostro Paese – accade che Giorgia Meloni e il Ministro Antonio Tajani abbiano capito che gli italiani non credono più alle giustificazioni di comodo. E cercano di correre ai ripari, con pietosi e squallidi tentativi di cambiare registro, con proteste flebili, dichiarazioni iper-prudenti, e condanne che suonano più come gesti di protocollo che come atti politici. E fanno restare gli Italiani tra i pochi al mondo che non riconoscono lo Stato palestinese.
Israele continua a fare ciò che vuole. Che si tratti di pirateria navale in acque internazionali, violazioni della cosiddetta “tregua” a Gaza, spalleggiamento dei coloni in Cisgiordania, oltre a ciò che avviene nel già citato Libano. E l’Europa, pur verbalmente indignata –ma con Germania ed Italia che fanno il sabotaggio all’applicazione delle sanzioni ad Israele e che, con il loro voto contrario, bloccano la sospensione dell’accordo di cooperazione con Tel Aviv – conferma i propri comportamenti volutamente schizofrenici: tanto dura con la Russia, quanto indulgente con altri.
La credibilità delle condanne, però, si misura nei fatti, non nelle parole. E soprattutto non cancellano l’aperto sostegno dato fino ad oggi dai paesi occidentali a dei veri e propri criminali. E finché le parole resteranno insincere, testimoni della più volgare ipocrisia, e scollegate dalle azioni, la Giustizia internazionale sarà solo un esercizio di retorica. Mentre Israele – nella percezione dell’opinione pubblica internazionale e nel sentimento popolare, e nonostante il susseguirsi delle tornate elettorali- sarà sempre più da considerare esclusa dal novero delle nazioni non solo democratiche, ma anche semplicemente civili.
Giancarlo Infante