Il rischio del declassamento della disciplina nelle indicazioni di Valditara
Ma cosa è davvero la storia? Contrariamente a quanto si dice, essa non è la conoscenza dei fatti del passato, non è cioè un “giornalismo del passato”, ma secondo Marc Bloch, è la scienza degli uomini nel tempo, quella che serve a comprendere la diversità umana- resa evidente dal confronto tra le condizioni umane nei tempi diversi- ed a mostrare quanto l’umanità possa restare tale pur nel mutare radicale delle forme, delle abitudini, delle credenza e quanto ( e in quali modi) l’umanità possa divenir disumana pur continuando a mantenere i propri tratti essenziali di fondo ( e di questo abbiamo oggi esempi a bizzeffe).
La storia è una forma di dialogo del presente col passato in cui ci serviamo dell’uno per comprendere l’altro, vale a dire comprendiamo il presente mediante il passato e comprendiamo il passato mediante il presente. Il passato non è mai un catalogo di “errori” e “disastri” e, laddove appare tale, ci sono sempre elementi positivi da estrarre nel comportamento umano. Bene e male sono sempre intrecciati tra di loro e bisogna attendere il tempo opportuno per distinguere ciò che è grano e ciò che è zizzania. Nel grande “delirio” della peste manzoniana troviamo tanto il “turpe monatto”, quanto la umanità altissima della madre di Cecilia. Essendo dialogo, cioè confronto di logoi, confronto di argomenti razionali e quindi di diversità, la storia ci immunizza poi anche dalla faziosità, dalla unilateralità, dalla rissa verbale, dalla trasformazione delle diversità in conflitto.
Su questo le Indicazioni ministeriali contengono aspetti a prima vista incoraggianti
“Se l’insegnamento della storia ha un valore civile, questo risiede senz’altro nella formazione nello studente di un’abitudine al dialogo. Per questo va sottolineato con forza che l’insegnamento della storia deve servire a comprendere come la realtà sociale e politica non sia mai descrivibile in bianco e nero. Essa è invece caratterizzata costantemente da contraddizioni e complessità. Riconoscere ciò è essenziale per comprendere il presente e quindi è un invito a evitare ogni faziosità e a mostrarsi capaci di comprendere le ragioni degli altri”. (Indicazioni ministeriali, aprile 2026, Liceo Classico, Storia, Linee generali e competenze p. 24)
Ma va chiarito qualcosa sul senso e sulle modalità con cui la storia predispone al dialogo. La storia abitua al dialogo proprio perché è sempre un dialogo del presente col passato, un dialogo che analizza delle differenze sempre distinte da opposizioni e conflitti. Una visione del passato fatta in bianco e nero ci abituerebbe a pensare che le scelte umane presuppongono sempre due opposizioni date in anticipo senza sintesi possibile, secondo quel modello di sviluppo dialettico che lo stesso ultimo Marx aveva rimesso in discussione. E ci abituerebbe a pensare che la soluzione migliore- in mancanza di un rovesciamento rivoluzionario- sia quella di un impossibile “volemose bene” ( la “memoria condivisa” in cui responsabilità e meriti sono equamente divisi) in cui tutti hanno ragione, chi si batte per la libertà e chi si batte contro di essa. Per fare un esempio, tanto i “ragazzi” di Salò quanto i partigiani.
La realtà storica non segue una logica binaria, come quella del linguaggio digitale. Se prendiamo l’epoca dell’affermarsi del fascismo in Italia, la riflessione storica ci dice che la via d’uscita dalla crisi non era la dittatura del fascismo ( o della borghesia) o la dittatura del proletariato, come riteneva Gramsci, ma quel rinnovamento della democrazia liberale e delle istituzioni costituzionali, sostenuto da Matteotti e pochi altri , che i partiti ideologici di massa non potevano “leggere” nei segni dei tempi e che avrebbero capito solo dopo il disastro del nuovo conflitto mondiale.
Questa tendenza alla dicotomia è ciò che si affermerebbe invece se davvero usassimo come supporto didattico di strategie immersive l’Intelligenza Artificiale proposta. nelle indicazioni ministeriali, come supporto alla comprensione critica dei processi storici attraverso “scenari di storia contro fattuale” (Cosa sarebbe successo se….). Chiedere alla AI di configurare lo scenario diverso dell’esito di una guerra (ad esempio cosa sarebbe successo se nel secondo conflitto mondiale non fossero intervenuti gli USA, oppure quali strategie militari servirebbero oggi all’ Ucraina per sconfiggere Putin) significherebbe riproporre attraverso le dinamiche automatizzate dell’ AI- che usa una massa di dati- quello stesso determinismo storico che le indicazioni dicono di voler evitare. Si realizzerebbe perfettamente una storia che conosce la categoria della necessità, ma non quella della possibilità, una storia ideologizzata certo in modalità inedite. Come potrebbe infatti un sistema di AI pur fondato su una massa enorme di dati prevedere una possibilità che non scaturisce da una causa efficiente ma da una imprevedibile e libera finalità umana come è stata, ad esempio, la decisione dei civili di esercitare una “resistenza” contro le forze di aggressione naziste durante il secondo conflitto mondiale ?
Il dialogo del presente col passato è un dialogo che non può espellere mai le finalità ( non calcolabili) e mettere in conto solo la causalità. Quali causalità potrebbero spiegare le “tregue di Dio” nel Medioevo ? Oppure quali potrebbero spiegare la costituzione della CECA nel 1951 o la costruzione di un sistema pacifico di relazioni internazionali nella seconda metà del XX secolo ?
La storia è perciò sempre dialogo e mai narrazione di fatti sia pure contestualizzati. E questo peculiare dialogo richiede standard di qualità didattica, educativa e storiografica che non si possono degradare. Tanto meno sarebbe accettabile una narrazione che sostiene di far perno sulla “storia politica” come “via, maestra” e poi introduce tra gli “Obiettivi specifici di apprendimento e conoscenze) vere e proprie nozioni extrastoriografiche, cioè prive di legittimazione storiografica, specie per l’età contemporanea, come le seguenti: Lenin e il colpo di stato del novembre 1917, La marcia su Roma e la maggioranza liberale-popolare-fascista, L’organizzazione politica e militare della Resistenza italiana.
Se non si vuol fare semplice “giornalismo storiografico”, politicamente “suggestivo”, non si può derubricare il grande e terribile sommovimento popolare bolscevico a semplice “colpo di Stato” come quelli di Napoleone Bonaparte, di Pinochet o dei tanti caudillos dell’ America Latina. Non si può derubricare il governo imposto dalla marcia su Roma ad una sorta di governo tripartito, come se derivasse dall’accordo di tre partiti. E non si può ridurre la Resistenza a un fenomeno politico e militare, non culturale e sociale, un fenomeno con cui avrebbero a che fare più gli esperti di guerra che gli esperti di anime, più i militari che i sacerdoti. La storia necessaria per educare i giovani è una cosa seria. Che richiede un dialogo fatto in “panni curiali e regali”, non in vesti ordinarie, come scriveva Niccolò Machiavelli ed aborre dal gossip, dalle insinuazioni, dalle definizioni unilaterali, dalle faziosità delle opposte tifoserie e dalla litigiosità umana.
Umberto Baldocchi