La democrazia vissuta – di Domenico Galbiati
Da troppi anni le forze politiche, sia a destra che a sinistra, sono preventivamene costrette, secondo la logica maggioritaria, ad incastrarsi l’ una nell’ altra, creando una reciprocità tale per cui si propongono non secondo la singolare identità di ognuna, bensì dentro coalizioni che non permettono all’ elettore di cogliere, con la necessaria evidenza, il retroterra culturale e la cosiddetta “visione” di cui ciascun partito rappresenta la declinazione sul piano dell’ azione politica.
Questo implica che vi sia un arroccamento forzoso tale per cui il quadro complessivo delle culture politiche, delle tradizioni storiche, delle rappresentanze categoriali, degli indirizzi etici, la pluralità incomparabile delle mille articolazioni locali fortemente caratterizzate, la stessa geografia di un Paese ricco e complesso, sono schiacciate dentro uno schieramento politico che, per forza di cose, si risolve in due soli poli. A questo punto, nel confronto, di necessità, piuttosto che i momenti dialettici, prevalgono i toni di una radicale contrapposizione che si spinge fino alla reciproca delegittimazione delle parti in causa.
I due poli diventano antitetici piuttosto che alternativi e, dunque, non più funzionali ad una fisiologica alternanza che, al contrario, dev’essere, di fatto, al di là di omaggi formali, negata pregiudizialmente.
Detto altrimenti, ognuno dei due, idealmente, non si accontenta – né lo potrebbe – di vincere le elezioni, ma cerca, deve cercare, di costruire surrettiziamente una “egemonia”. Vuol dire che – e qui ricorre come metafora la forza di gravità – solo deformando lo spazio ed i luoghi della politica secondo una configurazione consonante alla propria particolare fisionomia, si può sperare di durare nel tempo. Ne derivano due conseguenze.
In primo luogo, ogni polo sospinge l’altro – e ne viene, a sua volta, sospinto – verso posizioni esprime.
Quindi, congiuntamente, disertificando quello spazio intermedio in cui si collocano categorie e gruppi sociali che, non avendo più rappresentanza, si disamorano del discorso pubblico, fino a disertare il voto.
La seconda conseguenza è che il confronto democratico – diventato, necessariamente, scontro pregiudiziale, perfino a dispetto, in un certo senso, delle stesse forze che lo interpretano e, ad un tempo, ne sono prigioniere – si sviluppa pressoché, o in misura largamente prevalente, attorno alle ragioni nude e crude del potere, piuttosto che in funzione delle rispettive letture culturali, sociali e politiche del particolare momento storico in cui siamo collocati.
Per ricordarlo un’altra volta, la politica, solo apparentemente caotica ed ingarbugliata, è, di fatto, consequenziale e letteralmente “geometrica”, più di quando comunemente ammettiamo. Cosicché, se si prendono le mosse da presupposti errati, la cascata di errori nefasti che si succedono l’un l’altro diventa incontenibile, a meno che si spezzi la catena che li lega e, cioè, si cambi radicalmente paradigma.
Se questa è la descrizione parziale e sommario della tenaglia che stringe e costringe la vita democratica del nostro Paese e rischia di soffocarne l’ alito, spezzare la catena e cambiare paradigma significa, in primo luogo, passare ad un sistema elettorale proporzionale. Consentire, cioè, al singolo elettore di prendere parte attiva alla vita civile e democratica della propria comunità nazionale, pronunciandosi sì, di volta in volta, su singole questioni empiriche e contingenti, eppure, pur sempre, traguardandole attraverso l’ orizzonte semantico della concezione di cosa siano l’uomo, la vita e la storia che presiedono alla sua visione del mondo. E’, in certo modo, quello che è successo soprattutto agli albori della prima repubblica quando l’ Italia è stata uno straordinario, irripetibile ed, al mondo, unico laboratorio politico.
Ovviamente, anche un sistema elettorale proporzionale pone questioni su cui tornare. Lasciandoci, intanto, al bivio di una questione che interpella, piccola o grande che sia, ogni forza politica: concorrere ad inchiodare definitivamente l’ Italia ad un bipolarismo nefasto ? Oppure – per “impolitica” che possa apparire e di mera testimonianza una tale posizione – evitare di farsi omologare nel sistema così come si pone oggi e mantenere viva l’ aspirazione e l’ attesa di poterne superare un giorno, sia pure da differire nel tempo, le strettoie?
Domenico Galbiati









