La “fabbrica” del capo – di Domenico Galbiati

La “fabbrica” del capo – di Domenico Galbiati

A sinistra dovrebbero, anzitutto, sapere se sono in grado di mettere in campo un “leader” – che, in effetti, non è in vista – o se, piuttosto che sprecare tempo e fatica per farsi male da soli in una ricerca vana, non debbano accontentarsi di un “capo”, che è tutt’ altra cosa. Infatti, ci può essere un capo che non sia affatto leader ed un leader che non sia necessariamente un capo.

Il “capo” comanda, il “leader” orienta. Il primo mette insieme ciò che ha sottomano. Il “leader” ispira, include, coinvolge, convince, guida senza dover essere autoritario perché confida nella sua naturale autorevolezza politica e nell’affidabilità morale che gli viene riconosciuta. Legge tra le righe degli eventi, intuisce laddove gli altri ancora non vedono, anticipa le soluzioni in una sorta di rapporto simpatetico con la storia che è un dono naturale. Coglie il senso compiuto del momento storico ed il suo esercizio del potere non è mai disgiunto dall’ attestazione di un momento di verità. Osa inoltrarsi in territori inesplorati che un capo volentieri evita di percorrere.

Aldo Moro nella Democrazia Cristiana era “leader”, anche quando comandavano gli altri. E, quando alla metà degli anni settanta, la via si è fatta stretta, la cosa si è appalesata in tutta la sua evidenza.

Vi sono, nel contempo, “leader” che si formano in itinere, sul campo, nella misura, cioè, in cui hanno, via via, maturato questa dimensione grazie alla consolidata esperienza di situazioni politiche ed istituzionali complesse che hanno saputo affrontare e ne hanno forgiato l’abito mentale. Il punto è che il “capo” lo si può eleggere, ad esempio, con le primarie, lo si può nominare con un patto tra gli aventi causa, lo si può costruire a tavolino rivestendolo ad arte di appropriati ornamenti. Il “leader”, invece, se c’è, c’è. Se non c’è, non c’è.

Nel primo caso, non si può che prenderne atto. Il leader è li pronto, pronto all’impiego e non se ne può fare a meno.
Se lo si volesse misconoscere a tutti i costi, mal gliene incoglie al poverino che ha osato usurpargli il posto e ne finirebbe, in ogni caso, oscurato. Se, invece, non c’è, non ci sono “primarie” che tengano. Le quali, in ultima analisi, finiscono, per lo più – salvo pochi casi – per essere una sorta di “escamotage” con il quale si maschera l’incapacità di un partito o di una coalizione di definire una propria “leadership”, delegandola ad un indistinto “corpo elettorale”.
Inficiato, peraltro, da due fattori: l’indeterminatezza della platea degli aventi diritto al voto e, perfino, l’ esposizione a possibili, più o meno organizzate, incursioni di elettori che, avversi a quel partito, cercano proditoriamente di orientarne l’ approdo verso posizioni che siano più utili e confacenti alla propria posizione.

In definitiva, le “primarie” concepite in funzione di un sistema politico fatto di “comitati elettorali” e non “partiti” come li intendiamo noi, sono un innesto improprio. Il quale, peraltro, ove comunque attecchisca, esercita un paradossale effetto retroattivo, che tende a cancellare la specificità ideale, storica e culturale di ciascuna forza delle nostre, per risospingerle, appunto, verso la forma meramente empirica dei partiti americani, laddove sono nate.
Nessuno pensa più che un partito possa avvalersi di una classe politica collegiale ed articolata che metta gli scarponi sul terreno e riporti la politica alla dimensione vera di un rapporto diretto, personale ed argomentato, quale non si conosce più da tempo.

Domenico Galbiati