La Generazione Z in Libano: tra crisi, conflitto e disillusione politica – di Edoardo Almagia

Il Libano è un lembo di terra di poco più di 10.400 kmq che ad ovest si affaccia sul Mediterraneo ed è incastrato tra Israele a sud e Siria ad est e a nord. Si tratta di un paese dal passato antichissimo, largamente urbanizzato e fortemente scolarizzato. Gli abitanti sono quasi 7 milioni, soprattutto arabi, con significative minoranze di armeni, curdi e turcomanni. Dal punto di vista religioso sono in maggioranza musulmani, dei quali il 28% sono sciiti, il 26% sunniti ed il 21% maroniti, il 12% greco-ortodossi e greco-cattolici melchiti. Per il resto, il 5% sono drusi e alauiti e l’8% rimanente sarebbe suddiviso principalmente tra le altre confessioni cristiane. Si tratta quindi di un paese complesso, caratteristica che si riflette pienamente anche sul suo sistema politico che contribuisce a rendere più fragile e frammentata la società.

In attesa che presto riprendano a Washington le trattative con Israele, malgrado un cessate il fuoco continuano intanto gli attacchi delle sue Forze armate al fine di smantellare Hezbollah.

Questa più recente invasione potrebbe sconvolgere il Libano che continua a pagare un pesante tributo in questa nuova guerra che non ha scelto. Dall’inizio di marzo le vittime civili superano le 2.500, un quinto della popolazione è ormai composta da profughi o sfollati e già bussano alla porta problemi di carattere umanitario. Il debole Stato libanese sta facendo il possibile per affrontare l’emergenza, mentre nelle farmacie aumentano le vendite di sonniferi e prodotti contro l’ansia. I libanesi sono oggi ostaggio della guerra in Iran, essendo il paese strettamente collegato a ciò che sta accadendo a Washington e Teheran, mentre dietro l’angolo vi è chi teme si possa celare lo spettro di una nuova guerra civile. Il Paese potrebbe addirittura disgregarsi o perdere la capacità di rimettersi in piedi. Molti dei suoi abitanti sono in preda alla disperazione perché temono di trovarsi in un ciclo senza fine. Va detto però che il paese è abituato alle difficoltà e alle crisi, la popolazione è resiliente, creativa ed istruita e come si è già visto molte volte in passato farà del tutto per resistere e cercare di andare avanti.

La chiave di tutto resta sempre l’irrisolta questione palestinese

In questa situazione di incertezza nella quale rischiano di franare anche gli equilibri interni del Paese, vi è chi chiede la pace, chi invece vuol resistere e chi ancora auspica che tutto finisca e spera nel meglio. In questa nazione sospesa tra crisi economica, conflitto e disillusione politica, i giovani libanesi reinventano forme di sopravvivenza, protesta e identità.

Non è una generazione cresciuta nella stabilità, né nell’illusione di un futuro lineare. La Generazione Z libanese — i nati tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila — si trova oggi a vivere una sovrapposizione di crisi che non ha precedenti nella storia recente del Paese: collasso economico, paralisi istituzionale, tensioni militari lungo il confine meridionale e un sistema sociale sempre più fragile. Eppure, proprio in questo scenario, il loro modo di agire sta ridefinendo il rapporto tra cittadini e Stato, tra individui e comunità, tra sopravvivenza e partecipazione.

Per comprendere l’atteggiamento della Generazione Z in Libano bisogna partire da un dato strutturale: questi giovani non hanno mai conosciuto un sistema funzionante. Quando nel 2019 esplode la crisi finanziaria — una delle più gravi al mondo in tempi recenti — molti di loro sono adolescenti. Assistono al crollo della valuta, alla perdita dei risparmi familiari, all’impoverimento diffuso.

Poi arriva la pandemia, seguita dall’esplosione del porto di Beirut nel 2020, che diventa simbolo globale della negligenza politica. Infine, negli ultimi mesi, il riaccendersi delle tensioni armate al confine con Israele aggiunge un ulteriore livello di instabilità. In questo contesto, la Generazione Z sviluppa un tratto distintivo: non si aspetta soluzioni dall’alto e prima di tutto pensa a sopravvivere. Si tratta in fondo di un attivismo senza illusioni.

Non c’è apatia, ma si trasforma la partecipazione

La prima forma di “azione” è spesso invisibile, ma fondamentale: adattarsi. Molti giovani lavorano in più impieghi contemporaneamente, spesso nel settore informale o digitale. Il lavoro da remoto per aziende straniere, pagato in valuta forte, è diventato una delle principali strategie di sopravvivenza. Allo stesso tempo, cresce l’emigrazione — fisica o progettata. Per una larga parte della Generazione Z, il Libano non è più un luogo in cui costruire un futuro, ma uno spazio da cui partire. Tuttavia, non tutti possono permetterselo. E così, per chi resta, la resilienza diventa una pratica quotidiana.

Se la generazione precedente aveva investito nella protesta di massa — come durante le mobilitazioni del 2019 — i giovani di oggi mostrano un rapporto più ambivalente con la politica. Non c’è apatia, ma una trasformazione delle forme di partecipazione. La sfiducia verso i partiti tradizionali è quasi totale. Le strutture confessionali, che per decenni hanno organizzato la vita politica libanese, appaiono ai più giovani come parte del problema, non della soluzione.

L’attivismo si sposta così su piani più frammentati e concreti: iniziative locali, reti di mutuo aiuto, organizzazioni non governative, progetti culturali indipendenti. Più che cambiare il sistema nel suo complesso, si cerca di intervenire su ciò che è immediatamente accessibile. È un attivismo pragmatico, meno ideologico, ma non meno significativo.

Le tensioni nel sud del Paese, con scambi di colpi lungo il confine, riportano la guerra da possibilità astratta a realtà tangibile. Per la Generazione Z, che non ha vissuto direttamente la guerra civile (1975-1990), si tratta di un’esperienza nuova ma al tempo stesso ereditata che permea anche la vita quotidiana. Molti giovani raccontano una sensazione paradossale: la guerra è temuta, ma anche normalizzata. Le notizie di bombardamenti o scontri entrano nel flusso quotidiano dei social, accanto a contenuti di intrattenimento e vita personale.

Questo non significa indifferenza. Al contrario, emerge una consapevolezza diffusa della precarietà, accompagnata però da una certa rassegnazione. La guerra non è più un evento eccezionale, ma una delle variabili con cui fare i conti.

Uno degli spazi più dinamici dell’azione giovanile e che ne sottolinea l’identità è quello culturale e digitale: social media, arte, musica e produzione audiovisiva diventano strumenti per raccontare la crisi e ridefinire l’identità libanese.

La Generazione Z utilizza linguaggi ibridi, mescolando arabo, inglese e francese, ironia e denuncia. Meme, video e contenuti virali non sono solo evasione, ma anche forme di critica sociale e politica. In assenza di istituzioni credibili, la narrazione diventa un campo di battaglia. Raccontare il Libano — e raccontarsi — è già una forma di resistenza.

Ciò che distingue questa generazione non è solo la difficoltà del contesto, ma il modo in cui lo interpreta. Se le generazioni precedenti oscillavano tra speranza e delusione, la Generazione Z tra disillusione e lucidità, sembra partire da un presupposto diverso: la crisi è la normalità. Questa consapevolezza produce effetti ambivalenti. Da un lato, riduce le aspettative e alimenta il desiderio di fuga. Dall’altro, favorisce una forma di lucidità che permette di agire senza illusioni: non si tratta di cinismo puro, ma di un realismo radicale.

La domanda sul futuro resta aperta

La domanda sul futuro resta aperta. Il rischio più evidente è quello di una “fuga dei giovani” che impoverisce ulteriormente il Paese. Ma esiste anche un’altra possibilità: che proprio questa generazione, cresciuta nel collasso, sviluppi strumenti nuovi per immaginare e costruire alternative. Molto dipenderà dall’evoluzione del contesto regionale e dalla capacità del Libano di uscire — almeno in parte — dalla sua crisi strutturale. Nel frattempo, la Generazione Z continua a muoversi in un equilibrio instabile tra adattamento e resistenza. Non guida rivoluzioni, non crede nelle promesse della politica tradizionale, ma non è nemmeno immobile. Agisce nei margini, nelle reti informali, nei linguaggi culturali, nei tentativi quotidiani di rendere vivibile un Paese che sembra aver smesso di funzionare.

In un Libano sospeso tra crisi e conflitto, il loro non è un protagonismo eclatante. È, piuttosto, una forma di azione silenziosa, diffusa, spesso invisibile — ma essenziale per comprendere cosa resta, oggi, della società libanese e cosa potrebbe ancora diventare.

 Per concludere, un’ultima occhiata sul fronte dove il premier israeliano Netanyahu intende recidere il cordone ombelicale che lega Hezbollah all’Iran. Al fine di raggiungere questo scopo, egli ha deciso di costituire nel sud del Libano una cosiddetta “linea gialla” profonda 10 chilometri per escludere da quel territorio le milizie sciite.

 Continuano quotidianamente gli attacchi e le demolizioni, sono stati fatti saltare tutti i ponti sul fiume Litani che consentivano il collegamento della parte meridionale con il resto del paese ed è di pochi giorni fa la notizia che alle Nazioni Unite si era lanciato un avviso con l’auspicio che il Libano non si trasformasse in una nuova Gaza.

Edoardo Almagià