La nuova dimensione popolare – di Domenico Galbiati

La nuova dimensione popolare – di Domenico Galbiati

E’ un po’ come se tutti camminassimo su un ponte pericolante per passare, superando un burrone ed evitando di caderci dentro, dalla cresta di un monte ad un altro.

Dall’età della secolarizzazione, della propria orgogliosa autosufficienza, della fiducia cieca e stentorea nell’onnipotenza della ragione, della fede inappellabile in un progresso che sta inscritto nell’ ordine naturale delle cose e, quindi, continuo, costante ed illimitato, di una concezione della scienza acritica, assunta come unica vera ed autentica modalità conoscitiva, cioè dall’età moderna, stiamo transitando ad un’ altra fase della vicenda umana che, ancora velata da una cortina di nebbia, non riusciamo a decifrare e meno ancora a denominare. Né d’altra parte possiamo farlo noi che standoci dentro, della foresta vediamo gli alberi uno per uno, ma non possiamo coglierne dall’ alto una visione complessiva. Lo faranno i posteri.

Eppure, lo sforzo di capirne di più, per comprendere dove stiamo andando, dobbiamo farlo fin d’ora. Infatti, almeno un primo carattere sembra di poter cogliere e, cioè, una dimensione, che potremmo definire, a suo modo, “post-secolare”, come se la “modernità”, giunta all’ apogeo del suo sviluppo, in un certo senso, si rovesciasse e si ritraesse da sé. Quasi cercasse un fondamento che, secondo il sentimento della propria autoreferenzialità, sembrava certo ed, al contrario, è stato via via revocato in dubbio.

Come si può avanzare in queste condizioni in sicurezza o almeno limitando il rischio di un tonfo? Bisogna, anzitutto, camminare assieme, adottando l’uno il passo dell’ altro, senza che nessuno scarti o pretenda di correre avanti e di mettersi in sicurezza da solo. Si devono serrare i ranghi, in modo che ciascuno si faccia carico di tutti e tutti di ciascuno. Dunque, compatti e non sgranati Senza ammettere che alcuno accampi la pretesa di cavarsela a scapito di altri.

I territori nuovi che si spalancando di fronte a noi, vanno esplorati assieme. Bisogna muovere da quella ferma convinzione della pari dignità di ognuno che se – fuor di metafora – ci rifacciamo alla dinamica dei processi sociali, così come li osserviamo oggi, impone di colmare le enormi disparità sociali che lacerano il tessuto civile. Quando le diseguaglianze sono tali da apparire incolmabili, è come se la società, sottoposta ad una insopportabile tensione tra estrema ricchezza ed estrema povertà, si comportasse come un elastico teso al punto di sfilacciarsi, così da perdere la facoltà di ritrarsi.

Vorrebbe dire, nel nostro caso, andare oltre un punto di non ritorno, al di là del quale lo stesso diritto di cittadinanza verrebbe segmentato in più parti ed irrimediabilmente compromesso. Come se due differenti umanità, due mondi separati e distinti, incapaci di specchiarsi l’ uno nello sguardo dell’ altro, fossero condannati a vivere sullo stesso suolo.

Le trasformazioni cui stiamo andando incontro, anzitutto quella condizione di fibrillazione bellica costante che sembra diventare un tratto proprio dei giorni che ci è dato vivere, esigono la riscoperta della coesione sociale che abbiamo smarrito, di un nuovo sentimento di solidarietà, la coscienza di un destino comune, un orizzonte di senso della vita e del mondo che sia condiviso. Abbiamo bisogno, detto altrimenti, di un “popolo”. Via via corroso dalla esasperata cultura di un individualismo, causa ed, insieme, effetto di una sorta di contrazione di ciò che è più autenticamente umano.

Il “popolo”, quella vitale percezione di appartenenza ad un registro di valori e, ad un tempo, di speranze e di timori comuni, quella fiducia reciproca che consolida la comunità, non è più dato spontaneamente, di per sé evidente, ma va costruito. I comportamenti, le attese, le speranze collettive e personali , i progetti delle famiglie, i consumi e gli stili di vita vanno rimessi in discussione e rapportati ad una condizione del tutto nuova e sofferta.

Se viene meno la coscienza di appartenere ad un popolo, è inevitabile che il “popolarismo” – di cui pur spesso discutiamo – scivoli nel surrogato parassitario del “populismo”. Senonché, se il primo unisce e crea coesione, il secondo, di fatto, divide e slabbra il tessuto sociale.

La priorità da riconoscere, a cominciare dal lavoro, dalla sanità e dalla scuola, ad una organica politica dei “diritti sociali” va condotta secondo un imperativo, ad un tempo morale e politico, orientato, come si diceva sopra, a serrare i ranghi di un mondo messo a dura prova. In altri termini, dobbiamo lasciarci alle spalle la cultura dell’individualismo ed, al contrario, riscoprire la dimensione popolare del nostro vivere quotidiano.
Il che non avviene di per sé, ma è la politica a doverci metter mano.

Domenico Galbiati