“La caduta degli dei” – di Giancarlo Infante
È come se il souffle si fosse d’un colpo afflosciato.
Costretta a fare i conti con la realtà
Anche Giorgia Meloni deve confrontarsi con tutto quello di cui non ha mai voluto prendere coscienza. Una squadra di governo modesta. Amicizie internazionali da prendere con le molle. Trump non era una novità con il suo “Make American Great Again” tutto giocato a danno del resto del mondo e, in primo luogo, degli alleati: parassiti e inutili. Un paese reale che non arriva a fine mese – in molti casi, da due tre anni a questa parte, alla terza settimana – e non imbandisce le tavole con il Patto di stabilità da lei sùbito con il suo “ragioniere” Giorgetti e con l’inflazione reale – quella del carrello della spesa – non solo non contrastata, ma persino ignorata. E poi sono arrivate le grane energetiche che portano i nomi dei suoi amici Bibi Netanyahu e Donald Trump. Così calano – oramai da mesi e mesi – produzione industriale e vendite al dettaglio. E addirittura si vocifera che rischi di saltare un altro ministro, Adolfo Urso, quello che risolveva il problema dei costi della benzina indicando il costo medio regionale ai distributori.
I conti in ordine sono fondamentali, ma se non li accompagni con una diversa spesa pubblica diretta allo sviluppo servono solo per il rating delle banche e ti serve a poco sbandierare i numeri della crescita dell’occupazione, in realtà ridotta solo ai più di 50 anni. I numeri, se mal digeriti, ingannano.
Il Pnrr – che lei ha smontato ed avocato a sé facendo perdere mesi e mesi preziosi – produrrà più debito e poco sviluppo. La sua conclusione che scenario aprirà?
E può continuare la lista di un racconto smontato pezzo per pezzo anche per lei che preferisce i libri di fantasia come “Il Signore degli Anelli” invece che misurarsi con la comprensione dei processi storici, come quelli raccontati dai “Promessi sposi”.
E – accade sempre al momento del crepuscolo di un sistema – emergono le vicende personali. È una regola della storia. Nerone è ricordato per le sue folli cantate a suon di cetra mentre Roma finiva in fiamme invece che per la sua populistica battaglia contro i senatori e più a favore dell’ordine equestre. E così, con una certa scivolata d’ali, siamo qui a perdere tempo dietro le cattive frequentazioni del “leggero” Viceministro Delmastro, delle iperboli societarie della Ministra Santanchè e del fruscio di lenzuola che si leva in maniera surreale da quello che viene già chiamato il “caso Piantedosi. La morbosità diventa caso politico in una politica che è già patologicamente malsana. Lo ha raccontato molto bene Luchino Visconti ne “La caduta degli dei” del 1969 : se la scena indugia sui “vizi” personali, vuol dire che siamo verso la fine.
Cose che diventano preminenti – lo vedemmo anche con l’ultimo Berlusconi – quando è logoro qualcosa di più importante. Un Governo realmente forte riesce a non lasciare il campo al “gossip”, come noi chiamiamo l’italianissimo pettegolezzo. Da che mondo è mondo, pure i governanti hanno le loro vicende personali. Ma guarda caso, esse soverchiano il resto quando sta per crollare tutto.
Le falle in uno scafo ritenuto inaffondabile
Giorgia Meloni non è ancora crollata, ma falle di ogni genere le si stanno aprendo in uno scafo che lei continuava a ritenere inaffondabile. E questo spiega il suo modo di governare per editto, con dichiarazioni stentoree, confidando sugli abbracci e i complimenti dati e presi sulla scena internazionale. Giunta al momento di un dunque che interroga, e reclama su tutti i fronti, si trova a pagare anche il prezzo di un tale modo di governare.
Sa che potremo essere travolti dalle conseguenze della sciagurata guerra all’Iran, ma ha consumato l’autorità morale e politica per chiamarci a scelte draconiane richieste dalle conseguenze di decisioni irresponsabili dei suoi amici ed alleati d’Israele e d’America. Ha partecipato ad una politica autoritaria e dirigistica – quella che le hanno fatto pagare i giovani al Referendum – ed ha perso l’autorità morale e politica per chiamare anche le opposizioni e l’intero Paese all’unità. A meno che lei mostri, facendo un passo indietro – o, almeno, di lato – la credibilità di un tale richiamo.
Il Governo è poi nel pallone perché se non va al voto subito rischia di pagare domani ancora più salati i costi di uno scenario reso drammatico dai suoi amici ed alleati Netanyahu e Trump. Se invece chiama subito alle urne – ammesso che le riesca – cosa di nuovo ci potrà mai promettere che non abbia già disatteso?
Resta l’artificio della Legge elettorale
Le resta la Legge elettorale. Che però deve contrattare, e duramente, con i due alleati. Con un Salvini che rialza la cresta e un Tajani che in Forza Italia, come si diceva un tempo, è il “due di coppe quando regna denari”. E non è detto che questo ulteriore artificio la favorisca perché ciò a cui assistiamo è il crepuscolo di una ideologia e di un modo di governare fallimentare, a casa di Trump come a casa nostra.
Siamo felici di una tale situazione? Certo che no. Soprattutto per chi ha vissuto il ’73 e il dopo provocato dalla crisi del petrolio che, oggi, potrebbe persino rivelarsi come cosa di cui accontentarsi e da vivere con pazienza e sopportazione. Allora, però, avevamo ancora il futuro dinanzi. Oggi, dov’è questo futuro grazie a governanti miopi e dediti alle loro “fantasie” auto esaltanti?
Giancarlo Infante









