Israele e la sua complessa Generazione Z – di Edoardo Almagià

Se c’è una cosa che si può dire è che Israele rappresenta il caso di una democrazia che ha smarrito se stessa. Sarebbe presto urgente creare un nuovo orizzonte politico che possa indicare al Paese un percorso diverso, meno pericoloso e controverso. Nel vortice di annunci, minacce, dichiarazioni e smentite provenienti dalla Casa Bianca, l’unico a tenere la barra dritta è il premier Netanyahu che continua ad operare indisturbato ed in violazione dei cessate il fuoco in Libano e a Gaza.

Riguardo il primo, dopo averne dichiarato il quadrante meridionale zona di combattimento, egli intensifica le sue operazioni ed allarga i suoi obiettivi in vista della neutralizzazione di Hezbollah. Dietro di sé lascia cumuli di macerie ed un crescente numero di sfollati. Tutto questo mentre a Washington si stanno svolgendo delle trattative per portare a termine un negoziato dei più difficili: Israele rifiuta il compromesso e le Forze armate di Beirut hanno un serio problema nel disarmare il gruppo sciita.

Nella seconda, egli ha dato l’ordine di riprendere con maggior vigore le azioni militari per annunciare che, dopo aver preso il controllo prima del 50%, poi del 60% del territorio della Striscia di Gaza, lingua di terra lunga una quarantina di chilometri e larga una decina, intende arrivare al 70%. Lo scopo non è cambiato: soffocare Hamas e braccare i suoi dirigenti. Nel procedere in questa direzione Netanyahu ignora i termini del cessate il fuoco che, da quando è stato annunciato nello scorso ottobre, ha visto le vittime palestinesi superare le 900. Tutto sembra indicare che per rimanere al potere egli abbia bisogno della guerra.

Cosa dire? Ci sono fotografie che spiegano un paese meglio di qualsiasi trattato geopolitico. Una delle immagini più eloquenti dell’Israele contemporaneo non arriva dai campi di battaglia di Gaza né dalle sale ovattate della Knesset o dalle operazioni nel sud del Libano. Arriva piuttosto da un tram di Gerusalemme, dove siedono fianco a fianco tre ragazzi nati dopo il Duemila: uno indossa la kippah lavorata dei nazional-religiosi e tiene sotto il braccio un manuale talmudico; un altro ascolta trap israeliana nelle cuffie, tatuaggio sul collo, sneaker americane, aria da startup nation globalizzata; il terzo, in uniforme dell’esercito, guarda distrattamente il telefono mentre scorrono video di guerra, meme, propaganda, TikTok e necrologi.

Tre ragazzi. Tre Israele. Tre idee incompatibili di futuro

Comprendere la Generazione Z israeliana significa infatti entrare dentro una società che vive simultaneamente nel XXI secolo tecnologico e nel I secolo biblico, dentro una democrazia avanzata e insieme dentro una mobilitazione permanente da Stato assediato ed autoritario. Significa osservare giovani cresciuti fra intelligenza artificiale e messianismo religioso, festival techno e terrorismo, liberalismo economico e militarizzazione quotidiana. Nessuna generazione israeliana è stata tanto polarizzata; nessuna, probabilmente, tanto traumatizzata.

Per anni, soprattutto in Europa, Israele è stato raccontato attraverso categorie semplicistiche: la destra contro la sinistra, i laici contro gli ultraortodossi, i falchi contro le colombe. Ma nelle nuove generazioni, espressione anche di vasti mutamenti demografici e culturali, queste linee si sono spezzate. La Gen Z israeliana non si divide più secondo le mappe ideologiche del Novecento. Si muove invece dentro tre grandi pulsioni emotive e identitarie: il fanatismo religioso, messianico e nazionalista, il radicalismo securitario della nuova destra e un vasto ma silenzioso desiderio di normalità. Il problema è che queste tre anime convivono nello stesso Paese senza più riuscire davvero a parlarsi.

La prima anima è quella del sionismo religioso radicale, la cui crescita rappresenta forse il fenomeno politico più decisivo dell’Israele contemporaneo. Fino a pochi decenni fa il sionismo religioso era una componente importante ma non dominante: coloni motivati dalla Bibbia, nazionalisti convinti, comunità fortemente ideologizzate. Oggi, invece, quella cultura si è espansa nelle accademie militari, nelle yeshivot, nelle periferie urbane, nei ministeri, perfino dentro le élite dell’esercito.

Per molti giovani religiosi israeliani, Israele non è semplicemente uno Stato moderno: è un progetto redentivo. La Terra promessa non è una metafora identitaria ma una missione storica concreta. La Cisgiordania — che loro chiamano Giudea e Samaria — non appare come territorio occupato, ma come eredità biblica. In questa visione, ogni concessione territoriale assume il significato di un tradimento spirituale e di un insulto alla storia.

È qui che nasce l’ascesa della nuova destra messianica incarnata da figure come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich. Per molti osservatori occidentali essi rappresentano un estremismo marginale ma non meno pericoloso; per una parte crescente della gioventù israeliana, invece, incarnano autenticità, forza e chiarezza morale in un’epoca percepita come esistenzialmente minacciata. Il suo ascendente deriva dalla necessità del premier Netanyahu di trovare i numeri sufficienti per restare al potere.

Bisogna capire il contesto emotivo in cui questi giovani si formano. La Generazione Z israeliana è cresciuta fra attentati, razzi, intifade, sirene antimissile e guerre ricorrenti. Soprattutto, è stata plasmata dal trauma del 7 ottobre 2023, quando l’attacco di Hamas ha prodotto uno shock psicologico collettivo che ha distrutto molte residue illusioni di coesistenza pacifica e resuscitato memorie di tragedie passate.

Per un’intera generazione quell’evento ha funzionato come una rifondazione identitaria. Dopo il 7 ottobre, la paura è diventata linguaggio politico dominante. E la paura, quasi sempre, favorisce le ideologie radicali e le reazioni estreme.

Molti giovani israeliani hanno maturato allora una convinzione brutale: il conflitto non finirà mai e la sopravvivenza richiede forza assoluta. Dentro questa mentalità, i concetti di compromesso, processo di pace o soluzione a due Stati appaiono ingenui, quasi infantili. La sicurezza viene prima di tutto. Prima della diplomazia, dei diritti umani, delle critiche internazionali.

Questa generazione non ha memoria degli accordi di Oslo. Non ricorda le speranze degli anni Novanta. Non ha conosciuto un tempo in cui israeliani e palestinesi sembrassero davvero avviati verso una soluzione politica. Ha invece visto autobus esplodere, tunnel di Hamas, accoltellamenti, missili, sequestri, incursioni armate. È cresciuta nella convinzione che la storia sia tornata tragicamente hobbesiana: o domini o vieni distrutto, o occupi o vieni occupato.

Ed è qui che il nazionalismo israeliano contemporaneo si fonde sempre più spesso con il linguaggio religioso. Per molti giovani religiosi, il conflitto non è soltanto geopolitico ma metafisico: una lotta per l’esistenza stessa del popolo ebraico dentro la storia.

Ma questa non è l’unica Israele giovane

Esiste anche una seconda anima: la gioventù ultranazionalista laica, meno religiosa ma altrettanto radicalizzata. È una destra diversa da quella tradizionale dei vecchi generali del Likud. Non nasce dal socialismo sionista né dall’epopea dei kibbutz. Nasce piuttosto dall’era digitale, dalla cultura dei social network, dalla retorica anti-élite globale, dall’influenza delle nuove destre occidentali.

Questi giovani parlano il linguaggio della sovranità, dell’identità nazionale, dell’orgoglio israeliano contro il cosmopolitismo progressista. Guardano con simpatia ai movimenti populisti europei e americani. Vedono nelle università occidentali ostili a Israele la prova che il mondo non comprenderà mai davvero gli ebrei. Per questo sviluppano una mentalità fortemente identitaria, a tratti cinica.

Sono spesso iperconnessi, consumano cultura americana, lavorano nell’high tech, ma politicamente rifiutano il liberalismo occidentale. È una contraddizione solo apparente. In realtà rappresentano il prodotto tipico del XXI secolo: giovani globalizzati economicamente ma tribalizzati culturalmente.

Molti di loro non desiderano necessariamente uno Stato teocratico. Vogliono però uno Stato fortissimo, militarmente implacabile, impermeabile alle pressioni internazionali. Ritengono che l’Occidente giudichi Israele con ipocrisia e doppio standard. E considerano le critiche sui diritti dei palestinesi una forma mascherata di ostilità anti-israeliana.

In questo ambiente psicologico, la guerra permanente rischia di diventare normalità antropologica

E tuttavia c’è una terza Israele, meno rumorosa ma forse decisiva nel lungo periodo: quella dei giovani che aspirano semplicemente a vivere. Sono i ragazzi di Tel Aviv, Haifa, Herzliya od Ashkelon che vorrebbero parlare di musica, lavoro, relazioni, viaggi, startup, cinema, sesso, università, futuro. Giovani spesso esausti a causa dall’onnipresenza della politica e della guerra. Molti di loro non sono necessariamente pacifisti in senso classico; dopo il 7 ottobre anche nel mondo progressista israeliano la paura e il desiderio di sicurezza sono aumentati enormemente. Ma rifiutano l’idea che l’intera esistenza debba essere assorbita dall’idea del conflitto eterno.

Questa gioventù urbana, secolarizzata, multilingue e globalizzata vive una condizione quasi schizofrenica. Da un lato, partecipa alla modernità occidentale: festival musicali, coworking, diritti LGBTQ+, cultura digitale globale. Dall’altro, continua a vivere dentro uno stato militarizzato dove il servizio militare resta rito identitario fondamentale e dove ogni crisi può trasformarsi improvvisamente in guerra.

Per questi giovani il sogno non è la conquista biblica né il trionfo nazionalista. È la normalità. Una parola apparentemente banale che in Israele assume quasi una dimensione utopica. Desiderano un Paese meno ossessionato dalla sopravvivenza e più capace di immaginare il futuro. Ma proprio questa aspirazione rischia di renderli politicamente deboli. Perché nelle società traumatizzate la moderazione appare spesso insufficiente. Le ideologie forti mobilitano più facilmente delle aspirazioni quotidiane.

Il paradosso della Generazione Z israeliana è dunque questo: mentre una parte si radicalizza verso il messianismo e l’ultranazionalismo, un’altra cerca disperatamente una vita post-ideologica. Ma il Medio Oriente raramente concede questo privilegio. Che cosa accadrà allora nei prossimi anni?

Molto dipenderà dalla durata del trauma collettivo aperto dall’attacco del 7 ottobre e dalle guerre successive. Se il conflitto continuerà a dominare l’orizzonte psicologico del Paese, è probabile che le componenti più dure della destra religiosa e securitaria continueranno a crescere. La paura è il fertilizzante naturale dei nazionalismi. Ma esiste anche un altro rischio: quello dell’esaurimento morale.

Le società non possono vivere indefinitamente in un clima di guerra e mobilitazione emotiva permanente senza produrre cinismo, depressione, fuga generazionale. Già oggi molti giovani israeliani parlano apertamente di emigrazione, burnout nazionale, stanchezza esistenziale. Alcuni non credono più né nella pace né nella vittoria; semplicemente cercano un modo per sopravvivere psicologicamente. In questo senso la Generazione Z israeliana rappresenta forse una delle generazioni più emblematiche del nostro tempo globale: iperconnessa ma tribale, tecnologica ma spiritualmente inquieta, armata fino ai denti ma profondamente fragile.

Ed è qui che l’osservatore, guardando Israele, dovrebbe evitare sia la demonizzazione che la romanticizzazione. Perché ridurre questi giovani a fanatici sarebbe falso quanto descriverli soltanto come vittime della storia. Essi sono entrambe le cose: figli di un trauma reale e produttori di nuove radicalità; eredi di una memoria tragica e protagonisti di un conflitto che rischia di perpetuarsi proprio attraverso la loro formazione identitaria.

Forse il dato più impressionante è un altro. Per decenni Israele aveva fondato la propria identità collettiva sulla promessa di diventare finalmente un luogo “normale” per il popolo ebraico: uno stato, una casa, una patria, una sicurezza definitiva dopo secoli di persecuzioni. Eppure la Generazione Z israeliana appare cresciuta dentro la sensazione opposta: che la normalità sia irraggiungibile.

È questo il vero dramma politico e psicologico della giovane Israele contemporanea. Non soltanto la paura della guerra, ma il sospetto crescente che la guerra sia diventata la forma stessa della loro esistenza storica.

Edoardo Almagià