La Meloni e le spese militari: sopravvivenza – di Giancarlo Infante
La partecipazione di Giorgia Meloni al vertice Nato di Ankara è arrivata in uno dei momenti più delicati del suo mandato: un quadro economico che si deteriora, un consenso in caduta libera dopo il Referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, un Patto di stabilità europeo accettato con Giorgetti che ha imposto vincoli ferrei, non è riuscita restare al di sotto del limite del 3% di deficit. In questo contesto, le richieste degli Stati Uniti e del Segretario generale dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte – cioè portare la spesa militare al 5% del Pil – appaiono come veri e propri macigni politici prima ancora che finanziari. E così le tocca manovrare la politica estera con lo sguardo molto attento agli equilibri domestici. In parte, resi ancor più problematici dall’incursione del generale Vannacci.
Meloni ha risposto ai temi messi sul tavolo di Ankara con una formula che cerca di tenere insieme tutto: “Vogliamo rispettare gli impegni, lo stiamo facendo già, ma in modo sostenibile, stabilendo tempi, modi e priorità in base al contesto e alle nostre possibilità. È tempo che l’Ue garantisca la propria sicurezza da sola, non per far un favore a qualcuno ma per non dipendere da nessuno”. Una dichiarazione che prova a recuperare un profilo europeista dopo mesi di tensioni con Bruxelles, ma che, allo stesso tempo, strizza l’occhio alla retorica sovranista, soprattutto quando aggiunge che “i soldi investiti in difesa devono restare in Italia, nelle nostre fabbriche, nella nostra ricerca, nei nostri territori”.
Il problema è che la realtà economica non consente scorciatoie. L’Italia investe formalmente il 2,8% del PIL in difesa e sicurezza, ma una parte dell’aumento deriva da un ricalcolo delle spese di sicurezza interna, come consentito dall’Alleanza. In altre parole: con il 2,8 portato in dote ad Ankara, siamo lontanissimi dal 5% e non ci arriveremo davvero a breve. Non solo per ragioni politiche, ma perché il Paese non cresce, l’inflazione continua a erodere salari e risparmi, la sanità è allo stremo, il ceto medio si assottiglia e le fasce più povere scivolano verso una precarietà strutturale. Ogni euro spostato sulla difesa è sottratto a un Welfare già in sofferenza. Meloni lo sa, e infatti la sua linea non è dettata oltre che da un naturale scatto sovranista, da un istinto di sopravvivenza: non può permettersi di tagliare ancora.
Eppure, proprio questo la porta a una contraddizione evidente. Quando afferma che gli investimenti in difesa devono “restare in Italia”, Meloni intercetta un sentimento diffuso e comprensibile: l’idea che la spesa militare possa generare lavoro qualificato, ricerca, innovazione. Ma è un’affermazione che regge solo in parte. Perché l’Italia non produce droni, aerei, missili ed altri sistema d’armi necessari ad una sua difesa globale ed autonoma, non produce sistemi d’intercettazione Patriot, non produce radar avanzati. L’elenco – che non può non tenere conto del tipo di armi utilizzate nel corso delle guerre in atto in Ucraina e nel Golfo persico – potrebbe continuare. La filiera industriale nazionale non è in grado, da sola, di sostenere un aumento significativo della capacità difensiva. E qui emerge il vero punto mancante nel discorso della premier.
Se davvero l’Europa deve “garantire la propria sicurezza da sola”, allora il primo passo non è aumentare la spesa militare in modo isolato, ma impegnarsi strenuamente in Europa per giungere ad una difesa comune. Il che necessita, non di chiacchiere, ma di pianificazione condivisa, di logistica integrata, di produzione coordinata dei sistemi d’arma, della definizione di priorità basate su quello che raccontano i conflitti in corso. Senza questo, ogni Paese continuerà a spendere troppo per ottenere troppo poco, mentre gli Stati Uniti – con Trump che continua le sue sceneggiate per riportare risorse europee a casa sua – resteranno l’unico vero polo industriale della Nato. Ed è questa, come abbiamo notato ieri (CLICCA QUI), l’unico elemento saliente del vertice Nato in Turchia.
In questo contesto, non le resta che abbandonarsi alle circonlocuzioni retoriche, del tipo “la Nato è un’alleanza unita, consapevole delle sfide che ha di fronte, determinata a rafforzarsi. L’Italia condivide pienamente questi obiettivi, questo approccio, ha portato al vertice un’idea molto concreta di sicurezza, cioè una sicurezza che non riguarda solo gli equilibri geopolitici ma che tocca la vita quotidiana dei cittadini”. Una frase che vuole dire tutto e niente e che, soprattutto non ci dà un appiglio per sentirci davvero sicuri, oltre a non farci ben intendere la relazione tra il concetto di difesa e la nostra “vita quotidiana”.
Altra riflessione specifica nasce su di un altro concetto espresso dinanzi ai giornalisti dalla nostra Presidente del Consiglio: “Se domani un componente fondamentale per produrre un sistema di difesa non arriva più perché è controllato da chi non vuole collaborare, è un problema”. Ce lo dice lei alla guida di un Governo che, più di ogni altro, ha affidato a mani straniere gran parte della gestione della sicurezza nazionale. Una situazione giunta al punto che possiamo ritenerci tutti noi spiati da quelli che oggi sono nostri “alleati”, ma con i quali non mancano motivi di attrito e di sospetto, anche sull’uso che fanno – o che possono fare – di tutto il materiale informativo che ci riguarda. E magari per far dimenticare tutto ciò giunge provvidenziale la scoperta – di Pulcinella? – dello spionaggio organizzato in Italia dalla Russia, cosa che solo degli ingenui possono ritenere trattarsi di una novità. Come conferma la condanna definitiva inflitta all’ufficiale di marina Walter Biot per aver passato a funzionari dell’Ambasciata di Mosca documenti riservati ed arrestato nel marzo 2021.
Meloni, dunque, deve viaggiare tra retorica e prudenza. In modo di provare a non alienarsi altre fette del suo stesso elettorato in vista del voto del prossimo anno. Non ha molte altre alternative, con buona pace del Ministro Guido Crosetto. Ma retorica e prudenza, da sole, non bastano. Se l’Italia vuole davvero conciliare difesa, welfare e coesione sociale, deve essere la prima a spingere l’Europa verso una strategia comune. Altrimenti il suo discorso resterà sospeso tra un sovranismo di facciata e una sostenibilità che rischia di restare solo un auspicio.
Giancarlo Infante