La lezione di Moro e la crisi della rappresentanza – di Giuseppe Fioroni

La lezione di Moro e la crisi della rappresentanza – di Giuseppe Fioroni

Nel corso dell’incontro dei popolari sulla Costituzione Europea, svoltosi in occasione dell’anniversario dell’uccisione da parte delle Br dell’on Aldo Moro, l’on Giuseppe Fioroni ha svolto l’intervento che di seguito riportiamo

Quando, presiedendo la Commissione Moro, ho iniziato a leggere non solo gli atti sul rapimento e l’uccisione, ma anche ciò che le tante commissioni d’inchiesta avevano acquisito, una delle cose che mi ha colpito in modo straordinario è stato il carteggio tra Moro e Berlinguer sull’angoscia che provavano di fronte alla drammaticità della diserzione degli italiani e delle italiane dalle urne. Parliamo del ’75‑’78: votava più del 90%. Eravamo di fronte a una riduzione impercettibile, ma Moro — che abbiamo sempre considerato dotato di visione profetica — aveva colto che quella diserzione era l’inizio della rottura del rapporto tra politica ed elettori. Avevano intuito che quel patto costituzionale, che aveva consentito a più dell’80% degli italiani di condividere ciò che era bene per tutti e ciò che era male per tutti, era messo in discussione. Era diventato un patrimonio acquisito, ma che doveva essere rigenerato per rilanciare la qualità della democrazia.

Quando Moro parlava di democrazia integrale, intendeva questo: un nuovo patto costituzionale che consentisse di ritessere, tra DC e i propri alleati, PCI e i propri alleati, una condivisione ben oltre l’80% degli italiani, per costruire una nuova bussola valoriale. Solo dopo si sarebbe potuti tornare a un principio di alternanza compiuta. E tutto questo lo deducevano da un calo impercettibile dell’affluenza.

Immaginate cosa direbbero oggi, quando le elezioni le vince chi sta a casa. I nostri dibattiti sono bellissimi, appassionanti, ma dobbiamo porci una domanda: perché gli italiani non votano più? Non possiamo accontentarci delle risposte avvilenti dei talk show.

E io mi scuso con Lorenzo Dellai, ma non vedo nessuna differenza tra destra e sinistra su questo punto: abbiamo imparato a ragionare sulle percentuali, non sui valori assoluti. È la cosa più falsa e lontana dalla realtà. Se sommiamo chi non vota, le schede bianche e le nulle, vincono sempre quelli che non partecipano. E noi ci accapigliamo per sapere se, di quella minoranza che ha votato, abbiamo preso il 25, il 26, il 27 o il 30%.

Scherzando con Gualtieri gli ho detto: “Siamo andati forte al ballottaggio? Bene. Ma quando giri per Roma, se ti va bene, due romani su dieci ti riconoscono come sindaco”.

La nostra Costituzione prevede la maggioranza assoluta degli aventi diritto al voto. Questa era la base dei costituenti. Quando ci accontentiamo della maggioranza della minoranza, tutte le forze politiche sono compatte: fa comodo. È più facile convincere pochi che molti.

Questa era l’angoscia di Moro e Berlinguer. E noi l’abbiamo ridotta alla questione del sorpasso del PCI. Il tema non era quello: era rigenerare la democrazia in un Paese arrivato a uno stallo.

Quando Moro viene ucciso il 9 maggio 1978, si blocca un processo. Il danno non l’hanno fatto allora: l’hanno fatto oggi, perché quella rigenerazione non c’è mai stata.

Pensate se Moro o Berlinguer avrebbero mai detto “gli italiani non capiscono”. È una delle frasi più citate nei talk show. Ma non funziona così: in democrazia non sono gli elettori che non comprendono, sono i politici che non hanno compreso bisogni, speranze, dolori, sofferenze, visioni. Non “non ci hanno capito”: non siamo stati capaci di farci capire. Se la maggioranza non vota, il problema è una enorme carenza di offerta politica. E nel passaggio dalla morte di Moro alle varie “Repubbliche”, abbiamo commesso errori enormi. La legge elettorale è diventata un totem. Ma in una democrazia parlamentare moderna, la legge elettorale è uno strumento, non un fine. Quando sostituisci la politica con la legge elettorale, ottieni governi fragili, instabili, inconsistenti.

Il bipolarismo, che doveva essere la soluzione, ha ottenuto il risultato opposto: gli italiani non votano più.

Se manca una proposta capace di toccare i cuori degli italiani — non solo il portafoglio — ci troviamo nello stato attuale. Discutiamo di legge elettorale a prescindere da politica, progetti, programmi.

L’altro giorno Franceschini mi ha detto: “Noi abbiamo fatto come Moro: abbiamo fatto maturare i 5 Stelle e Conte”. Ma Berlinguer e Conte sono due cose diverse. Il PCI era una forza popolare e di massa; i 5 Stelle sono un populismo nato per fare l’anticasta. Il fatto che partecipino al governo non significa che abbiano rinunciato al populismo.

Il bipolarismo ha generato l’utilità marginale: micropartiti, micro‑leader, micro‑strategie personali. Una malattia che colpisce anche chi vuole mettere piede al centro.

Ricordando Moro, dobbiamo riconoscere che non siamo più stati capaci di ricreare una bussola valoriale condivisa. La Costituzione ci ha riappacificati, ma va adeguata alle sfide di oggi. La rigenerazione democratica non si basa sul “vota per Tizio”, ma sul “credi in qualcosa”. Prima si genera appartenenza, poi si vota.

Rileggendo Moro, anche sul tema europeo, vediamo che nel ’75 firmò per l’elezione diretta del Parlamento europeo perché voleva un’Europa politica, non tecnocratica. Diceva che l’Italia avrebbe contato solo se l’Europa contava. E che l’Europa, in politica estera, sarebbe stata l’asse dell’equilibrio.

Il male che ci affligge oggi è la tentazione di servire ora Putin, ora Trump, ora Xi Jinping, ora Modi, pensando che l’attimo fuggente porti a vincere le elezioni. Senza considerare il prezzo.

Moro spiegava che l’elezione diretta del Parlamento europeo era l’inizio dell’Europa politica. E nel ’71 all’ONU disse: “A che serviamo se facciamo solo gli sceriffi internazionali? Se consentiamo che il mondo si divida tra chi scrive la storia e chi la subisce?”. Parole attualissime.

Nel ’73, preparando la prima conferenza Europa‑Mediterraneo, disse: “Washington è lontana, Mosca è lontana. L’Africa è il giardino di casa nostra. Se prende fuoco il giardino, bruciamo noi per primi”. E fece quel viaggio nel Nord Africa che fece arrabbiare tutti: russi, palestinesi, israeliani, americani. Ma lo fece perché era convinto che bisognava dare risposte lì, non aspettare che arrivassero qui.

Tutta la nostra politica estera ha fatto passi microscopici. Siamo rimasti dove eravamo.

E oggi, con più della metà degli italiani che non vota, con l’Europa che segna il passo, con populismi che colpiscono destra e sinistra, con leader che invocano stabilità per coprire limiti politici, dobbiamo chiederci: come rigenerare la democrazia?

Le radici cristiane dell’Europa non sono un privilegio, ma un dato storico. Negarle ha significato negare un’evidenza senza riconoscere il diritto di chi la pensa diversamente.

Oggi, se gli italiani non votano, è perché le proposte non vanno bene. Se i governi non governano, è perché manca una visione comune su politica estera, difesa, economia.

Forse un progetto che riparta dalla base — non per fare l’ennesimo partito, ma per una rigenerazione democratica — potrebbe essere utile. Prima dimostrare di esistere, poi discutere con chi allearsi. Perché chi nasce già come stampella, finisce per essere trattato come un nano inutile.