Come osserva questa mattina Laura Bicker della BBC (CLICCA QUI), l’arrivo di Donald Trump a Pechino non è un evento epocale ma un segnale della nuova normalità nei rapporti tra Cina e Stati Uniti: una relazione fredda, calcolata, dove la diplomazia si muove più per necessità che per entusiasmo. Pechino accoglie il presidente americano con cortesia misurata, senza clamori né simboli di deferenza, mostrando di voler gestire l’America con la stessa prudenza con cui bilancia i rapporti con altre realtà mondiale, Europa inclusa.
E in effetti, Donald Trump arriva a Pechino senza che dalla capitale cinese si siano levati calorosi segnali di benvenuto. Fino ad ora, l’attesa non è stata quella della vigilia di chissà quale evento in grado di cambiare il corso delle cose. E il caso ha voluto che il viaggio di Trump prendesse il rilievo adeguato sulle prime pagine dei giornali ufficiali cinesi, o semi ufficiali, proprio dopo quello dedicato ad un summit appena concluso con gli europei, rappresentanti da alti funzionari di Bruxelles.
Il caso è sicuramente l’artefice di ciò, perché la visita del Presidente americano ha dovuto subire un rinvio a causa della guerra messa in atto con Israele contro l’Iran, legato strettamente alla Cina anche perché è tra i suoi principali fornitori di petrolio. In ogni caso, Pechino fa vedere di muoversi come solo un grande acrobata può fare tra Trump e quelli che sono ufficialmente dichiarati gli avversari del momento, da più stretti amici che erano, cioè gli europei.
Continua così la rappresentazione di una Cina che cerca la pace e la cooperazione e che – come scrive il Global Times che è la versione dell’ufficiale Quotidiano del Popolo in lingua inglese – intende dialogare con l’Europa su commercio, transizione verde e clima. Ma lo stesso vuole fare con Trump il cui viaggio si presenta soprattutto come una visita d’affari. Ed anche il fatto di essere accompagnato dal Ministro americano alla guerra, Peter Brian Hegseth, dev’essere forse più collegato alla presenza di tanti imprenditori statunitensi piuttosto che a quello che sta accadendo in Medioriente. Poi, certamente, Trump e Xi Jinping parleranno anche degli equilibri globali, ma certo pesa il fatto che gli americani siano ancora impantanati nella guerra all’Iran che pensavano di vincere in pochi giorni.
I cinesi accolgono un Trump, comunque, “distratto” – come scrive The New York Times – dalla complessità delle vicende internazionali e nazionali in cui si è avviluppato da solo. Il linguaggio è conciliatorio. Sottolineano che le “differenze non sono motivo di rivalità”, come fa Li Jian, direttore del Dipartimento Affari Europei del Ministero degli Esteri. Un modo per liberare i rapporti economici dal peso e dalle vischiosità delle divisioni politiche. Anche se , come conferma l’incontro con gli europei, la politica sempre resta ai vertici nella logica cinese, ed in modo da bilanciare le pressioni del più forte, con il quale, comunque, c’è interesse a mantenere aperti tutti i canali commerciali e tecnologici. E così continua un rapporto competitivo, diffidente, strutturalmente conflittuale, in cui la cooperazione è necessaria, ma sempre condizionata da calcoli strategici.
Anche il New York Times coglie il lato più realistico di questo atteggiamento: Pechino veste tutto di pragmatismo. E il dialogo con gli Stati Uniti è un esercizio di contenimento reciproco, dove la cooperazione economica convive con la competizione geopolitica. Così, in questo triangolo, la Cina tenta di trasformare la tensione in equilibrio, proponendosi, addirittura, come terzo polo capace di mediare tra le due sponde dell’Atlantico.
Il risultato è un equilibrismo calibrato: Pechino parla di pace e sviluppo con Bruxelles, di stabilità e rispetto con Washington, ma in entrambi i casi difende la propria autonomia strategica. È la diplomazia del “né contro né con”, che cerca di guadagnare spazio, e tempo, senza provocare reazioni, e di ridefinire il centro del mondo non attraverso la forza, ma attraverso la costanza del dialogo.
Trump e Pechino, insomma, giocano ciascuno le proprie carte cercando di portare a casa più risultati positivi possibili. Che, poi, ci riescano, e fino a che punto, è tutto da verificare.