La crisi del “melonismo” e i popolari: se non ora, quando? – di Giancarlo Infante

La crisi del “melonismo” e i popolari: se non ora, quando? – di Giancarlo Infante

Sarà un po’ presto per cantare vittoria da parte del centrosinistra? Hanno vinto loro o ha perso Giorgia Meloni? È sicuro che il voto referendario si trasferirà pari pari nelle urne delle elezioni politiche? Qualche dubbio è più che lecito valutando il caleidoscopio di motivazioni che sembrano essere state alla base dell’ampio voto contro la Legge sulla separazione delle carriere. E invece l’opposizione si è avviata come se i giochi fossero già fatti. Mentre non è all’orizzonte la rivisitazione degli errori del passato e un esame profondo sulle cause che portarono alla vittoria della destra estrema nel settembre del ’22.

In più, devono essere considerate le variabili che complicano l’equazione sul futuro. Tra tutte, quelle dei tempi e del possibile arrivo di una nuova Legge elettorale.

Le accelerazioni delle dinamiche internazionali e quelle delle conseguenti derive che trasformano gli andamenti economici con velocità mai  registrate nel passato. E i sommovimenti sociali conseguenti, con effetti imprevedibili sul giudizio dell’elettorato, oltre che rispronarlo o meno verso i seggi.

In poche settimane la guerra israelo-americana all’Iran ha influito ancora di più sulle relazioni interne al cosiddetto mondo occidentale e sugli orientamenti delle popolazioni anche europee. Tracce di ciò sono riscontrabili pure nel nostro voto referendario, così come accaduto con i contemporanei ballottaggi delle amministrative francesi. Se Giorgia Meloni deciderà di non andare ad elezioni anticipate quante cose potrebbero essere cambiate da qui a poco più di un anno?

Per quanto riguarda l’incognita della Legge elettorale: resterà lo schema fin qui proposto di un sistema proporzionale? Ma che, in realtà, fa rientrare dalla finestra quel bipolarismo che l’abolizione del maggioritario dovrebbe, in teoria, seppellire? A rigor di logica, con questo scenario possibile, come escludere che, alla fine, i due partiti maggiori possano trovare più conveniente lasciare il Rosatellum? E volando con la fantasia, non potremmo chiederci persino se Giorgia Meloni non possa avere interesse a “passare il Rubicone”? Cioè a giungere ad una condizione che le consentirebbe di raccogliere il proprio consistente gruzzolo per giocarselo in proprio liberandosi di e da Salvini e dal suo stretto legame con Donald Trump? Capaci di tutto, anche approfittando di una realtà europea ancora non univoca.

In ogni caso, tutte questioni che non possono che riguardare, coinvolgere e spingere all’azione quel mondo popolare ancora sopravvissuto – molto è inabissato tra i flutti dell’astensionismo- e chiamato, forse, come non mai prima, a cogliere quelle “occasioni” che possiamo leggere presenti tra le pieghe del modo in cui si sono espressi i votanti referendari.

Esiste ancora quel blocco sociale che la destra aveva assemblato per le elezioni del ’22? Fatto da un miscuglio ideologico alla ricerca di rivincite; di una lettura fuorviante delle dinamiche internazionali, cosa favorita dagli oggettivi ritardi dell’Europa; di una sommatoria di interessi e di reazioni da parte di ambiti sociali e culturali che le altre forze politiche hanno trascurato, se non abbandonato del tutto nel corso degli ultimi anni: ceto medio, partite iva, imprese, mondo del lavoro, mondo cattolico.

Il Sud in fuga dalla destra in due modalità: astensionismo massiccio e No.  I giovani e le donne hanno abbandonato il campo meloniano. Ma sono in “libera uscita”? Ci si sarebbe chiesto un tempo. Pure loro, come i meridionali, con il Referendum, infatti, avevano l’occasione di farlo senza per questo impegnarsi con il fronte contrapposto. E l’incredibile distanziarsi delle città e delle aree metropolitane rispetto alle province. Lombardia, Piemonte e Lazio sono le regioni in cui i capoluoghi hanno, e di molto, fatto variare il moto del pendolo. Il voto ci dice che, adesso, le Ztl dei quartieri ricchi sono tornate a destra, non più con la borghesia di centro e i radical chic della sinistra. E questo cosa significa se non che tanto ceto medio non crede più nelle capacità taumaturgiche di Giorgia Meloni?

Non c’è qui un programma già pronto per prendere forma e giocarselo con la propria autonomia? Questo può essere l’unico modo per ottenere una risposta certa ed evolutiva.

I popolari, avrebbero finalmente una o più praterie su cui cavalcare. Sono dinanzi ad una società che chiede nuovi e diversi punti di riferimento. Chiede un “baricentro” che non può, al momento, essere assicurato credibilmente neppure dall’accoppiata Pd 5 Stelle. Ed è per questo che giovani, partite iva, donne non possono essere considerate definitivamente né di qua né di là.

E’ certo che solo un’area centrale allargata in grado di porre nei termini più precisi possibili la questione della costruzione di una reale alternatività ad un sistema bloccato può essere in grado di evitare che le prossime elezioni consegnino nuovamente il Paese alla coalizione che meglio avrà risposto solamente alle tecniche elettorali. Non sarà utile ad intervenire su quei nodi fondamentali che hanno ingessato la politica italiana negli ultimi 35 anni e che ci stanno facendo vivere un lungo declino fino a portarci a pensare che il futuro ce l’abbiamo, sì, ma alle spalle.

Questa Italia ha bisogno di maggiore solidarietà, di più collaborazione sociale ed istituzionale in grado di andare ben oltre la logica dello “spoil sistem” e delle spartizioni. E c’è bisogno di novità, di fantasia e di un nuovo linguaggio. I popolari sono molto in ritardo e per questo possono apparire “vecchi”. Eppure, per elezione storica e culturale sono gli unici in grado  di avviare un autentico rinnovamento, quella “trasformazione” auspicata da anni. Ma devono uscire dal rifugio delle loro abitudini che, ad ora, non hanno portato a niente, se non a metterli in condizione di subalternità alla destra e/o la sinistra. Non si può affidare più tutto ai giochi di vertice con la speranza di trovare uno “stellone” in grado di risolvere il problema ministeriale della propria presenza e partecipazione.

Non siamo più nella fase storica delle certezze degasperiane e dei decenni conclusi con la metà degli anni ’90 del secolo -pure millennio – scorso. Semmai, il riferimento va al lungo ed accidentato percorso dei tempi di Sturzo e dei primi popolari. Quando furono il pensiero, giovane e intelligente, e l’impegno generoso e disinteressato a fornire un’occasione fino ad allora impensabile.

E’ vero, nel Dna dei popolari pure esiste la importante componente degasperiana dello spirito della coalizione. Cosa che non va né trascurata né abbandonata. Ma ogni coalizione ha senso se frutto di partecipazione ad un progetto sulla base di una presenza peculiare ed un impegno specifico, immediatamente percepibile dall’elettorato. L’altra scelta – rispettabile, ma molto riduttiva – è quella di continuare con una subalternità – per quanto sofferta – che non sarà nessuna obbedienza al capo, da una parte, o la partecipazione alle “primarie”, dall’altra, a rendere meno onerosa ed insoddisfacente.

La gente scende in piazza in tutto il mondo contro la deriva autoritaria ed autocratica. Ieri, è stato impressionante vedere le folle americane, di Londra ed anche di Roma. Il no al “king” è lo stesso: contro Trump  negli Usa, contro Farange a Londra, contro la Meloni a Roma. E c’è anche il filo rosso della guerra a fare da collante, assieme a quello della contrarietà “all’uomo solo al comando”. I popolari hanno intenzione di intercettare e di mettersi in sintonia con tutto ciò, o continuano a fantasticare su sottili alchimie politiche e relazionali che non sono più giustificate dalla irrilevanza in cui si sono cacciati da oltre trent’anni?

Giancarlo Infante