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La memoria selettiva: quelli della remigrazione che esaltano Little Italy

L’Amministrazione newyorkese, guidata dal sindaco Zohran Mandani, aveva inizialmente cancellato Little Italy dalle nuove mappe ufficiali della Grande Mela. La reazione della comunità italiana è stata immediata e sdegnata, spingendo il Comune di New York a fare rapidamente marcia indietro e a reinserire il quartiere con la sua antica denominazione. È una vittoria sacrosanta: Little Italy non è solo una zona geografica, ma un pezzo di storia italo – americana, un simbolo mondiale ancestrale dell’accoglienza e dell’integrazione che ha permesso a milioni di nostri connazionali di costruire un futuro. Così com’è stato per altre grando comunità di stranieri,  i tedeschu, gli irlandesi, gli ispanici, i cinesi.

In Italia, tra le voci più critiche contro la cancellazione si è distinta quella di Federico Mollicone, Presidente della Commissione Cultura della Camera e stretto collaboratore di Giorgia Meloni. Mollicone ha tuonato contro il rischio di “cancellare un pezzo di storia”. Un intervento condivisibile, certo. Ma proprio la sua indignazione solleva una questione di fondo, fa interrogare su di un cortocircuito logico che non può passare inosservato.

Come si concilia la battaglia per preservare la memoria dell’emigrazione italiana a New York con la retorica politica della “remigrazione” e la chiusura sistematica verso chi, oggi, bussa alle nostre porte?

È un paradosso stridente. Quei migranti che partivano, spesso in miseria, da un’Italia che non offriva opportunità, cercavano esattamente ciò che oggi molti stranieri — di ogni colore e provenienza — cercano in Italia: la possibilità di progredire, di riscattare la propria condizione, di inserirsi in un paese nazione che dia loro speranza. Negare oggi lo spirito di integrazione significa rinnegare la nostra stessa storia di “italiani nel mondo”.

C’è poi un’ulteriore contraddizione. Molti politici che oggi gridano al pericolo dell’immigrazione sembrano dimenticare che il fenomeno non riguarda solo il Sud del mondo, né esclusivamente chi è di pelle scura. La nostra società è stata profondamente trasformata dall’apporto di polacchi, albanesi, rumeni, montenegrini, kosovari, filippini. Definire l’immigrazione come un fatto di “razza” – come alla fine fanno molti Fratelli d’Italia, molti leghisti e Vannacci è una distorsione della realtà che nasconde una verità storica scomoda: il pregiudizio che oggi riserviamo a determinati migranti è lo stesso che, un secolo fa, i newyorkesi — spesso a loro volta figli di immigrati — riservavano agli italiani, allora considerati “indesiderabili”.

La storia di Little Italy è una lezione di dignità e di appartenenza. E la memoria spesso vale perché è ponte, non un recinto. Non si può rivendicare con orgoglio il valore storico, culturale ed economico dell’emigrazione italiana se, contemporaneamente, si sostiene l’inaccettabilità del fenomeno migratorio in casa propria. La coerenza richiede di riconoscere che la ricerca di una vita migliore è un diritto umano universale, non una concessione a seconda della latitudine o del colore della pelle.

Chi difende le proprie radici a New York dovrebbe essere il primo a comprendere che, in fondo, siamo tutti figli di quel medesimo desiderio di riscatto che, ieri come oggi, muove i popoli. E riflettere su quanto i fenomeni migratori dell’oggi sono frutto delle stesse disuguaglianze mondiali che dalla metà dell’800 in poi spinsero tantissimi italiani – si considera che oggi nel mondo ci sono circa 60 milioni di persone che sono italiani o figli o nipoti di emigrati – a cercare fortuna al di là dell’Oceano i in tutta l’Europa nonostante spesso trovassero i cartelli nei locali pubblici con la scritta “né cani né italiani”.