“La battaglia di Algeri”. Il film di Pontecorvo che non hanno visto né Trump né Netanyahu – di Giancarlo Infante

“La battaglia di Algeri”. Il film di Pontecorvo che non hanno visto né Trump né Netanyahu – di Giancarlo Infante

La strategia di Israele – in gran parte condivisa da Donald Trump, ma con qualche distinguo – è quella di decapitare i vertici del regime iraniano con gli “omicidi mirati” che stanno falcidiando la classe  dirigente degli Ayatollah e dei pasdaran. Più di un osservatore si chiede se essa avrà un qualche effetto e porterà ad un qualche risultato davvero tangibile. Se lo domandano, ad esempio, Adam Rasgon,  David M. Halbfinger e Ronen Bergman sul New York Times (CLICCA QUI), dando conto delle perplessità al riguardo espresse da alcuni ex ufficiali militari israeliani secondo i quali la strategia di Netanyahu è irrealistica, considerando “che i servizi di sicurezza interni iraniani sono troppo radicati e potenti”. Secondo altri esperti, i soli attacchi aerei potrebbero rivelarsi insufficienti a scatenare una rivolta popolare. E il combinato disposto dei due punti di vista rende davvero arduo anticipare ogni previsione.

A queste domande, comunque, ha appena risposto  Tulsi Gabbard , la Direttrice della National Intelligence americana, con l’anodina e contraddittoria affermazione che la catena di comando iraniana – nonostante tutti i bombardamenti di questi giorni – è rimasta sostanzialmente “intatta”, sia pure “degradata”.

Sappiamo, infatti, dell’esistenza di un’opposizione interna al regime. Ma sappiamo pure che, forse, non è all’altezza di rispondere alle attese dei governanti israeliani e di Donald Trump. Gli esiti dei bombardamenti sono, in effetti, seguiti dalle immagini di folle immense che partecipano ai funerali dei capi uccisi. E non è probabile che gli indecisi, addirittura i contrari al regime, apprezzino molto di ritrovarsi sotto le bombe a Teheran e nelle altre principali città iraniane. Perché di mira non sono prese solo le istallazioni militari, bensì anche edifici civili e strutture di distribuzione elettrica e di produzione energetica che non servono solo all’attività militare.

L’attacco israeliano di ieri al campo di estrazione di gas più grande al mondo, quello denominato South Pars, serve all’approvvigionamento anche di case, ospedali, scuole ed uffici. Non c’è da sorprendersi se la prima, violenta critica ad un’azione, che potrebbe significare un ulteriore punto di svolta in negativo, sia giunta dal Qatar – i cui giacimenti di gas sono in connessione con quelli iraniani – che ha tacciato Israele di irresponsabilità. Ovviamente, per il timore che da Teheran giunga l’ordine di distruggere a tappeto i campi petroliferi degli altri paesi del Golfo. E, in effetti, la prima reazione iraniana l’hanno subita proprio gli impianti di estrazione qatarioti colpiti nell’altro ingente giacimento di gas di Ras Laffan. Ma immaginiamoci la reazione tra gli iraniani, oltre che al vertice del regime.

Quella in corso, tra l’altro, si presta ad essere presentata da parte delle autorità di Teheran come una guerra indiscriminata contro tutto il Paese. Ed è anche facile per loro far passare nel resto del mondo l’immagine di una guerra contro un’idea: quella dell’Islam. E una fatwa – un editto vincolante per tutti i buoni musulmani – è stata lanciata al riguardo qualche giorno fa dell’eminente guida spirituale degli sciti iracheni, al Sistani.

Già altre volte abbiamo avuto modo di rimandare alla memoria – per capire di che popolo parliamo – le immagini di quaranta e più anni fa di migliaia e migliaia di iraniani che andavano quasi a mani nude all’assalto dell’esercito di Saddam Hussein in guerra contro l’Iran appena passato nelle mani di Khomeini. Furono quelli lunghi anni di guerra cruenta che non fu né breve né chirurgica come Saddam e gli occidentali, che lo sostenevano, erano convinti di fare.

Questo è un conflitto presentato sia sulla base di motivazioni pratiche – l’Iran può farsi la bomba atomica, l’Iran costituisce un pericolo per tutto il Medio Oriente per la sue capacità missilistiche – sia sotto il profilo di una lotta ad un pensiero. Perché l’idea di abbattere un regime, soprattutto quello di cui si parla, è diventata ricorrente nelle dichiarazioni di Netanyahu e di Trump. Ma combattere un’idea, una tradizione religiosa, una espressione storica culturale qual è quella della millenaria Persia, su cui si è innestata una fede – persino una visione antropologia – che non piace, ma che è radicata, non è la stessa cosa che combattere gli uomini che in armi difendono tutto ciò. Uomini che, in più, hanno il senso del martirio.

Inevitabilmente chiedersi se Trump e Netanyahu abbiano mai visto “La battaglia di Algeri” di Gillo Pontecorvo, del 1966. Racconta di una delle fasi più violente della guerra d’Algeria. A Parigi decisero di rispondere con la forza alla strategia terroristica del Fronte Nazionale di liberazione della colonia francese. Lo fecero inviando i paracadutisti che usarono tutti i mezzi – soprattutto illeciti, come la tortura – per decapitare i capi della rivolta. Ci riuscirono. E il film del regista italiano, in effetti, sembrava concludersi con la vittoria netta da parte dei francesi. Ma la pellicola si chiudeva con le immagini dell’alba sulla Casbah di Algeri, silenziosa come silenzioso era il mare prospicente. All’improvviso, senza una parola di commento, si sente levare il grido tipico delle donne algerine – lo youyou (o zgharit in arabo) – che invitava nuovamente alla rivolta un popolo che, pure senza i capi sterminati in precedenza, ancora una volta tornava alla lotta. Questa volta, vincendola.

Giancarlo Infante