La politica, i partiti, il palazzo – di Domenico Galbiati
Come già osservato in una precedente nota, nell’articolo di fondo, pubblicato dal “Corriere” lo scorso martedì, il professor Sabino Cassese si inoltra nell’analisi dei fattori che hanno condotto a quella condizione che definisce di “desertificazione della politica” (CLICCA QUI).
E tra questi richiama, anzitutto, la crisi dei partiti, dei quali, pertanto, afferma implicitamente come siano imprescindibili, se si intende dare vita ad una democrazia sostanziale, cioè strutturata, diffusa, partecipata, capace di sostenere l’effettiva attribuzione al “popolo” della sovranità, così come detta la Costituzione .
Ne conseguono almeno due domande. Che differenza corre tra i classici partiti della “Prima Repubblica” e quelli di cui disponiamo ai giorni nostri? In secondo luogo, quale forma dovrebbero assumere le forze politiche perché siano in grado – nell’età dell’inquietudine e della transizione che, a tentoni, stiamo vivendo – di corrispondere al ruolo di cui dice il professor Cassese?
I partiti della Prima Repubblica – grandi o piccoli che fossero – erano accomunati dal fatto d’essere, ciascuno di loro,
espressione, si, di interessi sociali differenti, ma pur sempre inquadrati dentro la cornice di una cultura o, meglio, di una visione del mondo e di una interpretazione della storia, di cui ognuno di loro rappresentava l’originale declinazione politica. Ed era, infine, attorno a questa visione ed al concreto progetto storico che presupponeva che si aggregava il consenso.
La visione era considerata, di per sé, “maieutica” degli interessi che si intendevano rappresentare per cui la complessiva proposta politica di ogni forza assumeva quella consistenza organica che oggi – lamenta Sabino Cassese – è andata smarrita. Si trattava di partiti verticali, a struttura piramidale, in cui convivevano la diffusa, radicata presenza nei territori di riferimento e dosi più o meno forti di “centralismo”, che, almeno in alcuni casi, assumevano una forma ideologica, in virtù della quale il “leader” diventava il garante inappellabile dell’ ortodossia. Eppure, questi partiti hanno saputo conciliare due versanti di per sé incongruenti: una vocazione identitaria forte ed una aperta disposizione dialettica, sia pure aspra, che si conciliavano in uno sforzo di mediazione, reso possibile da un comune orientamento all’interesse generale del Paese, per quanto diversamente concepito.
In quest’ottica si spiega l’alta partecipazione al voto. Anzitutto i militanti, ma anche l’elettore comune, in modo particolare se politicamente avvertito, rivendicavano con il loro voto ciò che, nell’immediato, stava loro a cuore, ma sentivano, magari confusamente, anche di prendere parte ad un’ impresa più alta, concorrevano a delineare e costruire una storia ed un mondo. Si potrebbe dire, rifacendoci a Don Italo Mancini, che si trattava di strutture dotate di una radice “a fittone” che andava ad assorbire la linfa nelle falde profonde della storia, della cultura, del modo d’intendere la vita di chi ciascuno era portatore.
Oggi abbiamo bisogno di dare respiro ad un sistema che il maggioritario bipolare sta soffocando. Ci vorrebbero, quindi, ancora, forze politiche che abbiano un forte, chiaro, originale retroterra culturale, lo manifestino apertamente e possano dare corso alla loro specificità, grazie ad un sistema proporzionale che consenta all’ elettore di esprimere, con il proprio voto, l’adesione ad un disegno fatto di valori, principi, criteri e non solo di indirizzi settoriali, più o meno scomposti e contingenti. Ai giorni nostri, di tutto questo non c’è traccia per le ragioni di fondo che si richiamavano nella nota precedente.
Le forze di cui disponiamo in questa fase, incapsulate le rispettive culture le une nelle altre, quasi volessero camuffarsi a vicenda, addirittura ricorrendo – come nel caso del PD – a fusioni strambe tra soggetti di differente cultura politica, non sono altro che aggregati elettorali, meramente funzionali a ragioni di potere. Oggi, – data la particolare fisionomia del momento storico – avremmo bisogno non più di strutture che si impennano verticalmente, fortemente gerarchizzate e, per molti aspetti chiuse, nel senso che, assunti determinati assiomi a monte, ne deducano indirizzi e teoremi che nulla hanno di nuovo, nella misura in cui tutta la loro potenzialità è già implicita nei presupposti del sistema.
Avremmo bisogno – ancora evocando Don Italo Mancini – di forze politiche, sociali o associative che abbiamo una radice “a rizoma”, cioè ampiamente distribuita nel terreno, intricata, complessa e sia pure poco profonda, così da avvertire gli umori che serpeggiano in superficie. Cioè, abbiamo bisogno di partiti orizzontali, a rete, fatti sì di militanti, ma anche di relazioni diffuse. Sistemi aperti che siano talmente in grado di apprendere induttivamente dalle loro esperienze, da retroagire sui loro stessi presupposti a monte. Capaci, dunque, di leggere e generare novità, anziché replicare pedissequamente sé stessi e le proprie inveterate attitudini.
Abbiamo, invece, partiti che o hanno abbandonato per strada la loro originaria livrea ideale e oggi rivestono abiti che poca o nessuna attinenza hanno con la loro vicenda pregressa oppure sono vocati a riproporre, in forma stentorea, paradigmi consunti della loro antica matrice, senza avvertire quanto siano fuori tempo e fuori luogo. D’altra parte, i partiti oggi hanno un compito duplice e meno scontato. Devono portare la politica, i suoi contenuti, i progetti, i suoi obiettivi dentro il perimetro delle istituzioni. Ma devono, altresì, accompagnare la politica fuori dal “palazzo”, proporla come responsabilità personale di ognuno, come risorsa di piena cittadinanza, momento che esprime – come sostiene San Tommaso – la piena dignità della persona e la sua destinazione al concerto sociale, cosi da favorire che maturi quella capacità critica e quella singolare, personale autonomia di giudizio, senza le quali le democrazie rischiano davvero di soccombere.
Domenico Galbiati









