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La rifondazione della Politica – di Domenico Galbiati

“…..esiste spesso uno squilibrio tra la velocità dello sviluppo tecnologico ed il ritmo con cui maturano consapevolezza, norme, controlli e istituzioni capaci di governarne gli effetti. Non basta invocare genericamente l’etica: servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito”. Lo afferma Papa Leone al paragrafo 106 della recente Enciclica.

La tecnologia corre, l’etica arranca. Non c’è da stupirsi che sia così. La tecnologia sta dentro l’orizzonte della fattualità materiale delle cose del mondo e, dunque, nella sfera del finito e dell’immanente. E’ calcolo, ordine e misura, numero e quantità, automatismo, necessaria consequenzialità e concatenazione meccanica dei processi.
L’ etica – consapevolezza di sé, valore umano messo in gioco, coscienza ed identità morale, spirito e libertà – evoca la dimensione di un’ ulteriorita senza fine, trascende la singolarità del gesto e lo proietta in un orizzonte di senso che allude all’infinito. E da lì fa derivare la legittimità dei comportamenti.

La tecnica sostituisce al linguaggio “analogico” – fluido ed ininterrotto, fluente e continuo – il linguaggio “digitale”, discreto, nel senso matematico del termine, rappresentato da una successione di punti singolari e staccati. Due differenti modalità di guardare al reale. Il primo, compatto, è orientato al concetto ed alla sintesi. Il secondo, è diretto a squadernare il tutto per leggerne l’articolazione interna ed analizzarne la struttura più intima. Due linguaggi che sono destinati l’uno ad implementare l’ altro, anche se oggi non siamo ancora pronti a comprendere come.

Progresso tecnologico e maturazione etica rappresentano due contesti, che, per forza di cose, devono osservare due differenti scansioni temporali. Importante è che lo iato tra queste due sponde non diventi incolmabile. In caso contrario, cadremmo in una condizione tale per cui tutto ciò che è tecnicamente fattibile, diventerebbe, per ciò stesso e per questa sola ragione, anche legittimo o, perfino, doveroso. In determinati ambienti, che si ispirano a forme di scientismo riduzionista, e gia cosi. Questo significa trasferire il criterio della legittimità morale del nostro comportamento dall’interiorità della coscienza all’imperativo della tecnica. Si tratterebbe di un’alienazione radicale, di un abisso che taluni filosofi del secolo scorso avevano già avvertito e lamentato. A fronte del demone di una tecnica onnivora che si alimenta da sé, non conosce limite e consuma tutto ciò che incontra, senza escludere le filosofie, le grandi tradizioni storiche, le stesse religioni. In ogni caso, sta a noi.

L’Enciclica evoca e chiama in causa, su più fronti, la politica. Su uno in modo particolare: la cosiddetta “questione antropologica”, cioè il fatto di mettere in discussione l’auto-comprensione dell’umanità. Una declinazione particolare di questo processo è rappresentato dalla necessità che le forze politiche, tutte le forze politiche – su queste pagine è stato detto in altre occasioni – affrontino quella che si potrebbe chiamare una fase di “rifondazione antropologica” delle rispettive culture di riferimento e, dunque, della loro stessa immagine che, da esse, deriva.
Bisogna rendersi conto che la conoscenza scientifica, spinta oltre una soglia oggi già chiaramente superata, pone l’uomo in una nuova e paradossale situazione che resta tutta da comprendere: il fatto d’essere, ad un tempo, oggetto e soggetto dei propri atti conoscitivi.  E’ questo riverbero su di sé del proprio sguardo, ad esempio, la facoltà di maneggiare e manipolare gli stessi più delicati versanti del suo stesso statuto biologico, fa problema…eccome se lo fa.

Lo sviluppo incalzante delle tecniche, in maniera del tutto particolare nell’ambito delle biotecnologie e dell’IA, il fatto in sé di vivere ed operare in un “mondo tecnologico”, è un dato talmente invadente, accelerato e pervasivo da dover accettare che siano messe in discussione ideologie d’altri tempi, culture politiche superate. Così da esigere, pur senza tradire le proprie radici, che ognuno molli gli ormeggi e navighi al largo: libertà, giustizia e la loro necessaria interdipendenza; diritti e doveri, personali e collettivi, ed il reciproco rinvio degli uni agli altri; diritti sociali e diritti civili; timori e speranza; senso del limite e legittime attese, rappresentano un ventaglio di versanti che vanno esplorati aprendosi ad uno sguardo nuovo.

Domenico Galbiati