La guerra all’Iran: una tragedia americana – di Giuseppe Sacco
Mentre Trump, sempre più aggrovigliato nella trappola della retorica auto celebrativa, si scagliava verbalmente contro gli ex-alleati europei, la giornata di ieri ha mostrato ancora una volta – quasi qualcuno potesse dubitarne – l’insanabile divario che sembra tuttavia in qualche misura sussistere tra l’America e il feroce “alleato” sionista. Una divergenza negli obiettivi come nella tempistica, con quest’ultimo volto non soltanto a sopraffare, con le armi ottenute dagli Stati Uniti, ed in qualche misura anche dalla sciagurata Repubblica Italiana, a disarticolare non più soltanto il bigotto e sanguinario regime degli ayatollah ma la società iraniana stessa.
Eppure, se questa piange pressoché impotente i suoi morti, alcuni elementi veramente significativi sembrano emergere in questo orribile quadro. E lo fanno apparire come una vera e propria tragedia americana.
Il caso Kent
La frattura apparsa nel ristretto gruppo di ambigui personaggi giunto, con il loro delirante leader , ad impadronirsi del vertice politico di un paese cui molti Italiani hanno in passato guardato con simpatia, con speranza, e talora persino con ammirazione, ha infatti dimostrato che non tutti i seguaci di questo – in definitiva piuttosto patetico – personaggio, anche i più compromessi con lui, apprezzano le sue decisioni, e in la guerra all’Iran e le ragioni che l’hanno determinata. E che alcuni di loro riescono persino ad esprimerle con una certa nobiltà d’animo e con sacrificio personale. Come si è potuto vedere nella ormai conosciutissima lettera inviata al Presidente dal principale collaboratore di Tulsi Gabbard, Direttore dell’intelligence del regime trumpiano. Nel cui quadro Joe King, come egli stesso esplicitamente afferma, si è sempre onorato di servire. Sinora almeno.
Joe Kent è infatti il primo alto funzionario dell’amministrazione Trump a dimettersi a causa della guerra all’Iran. Una decisione che mette in luce l’esistenza di un malcontento all’interno del campo dell’«America First» e segnala un crescente dissenso tra gli alti funzionari della sicurezza nazionale in merito all’impegno degli Stati Uniti a servizio di Israele.
E non si tratta di un pallido burocrate. Perché Kent, un 45enne nativo dell’Oregon, ha una lunga esperienza militare e nello spionaggio, avendo prestato servizio per vent’anni (1998-2018) nell’esercito, e portato a termine ben undici missioni di combattimento e incarichi con unità d’élite. Per poi entrare nella CIA con funzioni paramilitari. Pagando anche un prezzo personale assai duro quando nel 2019 la moglie, un sottufficiale capo della Marina Shannon Kent, è rimasta uccisa in un attentato suicida in Siria. Una guerra che Kent, nella sua lettera di dimissioni, ha definito “fabbricata da Israele”.
Nell’apprendere delle sue dimissioni, Donald Trump non ha esitato ad affermare – da quello straccione che è – che si trattava di «una cosa buona», perché « ho sempre pensato che fosse debole in materia di sicurezza ». E ciò anche se era stato proprio lui. Donald Trump, a nominarlo, nel Febbraio 2025, a capo delNational Counterterrorism Center. (NCTC).
I problemi della flotta
L’altro evento della giornata è stata la discussione relativa all’incidente prodottosi qualche giorno prima sulla più grande portaerei del mondo, la Gerard Ford, che Trump ha voluto schierare nel Golfo Persico.
L’incendio, il cui controllo ha tenuto impegnati per 30 ore l’equipaggio di questo potentissimo strumento bellico, ha lasciato infatti adito a sospetti che si sia trattato di un sabotaggio venuto dall’interno stesso dell’equipaggio. E che rappresenti una forma di resistenza e di protesta, spinta a livelli terribilmente gravi contro la guerra che molti ormai non vedono più come rispondente a un interesse degli Stati Uniti, ma subordinata a quelli di Israele. Ed effettivamente non è impossibile che questa visione non abbia trovato queste forme di espressione criminale tra i 4500 uomini che, tra elementi della marina e quelli dell’aviazione, vivono in permanenza su questa città galleggiante.
C’è insomma chi mormora che l’incendio sia stato doloso, l’equipaggio non sarebbe contento di essere in mare da un intero anno ormai. Va da se che, e fosse vero sarebbe una cosa di una gravità enorme per la Us Navy. Si tratta certo di ipotesi spaventosa, dal punto di vista americano. Ma non impossibile e di cui non si potrà non tenere conto nell’indagine che dovrà fare seguito all’incidente,
Persino la stampa italiana, nel suo servilismo ha trovato una voce – e assai significativa – per far notare che “quando la Ford era ancora ai Caraibi a copertura delle operazioni in Venezuela, trapelò che il comando della nave non fosse entusiasta (mettiamola così) di un ridispiegamento operativo, in quanto si ritenesse che al contrario dovesse rientrare a Norfolk per manutenzione.”
L’incendio del 12 marzo – ha scritto il Corriere della Sera – divampato nella lavanderia di poppa, ha provocato un’importante operazione di contenimento dei danni che ha comportato lo spostamento dei marinai da un’area all’altra della portaerei e l’interruzione delle operazioni in tutta la nave, come confermato dalla fonte a USNI News”
La Ford, perciò, si recherà alla base navale di Souda Bay per oltre una settimana per effettuare riparazioni in banchina, come confermato a USNI News da un alto funzionario statunitense. Il funzionario ha confermato una notizia apparsa su un organo di stampa greco locale, secondo cui la `Ford´ starebbe tornando a Creta.
Un capovolgimento delle posizioni
La “furbata” messa in atto da Donald Trump di trasformarsi – per far fronte alla evidente posizione di difficoltà in cui lo ha messo l’uso caotico e talora ridicolo dei dazi doganali – dall’uomo che voleva porre termine alle “guerre senza fine” in un nuovo leader bellicoso e dal grilletto facile ha – con l’avventura iraniana -infatti seminato confusione tra i suoi sostenitori isolazionisti. Questi ultimi sono chiaramente allarmati dalla vicinanza tra il bellicoso primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e il capo di Stato americano. L’opinione pubblica sembra essersi ormai resa conto del fatto che lo Stato ebraico preferisce ormai essere più temuto che amato, e che a Gaza ha deliberatamente gettato la maschera.
E che con la guerra all’Iran, vuole non solo eliminare la minaccia nucleare, non solo rovesciare il regime dei mullah, a addirittura frammentare le sue componenti. Mirando così a ridurre così il mondo iranico in una condizione simile a quella in cui è venuto negli ultimi anni a trovarsi il mondo arabo; nonostante ed anzi a seguito delle cosiddette “primavere”. Una condizione, in cui ogni voce dei grandi paesi – ad esempio, l’Egitto, che ha cento milioni di abitanti – appare inaudibile, o di fatto inesistente. Mentre i media internazionali, e i governi occidentali prestano attenzione ad ancestrali regimi come l’Arabia Saudita, o a “coriandoli” feudali quali gli Emirati, il Kuwait, il Qatar.
Questa mutazione di Trump appare ormai inaccettabile proprio ai suoi grandi sostenitori. Come la Congresswoman Marjorie Taylor Greene, passata da appassionata fan dell’uomo dal ciuffo biondo a sua acerrima critica. Ed anche altre figure del movimento Maga –tra cui Megyn Kelly e Steve Bannon – appaiono su posizioni vicine a quelle di Tucker Carlson un podcaster che vende magliette con la scritta «I neoconservatori fanno i gay per Israele» e che critica il coinvolgimento dell’associazione di difesa degli interessi israeliani (l’AIPAC) nel finanziamento di diverse campagne elettorali per le elezioni di medio termine.
Tucker Carlson é una popolarissima personalità televisiva che ha apertamente criticato questa guerra. E soprattutto denunciato in maniera esplicita l’asservimento degli Stati Uniti al suo pseudo-alleato mediorientale: «Questa é la guerra di Israele», ha detto nel suo più recente podcast; quello di marzo 2026. E a Donald Trump, che ha reagito dichiarando che la Taylor Greene «non era più Maga». L’ex deputata replicato che il presidente aveva dovrebbe ormai scrivere sui suoi ridicoli cappelli la sigla «Miga», «Make Israel Great Again».
Ciò non poteva restare senza conseguenze sull’immagine di Israele in America. Ed infatti, come riportato dall’autorevole quotidiano francese Les Echos, la metà dei repubblicani sotto i 50 anni – secondo Pew Research – ha ora una visione negativa di Israele, contro il 35% del 2022, e il 53% degli Americani nel loro complesso, con un aumento di 11 punti.
Giuseppe Sacco









