La Meloni in trincea per “togliere di mezzo i giudici” – di Giancarlo Infante
Il rischio che al Referendum dei prossimi 22 e 23 marzo i No possano prevalere agitano le stanze dei meloniani e di tutta la maggioranza di governo.
Partiti con l’insolita decisione di essere addirittura loro a chiedere il referendum confermativo per una legge di enorme rilievo costituzionale, imposta all’esame del Parlamento a tambur battente, a mano a mano che il tempo è trascorso, la baldanza è sparita. Sostituita dalla paura di subire quella che per Giorgia Meloni sarebbe la prima sonora sconfitta di natura interna ed internazionale. I sondaggi non danno più per certo in maniera incontrovertibile che gli italiani votino Si.
E allora la Presidente del consiglio ha accolto le numerose richieste provenienti dalle sue fila di “metterci la faccia”. Un grosso rischio politico, anche se lei corre a precisare che qualunque sia il risultato non ci saranno conseguenze per il Governo. Ma per l’immagine della donna sempre vincente ne riceverebbe un durissimo colpo.
La sua scelta – forse anche frutto del crescere dell’agitazione – non è stata quella di spiegare e cercare di convincere nel merito. Forse, anche perché sa benissimo che poco convincenti sono state le spiegazioni tecnico giuridiche giunte finora. E le numerose falle concettuali aperte da giuristi – non solo dalle opposizioni – non sono state riparate. Anzi.
Inevitabile, allora – soprattutto quando si è constata la compattezza di tutta la Magistratura, le cui correnti sono in maggioranza moderate, in alcuni casi di destra – che il dibattito diventasse una vera e propria rissa. Ha finito più per diventare uno scontro politico tout court tra la destra e gli altri, anche perché si inserisce in una serie di altri provvedimenti che, messi tutti assieme, prefigurano i grossi rischi di un vero e proprio stravolgimento costituzionale. Così sembra che un plebiscito di natura politica sia proprio la destra a cercarlo. Insomma, si va a votare contro o a favore di Giorgia Meloni.
Come sono lontani, e dimenticati, i tempi in cui da “ragazza della Garbatella”, come ama definirsi, faceva parte del cosiddetto fronte “giustizialista” che portava sugli scudi la Magistratura. Gettavano le monetine contro Bettino Craxi di fronte alla sua residenza romana, mentre i leghisti – gli alleati di oggi – esponevano in Parlamento il cappio. Salvo vedere poi neofascisti del Msi, una volta portati nelle stanze del potere da Silvio Berlusconi, e personaggi della Lega incappare nelle maglie delle indagini e della magistratura per ruberie di ogni genere. L’arrivo al Governo, i dossier scottanti – e costosi – gestiti, la necessità di portare a casa risultati concreti che non arrivano hanno fatto il resto. Con la saldatura con qualcosa che sale dal precordio di una certa cultura politica che ha sempre mal sopportato gli equilibri, le forme di salvaguardia della gestione della cosa pubblica e l’equilibrio dei poteri fissati dalla Costituzione non ha mai digerito. Prima, per un fatto ideologico, poi, per contingenze pratiche, molto … pratiche. Vi è un’insofferenza verso la complessità con cui si deve misurare la politica davvero impressionante. Come dimostra l’abnorme decretazione d’urgenza e l’altrettanto abnorme pratica dei voti di fiducia. Da parte di una maggioranza netta e schiacciante.
Oggi, senza esitare Giorgia Meloni conferma che la cosiddetta riforma delle carriere serve solamente per andare contro la Magistratura, che sia quella inquirente o quella giudicante. Da subito era possibile capire che talune cose non funzionavano. Giacché si parlava di una figura “terza” che doveva essere fatta diventare preminente e che il problema fosse quello delle “toghe rosse” riferendosi ai Pm, cioè ai giudici inquirenti, a dispetto della realtà delle posizioni della stragrande maggioranza dei magistrati. Eh, sì, perché questa figura “terza” ed “imparziale” è già stata introdotta e resa operante – pur non dotandola degli strumenti, dei mezzi e delle risorse che sarebbero necessarie – come dimostrano centinaia e centinaia di sentenze che non accolgono, o lo fanno solo in parte, e giungono persino a smentire e rigettare le tesi accusatorie.
Ma che questo fosse un pretesto è stato fatto chiaramente capire dal Ministro Carlo Nordio e da molti esponenti della maggioranza con le loro dichiarazioni. Un’autorevole voce del Ministero della Giustizia ha invitato a votare Si “per toglierci di mezzo la Magistratura”. E in prossimità della data fatidica Giorgia Meloni è scesa in trincea mettendosi l’elmetto. Intervenendo in materia non certo con l’aplomb da statista. Mentre i “suoi” giornali e le “sue” televisioni continuano a seminare fango sui giudici giudicanti per provvedimenti assunti sulla base di leggi da loro prodotte in Parlamento. Sentenze che sicuramente non cambierebbero con o senza la separazione delle carriere. Disgustosa la rozza strumentalizzazione di fatti di cronaca che niente hanno a che fare con l’assetto generale dell’amministrazione della Giustizia aggravata, da sempre, da ben altri mali.
Ancora una volta – ed usando lo specioso sbandieramento della questione della immigrazione, che il suo Governo non ha neppure scalfito, figurarsi se risolto – Giorgia Meloni ha parlato dei magistrati che “ostacolano” il Governo. In questo, evidentemente, facendo tutta l’erba un fascio e riferendosi sia ai magistrati giudicanti, sia a quelli inquirenti. Adesso, non si tratta più di un gruppetto di “toghe rosse”, ma evidentemente di mira è preso tutto l’Ordine della Magistratura.
La conferma che il problema, dunque, non è solamente quello dei pure importanti aspetti “tecnici”, di funzionalità della Giustizia e di una diversa organizzazione interna dei magistrati. Siamo proprio di fronte ad una diversa cultura giuridica e politica. Direi, persino di civiltà giuridica. Nel senso che la Legge sottoposta a referendum pone la scelta su un’idea di società, sulla distinzione dei poteri e sull’idea che abbiamo della Giustizia ai giorni nostri. Di fronte ad organizzazioni umane che, a dispetto di tutte le forze che ne vogliono la sudditanza e l’omologazione, sono sempre più animate dal pluralismo e dalla consapevolezza che la complessità non si risolve tornando a vecchi modelli del passato. E di che passato parliamo! Quando la Giustizia era “instrumentum regni” e funzionale ad un regime, ad una visione politica e statolatrica. Quando Mussolini diceva “Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato”. Ovviamente, confondendo lo Stato con sé stesso e con il fascismo.









